Introduzione e principi
Unità 32
Introduzione e principi
Problemi e motivazioni
Storicamente l'industria agricola ha sempre prodotto colture che sono usate come materie prime per scopi industriali. Attualmente, a livello internazionale, sta crescendo l'interesse per l'uso di risorse materiali rinnovabili. La tendenza va in direzione contraria al predominio dei materiali fossili e dei prodotti che sono stati realizzati dal mondo industriale nel corso del XX secolo. Una considerazione strategica preponderante che guida queste azioni-chiave è il riconoscimento che i materiali basati su combustibili fossili non rinnovabili contribuiscono significativamente al riscaldamento globale ed all'inquinamento dell'aria, del terreno e dell'acqua. Un movimento per uno sviluppo sostenibile delle risorse rinnovabili può ridurre le emissioni di CO2. Può, inoltre, ridurre il complesso mix di sostanze sintetiche che entra nell'ecosistema attraverso i sistemi industriali dell'uomo e modelli di consumo non sostenibile. Per produrre una fornitura più grande di risorse rinnovabili per i processi materiali, l'industria agricola avrà sempre più bisogno di far crescere colture per scopi industriali piuttosto che alimentari. L'interesse nella produzione e nell'uso di risorse rinnovabili è tremendamente aumentato nell'ultima decade, specialmente nei paesi con sovraproduzione di cibo, quali quelli dell'Unione europea, all'interno dei quali l'utilizzo della terra per produzioni non alimentari, come mezzo di guadagno supplementare, costituisce un'alternativa allettante per molti agricoltori. Sebbene ciò sia evidentemente un miglioramento, è necessaria una grande attenzione nello sfruttamento di energie rinnovabili poiché vi sono anche dei rischi. Ad esempio, se una particolare risorsa è prelevata dall'ambiente naturale in modo eccessivo (quali alcune specie di piante), essa potrebbe estinguersi. Se un ecosistema naturale o umano non è utilizzato attentamente, esso potrebbe cessare di essere rinnovabile. Così, sebbene le risorse rinnovabili costituiscano un'allettante alternativa, esse devono sostanzialmente essere estratte, applicate ed utilizzate. La semplice distinzione delle risorse rinnovabili da quella fossili che normalmente domina la produzione ed il consumo non si farà. Il livello di uso delle risorse, il carattere e la localizzazione della produzione, il consumo e l'eliminazione sono aspetti che devono essere ben riconosciuti e discussi.
Obiettivi
Questa unità formativa mira a:
Esporvi il concetto di risorsa potenziale di una pianta
Esporvi i concetti di utilizzo delle potenzialità di una pianta
Aiutarvi a valutare le potenzialità di una pianta
Contenuti
Le potenzialità della pianta come risorsa
Il concetto di "risorsa potenziale" considera che le piante sono un sistema materiale naturale. Esse sono parte di un ecosistema naturale e la loro funzione consiste nel contribuire al funzionamento generale dell'ecosistema interessato. Dal punto di vista di una risorsa naturale, una pianta è un oggetto materiale che può fornire agli uomini un insieme di funzioni od utilizzi potenziali. In qualità di sistema materiale naturale o attraverso i suoi sub-sistemi, essa può adempiere alcune funzioni utili. Così, per gli uomini essa offre una certa potenziale risorsa, Ad esempio, le piante fissano l'anidride carbonica e producono ossigeno indispensabile per la vita; le piante accolgono animali o insetti che sono tenuti in grande considerazione dalle persone; possono trattenere acqua potabile e prevenire l'erosione; possono anche produrre frutti mangiabili o foglie che possono essere staccate.
La "potenziale risorsa" di una pianta consiste nel livello dei suoi differenti potenziali utilizzi. Il carattere di questa potenziale risorsa dipende dal numero, dalla varietà, dalla complessità, dalle combinazioni e dall'unicità della pianta e delle sue parti. L'osservazione, il riconoscimento e la valutazione di questi livelli dipende dalla struttura di riferimento degli osservatori, dalla loro conoscenza, esperienza e dal loro sistema di valutazione. Gli uomini riconoscono le proprietà delle piante sulla base del loro rapporto con esse, rapporto che è determinato dalla tradizione, dalla conoscenza e dall'esperienza.
L'inizio di questa relazione con le piante consiste nell'acquisire conoscenza riguardo le loro proprietà di organismo vivente e di elemento dell'ecosistema. Queste proprietà dovrebbero essere un qualcosa di cui le persone hanno bisogno. Potrebbe anche essere che alcune proprietà possono essere fornite dalle piante dopo che queste sono state sottoposte ad un qualche genere di tecnologia. Questa tecnologia potrebbe o rendere accessibili alcune proprietà delle piante oppure potrebbe articolare, cambiare od isolare alcune proprietà. Queste ultime, poi, attraverso la tecnologia, potrebbero essere ulteriormente sviluppate.
Così, in aggiunta alle varie proprietà ed agli usi potenziali della pianta, ci sono anche differenti livelli di applicazione della tecnologia. Dal punto di vista di una tecnologia, possono essere distinti diversi livelli di intensità di trattamento, intrusione o trasformazione che rispetteranno, modificheranno o, fondamentalmente, altereranno la pianta.
Un modo di identificare le varie proprietà e gli usi potenziali di una pianta consiste nel porre l'attenzione sulle proprietà commestibili, la qual cosa è stata fatta durante le epoche. Un altro modo è considerare la struttura come caratteristica dominante, cosa che, anch'essa, è stata spesso fatta. La macro-struttura fisica riguarda gli elementi strutturali più grandi e più forti. I differenti livelli di struttura usualmente riconosciuti sono la pianta nel suo insieme, il gambo e le foglie. Esiste anche una meso-struttura a livello di rami e foglie.
Le micro-strutture fisiche si ritrovano a livello di fibre della pianta, cellule, cristalli e composti chimici.
Un altro approccio per la valutazione della pianta consiste nel fare una distinzione dei modi potenziali di soddisfare i bisogni elementari. Una pianta può fornire cibo, mobili, fibre, foraggio o combustibile. Un alto metodo ancora di valutazione potrebbe essere seguire la complessità delle sostanze chimiche che la pianta può contenere, quali le vitamine, le sostanze medicinali, quelle aromatiche, gli zuccheri e la cellulosa. In aggiunta, potrebbero anche esistere diverse funzioni biologiche, comprendenti la produzione di ossigeno, la presenza di micro-organismi o la potenziale fornitura di enzimi.
Da un singolo albero vivente, ad esempio, possono essere derivati in sequenza vari prodotti. Un albero abbattuto non produce più ossigeno, ma la sua struttura può essere usata come legname o segatura. Il livello di utilizzo di un tronco potrebbe essere seguito da altri livelli: tronco, tavola, impiallicciatura, trucioli, lana, pasta.
Da un punto di vista fisico, in questa sequenza la potenziale risorsa sta decrescendo. Da un punto di vista chimico, la sequenza può andare avanti: tronco, lignina, emicellulose, cellulosa, glucosio, CO2 + H2O + minerali. L'albero abbattuto nella precedente sequenza ha una potenziale risorsa altissima perché il legno presenta il più grande numero di proprietà originarie e di conseguenza il più grande numero di applicazioni potenziali. In entrambe i casi, il maggior numero di livelli e la più vasta varietà di usi sono potenzialmente disponibili.
Una volta che il legno è stato trasformato in pasta ed è stato utilizzato nella carta e nel cartone un certo numero di applicazioni o diventano meno appropriate oppure vengono eliminate. L'uso del legno per la produzione di combustibile o come fonte diretta di energia viene considerato come il suo utilizzo finale. Una volta trasformato in energia, tutte le altre opzioni-risorsa dovranno sparire. In ciascuno e tutti gli altri livelli di risorsa, la produzione di energia dal legno (di scarto) rappresenta ancora l'opzione finale.
Comunque, da un punto di vista tecnologico, il posizionamento delle attività a livelli di potenziale risorsa successivamente più bassi, può, in una certa misura, anche essere invertito. Ad esempio, è possibile sintetizzare lo zucchero dalle molecole base, produrre strutture dalle fibre, realizzare tavole più grande incollandone insieme di piccole. Così alcuni comportamenti naturali disponibili ai livelli più alti della potenziale risorsa di una pianta possono essere creati o emulati attraverso la produzione. Al di là di ciò esiste, naturalmente, un'immensa diversità di tecnologie e di combinazioni chimiche, fisiche e biologiche, attraverso le quali viene offerto un panorama pressoché inesauribile di prodotti industriali.
Si possono individuare due approcci principali nell'uso della potenziale risorsa di una pianta.
Il primo approccio consiste nel partire dal più alto potenziale inerente le risorse naturali che una pianta possa offrire, che è rappresentato dal suo funzionamento naturale all'interno di un ecosistema. Poi, attraverso la produzione, la sua struttura naturale, la struttura delle sue parti e le sue proprietà chimiche ed energetiche possono essere successivamente utilizzate. Alla fine rimarrebbero compost, acqua, CO2 e minerali.
Il secondo approccio consiste nel costruire le proprietà e le funzioni attraverso la produzione, partendo dal livello più basso della potenziale risorsa tecnica osservata ed aumentando i nuovi possibili utilizzi. L'approccio "produttivo" coinvolge la decostruzione e la disconnessione, mentre l'approccio della "risorsa naturale" coinvolge la sintesi e la costruzione.
Usando un modello basato sui vari livelli di risorse di un sistema materiale naturale, Pothmann presenta una gerarchia specifica per l'uso dei materiali di scarto (Pothmann, 1986). Egli distingue l'uso:
delle caratteristiche totali
delle componenti fisiche
delle componenti chimiche
dei legami chimici
dei componenti elementari
In cima a questo elenco si trova l'uso di tutte le proprietà appartenenti a qualsiasi prodotti di scarto. Un esempio di ciò potrebbe essere riutilizzare un cartone od usare un giornale come materiale per incartare. Al secondo livello, vengono usate le proprietà fisiche ad esempio della carta utilizzata, principalmente presenti nelle fibre e nei materiali di impasto. Un esempio è l'uso dei trucioli negli agglomerati. Al terzo livello, la cellulosa è idrolizzata a glucosio quale materia prima per la produzione dell'etanolo utilizzando così le componenti chimiche. Il quarto livello include l'utilizzo dell'energia nei processi endotermici all'interno delle sostanze chimiche, attraverso l'uso del legno come un combustibile. Il livello finale riguarda il compost del legno e l'introduzione del compost nel suolo. Pothmann conclude che è da preferirsi l'uso di materiali con valore gerarchico più alto.
Per l'uso di questa potenziale risorsa, esistono vari concetti quali il "Uso completo della coltura”, "Uso multi-scopo", "Uso integrato" and "Recupero totale della risorsa”: Questi concetti sono presentati di seguito.
Concetti per l'uso della potenziale risorsa
Una risorsa naturale può essere usata per diversi scopi. Generalmente possono essere distinte tre funzioni principali delle piante come parte di:
un ecosistema naturale
un ecosistema naturale e culturale
un sistema di produzione realizzato dall'uomo.
Tra le specie vegetali, gli alberi sono forme di vita molto complessa. Essi sono diversificati sulla base della loro struttura fisica, delle differenti parti, e della diversa composizione chimica. Per l'albero, e potenzialmente per l'uomo, possono compiere una varietà di funzioni differenti. Pertanto essi costituiscono un'opportunità allettante per un utilizzo multiforme. Comunque, le stesse funzioni e proprietà strutturali, chimiche e fisiche esistono anche per altre piante quali le colture agricole o le fibre.
Pertanto, la potenziale risorsa di una pianta rappresenta un concetto fondamentale. La risorsa potenziale di un albero, di un cespuglio o di una pianta è costituita dalle sue caratteristiche naturali e dal potenziale di uso delle specie considerate, che dipende dalla struttura di riferimento dell'osservatore, costituita dai valori, dalla conoscenza e dall'esperienza. Sulla base di questo convincimento, diversi tipi di uso delle piante possono essere distinti per sfruttare quella potenziale risorsa. Essi saranno discussi in seguito.
Uso multi-scopo
Quando un albero o una pianta è, di fatto, usata per diversi scopi allo stesso tempo, successivamente in alcuni periodi o in vari stadi della sua vita, questo utilizzo viene chiamato uso "multi-scopo" della pianta. E' un modo molto sofisticato di utilizzare la pianta quando le sue varie parti ed i suoi componenti sono utilizzati sia per scopi alimentari che no. Un esempio è il diverso uso delle varie parti della pianta della canapa e dell'albero del Neem.
Utilizzo integrato
Quando il processo non alimentare e l'uso delle varie parti della pianta, dei suoi componenti e prodotti derivati è predeterminato, relativo all'organismo nel suo insieme, combinato e collegato, ciò viene considerato un "utilizzo integrato" della pianta. Questo utilizzo sistemico di una pianta coinvolge il funzionamento combinato di una pianta per una comunità da un punto di vista naturale, sociale ed economico. Un esempio è l'utilizzo della pianta della Jatropha in Mali. Il legno ed i frutti della Jatropha possono essere utilizzati per diversi scopi, incluso il combustibile.
I semi di Jatropha contengono olio viscoso (il 50% del peso), che può essere usato per realizzare, nell'industria cosmetica, candele o sapone, per cucinare ed illuminare sia per proprio conto sia come sostituto o rafforzatore della paraffina o del gasolio. Quest'ultimo utilizzo ha importi implicazioni per soddisfare la domanda di servizi di energia rurale nell'Africa occidentale e per sperimentare sostituti concreti dei combustibili fossili al fine di controbilanciare l'accumulo di gas serra nell'atmosfera. Nonostante queste caratteristiche, il pieno potenziale della Jatropha è lungi dall'essere raggiunto. In un seminario organizzato nel 1998, venne esaminato il mercato potenziale per i vari prodotti della Jatropha, valutato il valore di questi prodotti per le popolazioni rurali, determinate le combinazioni ottimali per il loro uso e venne proposta una strategia per massimizzare lo sviluppo rurale, l'equità energetica e l'occupazione (Henning, 1998).
Uso completo
Il concetto di “uso completo” di una pianta si riferisce al suo totale utilizzo, o tramite il diverso uso di tutte le parti della pianta oppure il singolo uso della pianta intera. Nell'ultimo caso viene utilizzata tutta la sua struttura. Esso riguarda il suo completo uso non-alimentare, nel quale la sua intera struttura -dalle radici alla cima- rimane intatta. Un esempio è quello della iuta, nel quale l'intera pianta, radici incluse, è utilizzato per applicazione su mobili.
Recupero totale della risorsa
Il concetto di totale recupero di una pianta si riferisce al pieno utilizzo della pianta stessa o di una parte di essa, basato sul disegno di un completo processo di recupero finalizzato a raggiungere la massima efficienza. In questo modo la pianta non soltanto è considerata come una portatrice di una particolare sostanza che deve essere recuperata, ma anche come portatrice di qualsiasi cosa essa contenga. Il concetto di recupero totale coinvolge il disegno dei metodi per recuperare le sostanze principali e, per quanto più possibile, le altre componenti, preferibilmente su basi economiche. L'attenzione, poi, dovrebbe andare sul contenuto delle sue sostanze chimiche.
Bibliografia
European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, 2000. "Crops for Sustainable Entreprise".
Unità 33
cotone, lino, canapa, biomasse, agenti tintori, cosmetici
ed energia alternativa
Problemi e Motivazioni
Le risorse rinnovabili possono essere sfruttate nell’ambito di una vasta gamma di applicazioni, che vanno dal confine aziendale fino al consumatore finale, quali i combustibili liquidi, le sostanze chimiche all’ingrosso, i biopolimeri, i lubrificanti, i concianti, i detergenti, le sostanze chimiche raffinate, i compositi, le fibre, i farmaci, i tessuti, la carta ed il cartone. Questo significa che spesso l’intera pianta viene utilizzata integralmente da qualsiasi produzione sostenibile persino se il prodotto primario è alimentare, o un foraggio o una fibra.
Obiettivi
In questa unità didattica puntiamo a:
Evidenziare alcune colture che possono essere impiegate in produzioni sostenibili non alimentari.
Esporvi le principali caratteristiche delle colture scelte.
La scelta delle colture non implica una preferenza incondizionata verso tali specie, piuttosto tende ad indicarle come modello per illustrare i principi da adottare anche per altre specie analoghe ed utilizzabili. La disponibilità ed il potenziale di una coltura particolare varierà a seconda delle condizioni climatiche, pedologiche, del grado tecnologico a disposizione, della cultura e della tradizione e del sistema socio-economico in cui si collocheranno.
Contenuti
Colture da fibra
Lino da fibra e da olio (Linum usitatissimum)
Il lino (Linum usitatissimum L.) viene coltivato per due scopi: come fibra per la qualità dei suoi filati, da seme per l’estrazione dell’olio di semi di lino. La pianta è annuale ed è dotata di una corta radice principale. Può accrescersi fino ad un altezza di 120 cm, ma le varietà coltivate per la produzione di olio sono in genere molto più basse a maturità. Gli steli sono sottili e robusti, con un grado di ramificazione che dipende dal tipo di pianta e dalla densità colturale; le foglie sono intere, piccole, strette ed appuntite, scure o di colore verde-grigiastro. I fiori del lino sono normalmente di un colore azzurro acceso.
Semina
Il lino normalmente va piantato all’inizio di aprile o a fine marzo. Anche se le gelate tardive possono ancora verificarsi durante l’emergenza, in genere non danneggiano la pianta. La semina è fitta, in file strette (preferibilmente 15 cm o meno) al fine di ottenere una densità colturale di circa 2000 piante per metro quadrato, così da poter minimizzare l’accestimento basale e per migliorare la qualità della fibra.
Se la densità colturale del lino è troppo ridotta, le infestanti possono diventare un problema e la luce si inflitrerà attraverso la chioma stimolando ed estendendo il periodo di fioritura, e rallentando l’essiccazione della pianta. Se la densità di semina è troppo elevata la ramificazione del fusto in capsule da seme multiple viene inibita, portando quindi a ridurre il numero di capsule e di conseguenza anche la resa. Il lino da fibra viene seminato ad una densità doppia rispetto a quello da olio per ridurre la ramificazione e per promuovere maggiori rese della fibra.
Fertilizzazione
Il lino da fibra ha moderate richieste di concimazione, del tutto simili a quelle dell’avena primaverile. La richiesta di azoto può essere soddisfatta attraverso apporti organici quali letame o sovescio di leguminose. Il fosforo ed il potassio dovrebbero venire forniti in base a risultati di analisi del terreno – i tempi dei trattamenti possono essere gli stessi del frumento o dell’avena.
Uso dell’acqua ed irrigazione
Il lino è una specie ottimale nella rotazione con colture irrigate poiché è resistente al marciume radicale di Sclerotinia che colpisce il girasole, il pisello e il fagiolo. Il maggior effetto dell’apporto idrico sul lino è di promuovere una seconda o terza fioritura e di mantenere un’adeguata umidità per la crescita della pianta fino all’allegagione di tutti i fiori.
In terreni non problematici (di medio impasto, capaci di un buon immagazzinamento dell’acqua) il lino sviluppa una radice principale corta, ramificata, che si estende fino ad 1 metro. Lo sviluppo radicale si completa quasi del tutto entro la fase di fioritura. Su terreni irrigati il lino utilizza circa il 70% del suo fabbisogno idrico dalla metà superiore dell’area radicale.
Durante la stagione vegetativa la richiesta di acqua può arrivare fino a 41 centimetri. Durante lo stadio di plantula la necessità idrica varia da 1 a 3 mm/giorno, arrivando fino ad un picco di 7 mm/giorno durante lo stadio di fioritura. Il periodo critico per la richiesta di acqua del lino va dalla fioritura fino a subito prima della maturazione. Per questo, per massimizzare la resa ed il contenuto in olio è bene mantenere un adeguato grado di umidità nel terreno durante quel periodo.
Potrebbe essere necessario irrigare in primavera per stimolare la germinazione della coltura. Se I terreni non sono troppo pesanti, una irrigazione leggera con 15-20 mm prima della semina è preferibile all’irrigazione post-semina, che può causare la formazione di una crosta e un raffreddamento del suolo.
Infestanti
Poiché il lino viene piantato all’inizio della primavera ha un vantaggio competitivo sulle infestanti a ciclo annuale estivo. Ciò nonostante, il lino non è una specie competitiva con le infestanti, in parte perché le sue foglie piccole impediscono di ombreggiare a sufficienza il terreno sottostante. Il lino non dovrebbe piantarsi in campi dove è nota una presenza massiccia di infestanti invernali, quali ad esempio la senape selvatica.
Protezione delle piante
Il lino è attaccato da pochi parassiti ed è suscettibile a poche patologie.
Raccolta
Le piante di lino da fibra vengono estirpate quando le foglie inferiori sono cadute, per garantire il miglior livello qualitativo della fibra. Il lino viene raccolto e quindi macerato (attraverso un processo di decomposizione controllato), poi stigliato (per separare le fibre staccate dal tessuto del fusto). Normalmente le fibre eccedono una resa di 1 tonnellata/Ha.
Impiego
Le fibre allungate del lino forniscono il materiale di base per la produzione del tessuto di lino ma possono anche venire impiegate per produrre una varietà di materiali industriali di alto valore quali zangole a filtro, materiale isolante, materiali per interni di automobili leggeri e resistenti, e geotessuti (Smallegange, 1992). Il lino è un fibra di elevato valore a causa del suo peso contenuto, la sua resistenza, la sua sostenibilità ambientale, la sua versatilità, solo per elencare alcune delle sue caratteristiche.
Ad ogni modo, negli ultimi decenni il lino è stato sfruttato pochissimo dall’industria, forse per una carenza generalizzata di conoscenze sulla pianta.
Le colture bivalenti vengono ora coltivate per la fibra e per l’olio. La paglia secca della pianta viene lavorata meccanicamente per ottenere fibre relativamente corte di lino che possono essere impiegate nella manifattura di carte specialistiche, materiali compositi e stuoie biodegradabili. I residui di lavorazione dell’estrazione dell’olio, quali le farine proteiche e le mucillagini, trovano impieghi sempre maggiori nell’industria alimentare, cosmetica e farmaceutica.
Canapa (Cannabis sativa)
La canapa fornisce una fibra floematica simile al lino, al kenaf, alla juta e alla ramia. Le lunghe fibre primarie del tiglio nella porzione esterna del fusto caratterizzano le piante da fibra. La canapa, una pianta annuale riprodotta per seme, può venire coltivata su un’ampia gamma di terreni ma si avvantaggia dei terreni maidicoli molto produttivi. Il terreno dev’essere ben drenato, ricco di azoto e non acido.
Selezione e miglioramento
La selezione colturale e le attività di miglioramento furono intraprese con tre obiettivi relativi alla composizione chimica della pianta. Ad oggi, solo le cultivar con meno dello 0.2% di tetra-idro-cannabinolo (THC), il narcotico presente nella Cannabis, possono venire coltivate in Europa. Lo sviluppo di linee a zero THC attraverso l’uso di marker associati costituirebbe un netto vantaggio per permettere di allargare la base genetica della specie.
Semina
Nelle latitudini settentrionali la canapa viene piantata normalmente fra l’inizio di marzo e la fine di maggio.
Fertilizzazione
Gli agricoltori biologici hanno scoperto che le richieste nutrizionali della canapa sono piuttosto elevate. La canapa necessita di elevate quantità di fertilizzanti azotati – circa 80-120 kg di N per ettaro. In agricoltura biologica la canapa ed il frumento competono per uno spazio nei terreni migliori. Per gli agricoltori convenzionali la canapa invece occupa una posizione intermedia rispetto alle altre colture.
Un fattore importante è rappresentato dalla minimizzazione della percolazione dell’azoto. A causa della lunghezza delle sue radici (che possono arrivare fino a 2 metri) la canapa può estrarre nutrienti residui in profondità lasciati dalla coltura che l’ha preceduta.
Poiché il rilascio di azoto graduale risulta ottimale per la canapa, questa coltura si adatta perfettamente ai fertilizzanti biologici quali il liquame e lo stallatico. Un abbondante quantità di materia organica permane nel terreno dopo la coltivazione della canapa: foglie, radici e parte della paglia restano dopo la raccolta rilasciando nutrienti alla coltura seguente. A dispetto della richiesta di fertilizzanti da parte della canapa, la coltura non presenta problemi di sorta se inserita adeguatamente in rotazione. Consigliamo di piantare la canapa dopo il trifoglio o una leguminosa. A parte l’azoto, un adeguata somministrazione di potassio è di fondamentale importanza per la coltura.
Controllo delle infestanti
A causa del rapido accrescimento della canapa e della densità colturale la soppressione delle malerbe è virtualmente garantita. Persino i cardi e la gramigna vengono soppressi dalla canapa.
Quest’efficace azione contenitiva si esplica solamente se si verificano due condizioni.
La prima, se le piante raggiungono un discreto stadio di sviluppo, che si verifica in primo luogo se c’è un sufficiente apporto idrico e di nutrienti, una buona struttura del suolo ed evitando una predisposizione all’umidità ed alla compressione del terreno. Se coltivata in terreni poveri, la canapa non ha molte possibilità di competere con le infestanti.
In secondo luogo, la soppressione delle infestanti può essere raggiunta se le piante di canapa vengono seminate ad elevata densità colturale. Se la canapa si semina a quote di molto inferiori a 40 kg/Ha la coltura non è in grado di espandersi a sufficienza e le infestanti hanno maggiori probabilità di sopravvivere. Questo diventa un problema soprattutto se si coltiva la canapa per la produzione di sementi. Idealmente questo problema si può risolvere ecologicamente attraverso il ricorso a metodi meccanici, ad esempio usando zappatrici ed erpici. La larghezza maggiore dell’interfila in questi casi consente un passaggio più agevole dei mezzi. La coltivazione di canapa da fibra riesce in genere a contenere quasi il 100% delle infestanti.
Protezione delle piante
La canapa è una specie che si ammala difficilmente e che è colpita da pochi insetti dannosi. Anche in coltivazione convenzionale riesce a prosperare con un ricorso limitato ai pesticidi. La poca suscettibilità della coltura ai parassiti è imputabile alla sua elevata autotolleranza (autocompatibilità nelle colture seguenti). Una delle ragioni per l’autotolleranza della canapa è data dall’assenza di qualsiasi altra specie coltivata affine nelle vicinanze, che potrebbe essere vettore di insetti e patogeni comuni. Esiste in verità una discretà quantità di insetti e patogeni dannosi che attaccherebbero la canapa, ma, rispetto ad altre colture quali la canola o il lino, le possibilità di danni economici in seguito ad infestazioni sono assai ridotte. La maggior parte dei parassiti della canapa non sono specie-specifici e, se presenti nelle vicinanze, normalmente prediligono altre colture. Non si conoscono in pratica parassiti o patogeni che non possano essere controllati attraverso metodi tecnici di coltivazione, quali ad esempio la purificazione del seme o la lotta biologica. Come regola empirica generale, si può dire che la canapa può coltivarsi senza il ricorso ad antiparassitari poiché non vi è rischio di sostanziali perdite economiche.
Caratteristiche della canapa nelle rotazioni colturali
La canapa è una pianta eccellente da impiegare all’interno di una rotazione. E’ una coltura neutrale che effettua un’ottima azione di ammendamento sul terreno per la coltura che segue. La canapa è estremamente sensibile ai residui di pesticidi nel terreno, e la loro presenza può comprometterne facilmente la coltivazione. E’ un’ottima coltura miglioratrice, in particolare poiché lascia il terreno con una struttura eccellente. La canapa da fibra è in grado di sradicare quasi completamente le infestanti per la coltura che segue. Come riportato in precedenza, gli agricoltori hanno riscontrato molti benefici ed un incremento di resa per la coltura che segue la canapa in rotazione. Allo stesso modo, la canapa è anche un’ottima coltura intercalare poiché viene seminata alla fine di aprile o all’inizio di maggio. Prove condotte in Olanda hanno dimostrato che alcune varietà di canapa riducono la presenza di alcuni tipi di nematodi nel terreno. Questa scoperta potrebbe divenire di notevole importanza per la coltivazione, anche nella rotazione con la patata.
Impiego
Gli usi industriali della canapa sono stati riconosciuti da migliaia di anni, e in Europa la canapa possiede una lunga tradizione produttiva. La produzione di fibra è del 25% maggiore rispetto a quella del lino. Recentemente si è notato un rinnovato interesse per le fibre naturali, per cui la coltivazione in Europa è cresciuta fino a 10.000 Ha/anno, e dal momento che il regolamento sulla coltivazione delle specie venne rilasciato, nel 1993, la superficie investita si è accresciuta in modo stabile.
L’interesse di trasformazione odierno è variegato, ed impiega sia fibre lunghe liberiane del tiglio che fibre corte proveniente dal canapulo.
Le preziose fibre primarie sono presenti attorno alla cavità legnosa del fusto. Queste fibre, lunghe e resistenti, di lunghezza pari a quella dello stelo, sono chiamate fibre liberiane o tiglio. Le fibre primarie della canapa hanno caratteristiche simili a quelle di altre fibre (lino, kenaf, juta e ramia) e sono eccellenti in termini di lunghezza, resistenza, durevolezza, assorbenza, proprietà antibatteriche ed antimuffa. Le fibre primarie raggiungono lunghezze medie di 8 pollici (pari a 20 cm). Queste fibre di canapa possono essere filate e tessute fino a formare un sottile, “croccante” tessuto simile al lino che si usa per tessili da abbigliamento, da arredo o per moquettes.
Le fibre di tiglio possono essere tagliate in fibre di tiglio più corte per adeguarsi ad una varietà di sistemi di filatura. La fibra di canapa lavorata assieme a lana, cotone, lino o ad altre fibre garantisce resistenza, durevolezza e permeabilità, rendendo i tessuti freschi e confortevoli da indossare e al tatto.
La fibra interna deriva dallo stelo semi-legnoso della pianta di canapa, il canapulo. Qualche volta viene chiamata “hurds” (nessun corrispettivo in italiano, N.d.T.), ed è due volte più assorbente della segatura di legno, rendendola un’eccellente materiale pacciamante o per il ricovero degli animali. Può essere facilmente miscelata con il limo per creare una terracotta leggera ma resistente. Il suo elevato contenuto in cellulosa può venire sfruttato per la produzione di materie plastiche. Come fibra primaria è biodegradabile e possiede proprietà antibatteriche ed antimuffa.
In alcuni paesi il seme viene pressato per l’estrazione dell’olio, che trova impiego in una varietà di prodotti a scopo terapeutico.
Ortica (Urtica dioica)
L’ortica è una pianta perenne spontanea in Europa e nelle zone temperate dell’Asia e dell’America. E’ una specie dioica che raggiunge tra i 30 e i 150 cm di altezza. La pianta ha foglie semplici, opposte e appuntite, con margine seghettato (5-10 cm di lunghezza), che possiedono stipole persistenti e peli urticanti. L’ortica perenne è una pianta che si ritrova facilmente in aree rurali, giardini e al margine dei boschi. Quello che è poco noto è che, parimenti al lino e alla canapa, le fibre di ortica venivano impiegate per la produzione di tessuti prima dell’introduzione del cotone in Europa Centrale. Dalla metà degli anni ’90 lo sviluppo di metodi di coltivazione per le fibre di ortica, metodi di lavorazione e di tessitura sono divenuti degli obiettivi di ricerca in Germania ed in Austria. Attualmente le conoscenze sulla tecnologia ed i sistemi di produzione, per sviluppare le potenzialità della pianta, sono scarse. In alcuni casi si tratta di una perdita di conoscenze tradizionali.
Semina
Nella coltivazione dell’ortica da fibra la purezza varietale di una coltura omogenea può ottenersi solo attraverso la propagazione vegetativa, piantando delle talee. Si raccomandano distanze ridotte di impianto (50x50 o 75x50 cm) e distanze ampie fra le file (100-150 cm).
Fertilizzazione
Dato che l’ortica è una specie perenne in grado di produrre una considerevole quantità di biomassa ogni anno, è importante concentrarsi su un adeguato apporto nutritivo, specialmente quello azotato. Da una ricerca austriaca (Hartl A., Vogl C.R., 2002) si sono avuti buoni risultati con la somministrazione di liquame e ricorrendo alla consociazione con trifoglio bianco (Trifolium repens).
Inoltre una scelta accurata dell’area è di grande importanza in agricoltura biologica. Nel caso della coltivazione dell’ortica, il suolo dovrebbe essere ricco di nutrienti e dovrebbero sussistere le giuste condizioni climatiche (ad esempio, precipitazioni sufficienti durante il periodo principale di crescita).
Controllo delle infestanti
Il controllo delle erbe infestanti è necessario, in particolar modo durante il primo anno di coltivazione. Non appena si raggiunge la copertura della coltura, l’unico problema sono le malerbe. In agricoltura biologica il controllo delle infestanti deve cominciare già dalla coltura precedente, con erpicature ripetute sul letto di semina. Se la coltura consociata non viene seminata contemporaneamente all’ortica, è possibile effettuare anche delle zappature e passaggi di ‘rotavator’ (zappette rotanti).
Protezione delle piante
Ci sono numerose specie di insetti e funghi che attaccano l’ortica. Le larve gregarie di Aglais urticae L. ed il lepidottero Inachis io Hubner, sono fra i più importanti. Si sviluppano rapidamente e sono in grado di causare una defogliazione totale della coltura. Altri insetti e patogeni possono apparire occasionalmente e causare qualche danno contenuto. L’ortica da fibra fornisce anche riparo a numerosi insetti utili, che si nutrono di altri insetti. Lo sviluppo di una situazione fitopatologica su larga scala in ortica non è finora mai stato osservato.
Raccolta
Per l’impiego della produzione di fibra l’ortica va raccolta solamente a partire dal secondo anno di coltivazione, fra la metà di luglio e gli inizi di agosto.
Impiego
Oggigiorno la lavorazione sperimentale della fibra ha dimostrato che la sua finezza ne permette l’uso per la produzione di tessuti pregiati particolarmente confortevoli sulla pelle.
Si è anche scoperto che questo materiale finissimo possiede delle proprietà di mantenimento del calore del tutto simili a quelle della lana. Le fibre di ortica sono quindi ideali per la manifattura di tessuti di abbigliamento e biancheria per la casa. Ad ogni modo, per poter stimare le potenzialità economiche della materia grezza, sarà necessario avviare delle ricerche nel campo della produzione e della trasformazione della fibra. La fibra stessa è ritorta ed affastellata nella pianta. Per questo motivo per assicurare un’estrazione della fibra al fine di ottenere una materia grezza di alta qualità è necessario mettere a punto procedimenti industriali appositi.
Uno dei vantaggi di coltivare l’ortica da fibra risiede nel fatto che è in grado di prosperare su suoli azotati e troppo ricchi di nutrienti. Potrebbe rappresentare un’utile alternativa innovativa nell’agricoltura dell’Europa centrale se venisse accettata sul mercato, potendo anche fornire nuovi posti di lavoro e garantire un’indipendenza dalle importazioni, riducendo anche i costi di trasporto.
Tinture naturali per usi industriali nella produzione di tessili naturali
Con la scoperta dei coloranti sintetici alla fine del diciannovesimo secolo la coltivazione e l’applicazione delle tinture naturali è andata scomparendo. Oggigiorno la tintura dei tessili (ed anche di legno, cuoio, pelle ed altri beni) attraverso i coloranti vegetali sta richiamando l’attenzione sempre più. Esistono diverse compagnie tessili che impiegano coloranti naturali, da cui ne deriverebbe una possibilità per la coltivazione e l’uso di piante tintorie in Europa. Il prerequisito affinché ciò si realizzi è lo sviluppo di un moderno sistema di coltivazione per le più importanti specie tintorie coltivate in passato in Europa, l’affermazione delle tinture vegetali di queste specie e la messa a punto di procedimenti tintori ottimizzati per l’uso industriale. Fino ad ora la vendita di tessuti colorati naturalmente in Europa risultava dall’importazione da paesi del terzo mondo, tra cui l’India che ne è il maggior produttore.
Le tecniche tradizionali e le ricette dedotte dai libri e dai registri delle aziende tintorie possono essere rapidamente ricostruite ed adattate ai moderni procedimenti ed i macchinari a disposizione, abbastanza facilmente.
Il trasferimento delle metodiche su scala industriale richiede l’uso dei mordenti. Alcuni mordenti tradizionali, quali lo stagno, il rame ed il cromo, essendo metalli pesanti e per la loro tossicità, non sono accettabili. Questo ostacolo è sormontabile attraverso il ricorso ad altre tinture della stessa sfumatura di colore. Ad ogni modo, l’alluminio ed il ferro possono anche fornire risultati eccellenti in termini di tintura.
Normalmente i tessuti tinti naturalmente non dovrebbero presentare una minore resistenza dei colori, una minore intensità di colore o delle sfumature opache rispetto alle tinture sintetiche. Dovrebbero essere in grado di poter competere con le tinture sintetiche sotto diversi aspetti. Le prove sperimentali hanno dimostrato che esiste un’ampia gamma di usi industriali per le tinture naturali. Ciò nonostante per convincere l’industria tintoria dell’affidabilità della cosa vengono richiesti maggiori sforzi ed informazioni in merito.
Alcune prove preliminari effettuate su alcune specie “minori” quali la serratula, la fegatella, il favegello e il fiordaliso vedovino hanno fornito buoni risultati sulle prove di tintura, sulle rese, su diversi tessuti, inoltre hanno evidenziato delle tonalità particolari di colore con grande tenuta dello stesso, specialmente alla luce.
Un’altra questione in sospeso riguarda l’applicazione delle tinture naturali per tingere. Le tinture sintetiche sono in genere solide ed idrosolubili e perciò semplici da utilizzare. Ad oggi, le tinture vegetali sono invece vendute sminuzzate o come polveri non idrosolubili, rendendo complesso quindi l’uso a livello industriale. La procedura standard per una tintura su piccola scala consiste nell’impiegare piccole bustine con le polveri vegetali da immergere nelle vasche per il bagno colorante, che spesso però sono di modesto volume. La variazione nella qualità delle tinture a seconda delle provenienza della pianta fornisce però risultati diversi e non omogenei per ogni bagno colorante. Per la produzione industriale il metodo migliore sarebbe di poter ottenere degli estratti solidi, possibilmente solubili in acqua, poiché le soluzioni acquose sono le più accettate dalle aziende tintorie. Il problema di questo metodo risiede però nel dover trasportare volumi maggiori di prodotto, nella scarsa corrispondenza fra il contenuto in tintura e la sua efficacia tintoria, e nella maggiore richiesta energetica per il processo di bollitura. L’estrazione dei composti coloranti non è mai completa. Ricorrendo all’estrazione con solventi organici si sono ottenuti buoni risultati in laboratorio, ma l’estratto in polvere così ottenuto non è completamente solubile in acqua. Un miglioramento dell’estrazione di polveri idrosolubili potrebbe ottenersi attraverso l’uso di un solvente alcalino. Nel caso della robbia questa procedura ha fornito un’ottima relazione fra contenuto in tintura e capacità colorante. Di certo sono necessarie ulteriori sperimentazioni per poter standardizzare i processi di estrazione e di asciugatura.
Polimeri biodegradabili dalle piante
Amido
L’amido è il principale carboidrato di riserva delle piante superiori. Il termine amido attualmente fa riferimento ad una classe di materiali con una varietà di strutture e di proprietà. I polimeri dell’amido possono venire estratti dal mais, dalle patate, dal riso, dall’orzo, dal sorgo e dal frumento. La principale fonte di amido per uso industriale ed alimentare è il mais.
Le tecniche di miglioramente genetico vegetale sono state impiegate per produrre nuove varietà con differenti rapporti tra amilosio ed amilopectine (ad esempio, il mais ceroso contiene solo lo 0.8% di amilosio in rapporto al mais naturale, che contiene il 28% di amilosio, e del mais amilaceo che arriva a contenere fino all’80% di amilosio). L’abilità nel manipolare il rapporto tra amilosio ed amilopectina attraverso lo sviluppo varietale ha ridotto drasticamente i costi derivanti dalla separazione fisica dei due polimeri, fondamentale poiché l’amilosio e l’amilopectina posseggono diverse proprietà ed applicazioni.
A causa del suo costo contenuto e della sua ampia disponibilità l’amido viene impiegato in numerosi prodotti. La modifica chimica dei polimeri di amido può portare ad un numero ancora maggiore di potenziali usi.
Circa il 75% dell’amido di mais industriale prodotto viene trasformato in collanti per carta, cartone e per le relative industrie. Poiché l’amido di mais ha la capacità di assorbire umidità fino a mille volte il suo peso, è impiegabile in pannolini usa e getta, come trattamento per ustioni, e nei filtri per la benzina per eliminare l’acqua presente. I polimeri di amido di mais vengono usati anche come addensanti, stabilizzatori, ammendanti del terreno ed anche come antigelo per le strade, al posto del sale.
Recentemente, l’amido sta acquisendo una sempre maggiore attenzione come additivo biodegradabile o come alternativa alle tradizionali materie plastiche derivanti da idrocarburi per numerosi prodotti, specialmente per gli imballagi e per i sacchi della spazzatura.
Bibliografia
AIR Program, AIR2-CT94-0981, “Cultivation and Extraction of Natural Dyes for Industrial Use in Natural Textiles Production”, final report, June 1997.
European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions , 2000. “Crops for Sustainable Enterprise”.
Hartl A., Vogl C.R., 2002. “Fibre nettle grown under conditions of organic farming and its use in natural textiles”, in proceedings of the 3rd International Conference on Organic Textiles (7-9 August 2002), Düsseldorf, Germany.
Unità 34
Aromatiche e piante medicinali, estratti, raccolta di piante spontanee
Motivazioni e problematiche;
l’ambiente e l’impostazione dell’azienda finalizzate ad una coltivazione razionale delle piante aromatiche ed officinali, con riferimento specifico al contesto dell’azienda agricola biologica;
la ricerca ed il reperimento dei materiali di propagazione;
la gestione della manodopera nelle operazioni colturali e nella raccolta;
le tecniche di preparazione, conservazione e valorizzazione delle materie prime;
Obiettivi
trasmettere le informazioni tecniche necessarie per garantire il rispetto delle GAP (Good Agricultural Practice) nella coltivazione delle piante aromatiche ed officinali e la loro razionale utilizzazione nelle fasi di impostazione e gestione dell’azienda agricola biologica;
fornire gli strumenti tecnici ed informativi indispensabili per agevolare o guidare nella ricerca e/o nell’acquisto e nella ricoltivazione in azienda dei materiali di propagazione necessari per l’impianto delle colture;
introdurre l’impiego della meccanizzazione delle operazioni colturali, ove questo sia compatibile con la tecnica e le motivazioni etiche e culturali dell’agricoltura biologica; razionalizzare e pianificare l’impiego della manodopera;
fornire le conoscenza adeguate per condurre al meglio le operazioni di preparazione, condizionamento e conservazione delle materie prime, finalizzate alla valorizzazione ed alla vendita del prodotto;
Prodotti da raccolta spontanea
Motivazioni e problematiche
quali sono i presupposti fondamentali per l’individuazione del posto idoneo alla raccolta? Quali sono le indicazioni teoriche per la scelta del momento ottimale per la raccolta?
quali sono i vincoli legislativi ed i rischi per la qualità del prodotto in fase di post – raccolta?
Obiettivi
descrivere i punti fondamentali per la scelta e l’individuazione del luogo ottimale per la raccolta e fornire le conoscenze tecniche necessarie per la scelta del momento ottimale per la raccolta;
descrivere le competenze professionali necessarie e le tecniche di manipolazione e preparazione del prodotto nella fase immediatamente successiva alla raccolta;
Preparati galenici ed altri prodotti derivati.
Motivazioni e problematiche
quali sono gli investimenti minimi necessari per le fasi di trasformazione e di estrazione delle materie prime, finalizzate alla valorizzazione del prodotto?
quali sono le competenze e le autorizzazioni necessarie per affrontare al meglio le fasi di trasformazione ed estrazione dei principi attivi? Quali sono le possibili utilizzazioni pratiche dei preparati galenici nelle piccole aziende agricole?
Obiettivi
descrizione ed esemplificazione delle attrezzature necessarie per l’estrazione degli oli essenziali e per l’ottenimento dei più comuni preparati galenici;
individuazione delle competenze professionali e delle autorizzazioni necessarie per la fase di estrazione dei principi attivi dalle piante aromatiche ed officinali, coltivate e/o spontanee.
descrizione dei sistemi e strategie finalizzate alla valorizzazione dei prodotti officinali ottenuti in azienda.
Contenuti
Piante aromatiche e officinali
l’ambiente e l’impostazione dell’azienda finalizzate ad una coltivazione razionale delle piante aromatiche ed officinali, con riferimento specifico al contesto dell’azienda agricola biologica;
trasmettere le informazioni tecniche necessarie per garantire il rispetto delle GAP (Good Agricultural Practice) nella coltivazione delle piante aromatiche ed officinali e la loro razionale utilizzazione nelle fasi di impostazione e gestione dell’azienda agricola biologica;
La scelta delle cultivar in funzione dell’ambiente
Per la coltura delle piante aromatiche ed officinali, molto di più che per ogni altro tipo di coltivazione, è fondamentale che la scelta delle specie da coltivare venga effettuata in funzione dell’ambiente e del suolo esistente in azienda. Questa indicazione di metodo, che deve essere prioritaria rispetto ad ogni altra, si basa su fatti e considerazioni di carattere empirico e sperimentale.
La scelta delle specie e delle varietà in funzione dell’ambiente, è un aspetto fondamentale e critico per ogni tipologia colturale e metodo di coltivazione, tuttavia assume significati e soprattutto implicazioni assai diverse sul reddito finale, a seconda del metodo di produzione che consideriamo. Nel convenzionale si comprendono bene i vantaggi e l’importanza di coltivare specie o varietà ben adattate all’ambiente, ma l’interesse principale dell’imprenditore è quello di soddisfare i requisiti relativi alla quantità di produzione ed agli standard di qualità merceologica vigenti sul mercato di riferimento. Sappiamo anche che la quantità e la qualità merceologica, grazie alle moderne tecniche di produzione, sono requisiti che possono essere raggiunti ormai su suoli ed ambienti molto differenti tra loro, o addirittura utilizzando metodi di coltura in fuori suolo. Ecco che, quindi, il vincolo che lega le varietà coltivate con l’ambiente che le ospita assume un’importanza minore e quasi trascurabile.
Nel biologico la scelta delle varietà che sono più in sintonia con l’ambiente di coltura è certamente una consuetudine più sentita e rispettata, anche se al momento attuale il controllo si ferma al rispetto delle norme dettate dal Regolamento CE 2092/91. Gli Organismi di certificazione del metodo di produzione biologico non hanno gli strumenti tecnici e giuridici per controllare i parametri chimico – fisici e sensoriali. Pertanto, il raggiungimento di standard elevati per quanto riguarda la qualità nutrizionale ed organolettica, pur richiesti dai consumatori, viene lasciato purtroppo soltanto alla buona coscienza ed alla serietà del produttore.
Nelle coltivazioni di aromatiche ed officinali invece questa scelta è assolutamente essenziale: la resa finale e la vendita sul mercato sono condizionate dal contenuto in principi attivi nelle parti della pianta al momento della raccolta (tempo balsamico). Il contenuto in principi attivi, siano essi oli essenziali, alcaloidi, saponine, glucosidi o resine è influenzato in modo decisivo dal terreno e dall’ambiente in cui le piante vengono coltivate. Questo significa che le piante officinali ed aromatiche sono “obbligate” a crescere in un contesto ambientale ben determinato e questo vincolo non è facoltativo ma essenziale per la buona riuscita della coltivazione.
Accanto a questo aspetto di estrema importanza, che regola e condiziona tutta la fase di impostazione aziendale, bisogna anche considerare altri requisiti fondamentali che vengono espressi molto chiaramente nelle GAP. In quanto linee guida di riferimento per la coltivazione delle piante officinali, le GAP forniscono indicazioni generali ma anche abbastanza precise, relative alle scelte da prendere nella fase di impostazione aziendale. Si raccomanda di evitare qualunque rischio derivante da un possibile inquinamento ambientale esistente o potenziale, di mantenere e migliorare la diversità biologica in azienda. Sono questioni che l’agricoltore biologico dovrebbe avere già ben presenti, ma è sempre meglio ricordarle, tanto più quando siamo in presenza di coltivazioni finalizzate all’estrazione di principi attivi che saranno impiegati per scopi farmaceutici, cosmetici ed in misura minore anche mangimistici ed alimentari (integratori e coloranti alimentari).
Una finalità molto importante delle GAP è quella educare il produttore di piante aromatiche ed officinali a conoscere e rispettare le norme igieniche, per limitare al minimo possibile la carica microbica presente sulle piante e su tutte le materie prime prodotte in campo.
Questo è un aspetto di estrema importanza per le aziende certificate biologiche, tanto più che negli ultimi anni si è sviluppata una polemica, tendente a criminalizzare le produzioni biologiche come fonti di infezione da parassiti dannosi per l’uomo. Tralasciando ogni commento sulle possibili strumentalizzazioni che guidano questo tipo di polemiche, sembra importante sottolineare il fatto che i coltivatori biologici devono saper rispondere a questi attacchi dimostrando una crescita delle proprie capacità tecniche e professionali.
Infine, è d’obbligo segnalare una caratteristica peculiare ed assai importante delle piante aromatiche ed officinali: la multifunzionalità e l’ampia gamma di utilizzazioni, che assumono un significato compiuto specialmente all’interno di un’azienda agricola biologica. Al di là di un ovvio e consolidato interesse come coltura principale, queste piante sono estremamente utili anche nella fase di impostazione dell’azienda agricola biologica, soprattutto nel periodo di conversione, per agevolare la transizione da ambienti agricoli eccessivamente semplificati ad un agroecosistema di maggiore complessità e diversità biologica.
I loro effetti attrattivi verso gli insetti utili, in particolare le api, i benefici influssi esercitati verso alcune specie ortive e l’effetto repellente esercitato invece nei confronti di diversi parassiti animali, sono caratteristiche ben note ed ampiamente utilizzate. A questo scopo vengono utilizzate in quantità e qualità la più elevata ed ampia possibile, a seconda dell’habitus della specie (erbaceo, cespuglioso oppure arboreo), in siepi, bordure e piccole “macchie” di vegetazione, luogo di riparo e nutrimento per molti animali utili all’agricoltura.
la ricerca ed il reperimento dei materiali di moltiplicazione
agevolare e guidare la ricerca, il reperimento, la ricoltivazione in azienda dei materiali di moltiplicazione necessari per l’impianto della coltura.
Verificare la possibilità oggettiva di reperire il materiale di moltiplicazione.
Un problema che spesso si presenta è quello della reperibilità del materiale di moltiplicazione, sia esso seme o altri organi vegetativi idonei al trapianto in terra.
Generalmente questo problema si presenta per le piante officinali, poiché per le piante aromatiche è più facile trovare i semi presso i negozi specializzati. Inoltre esiste una buona e capillare distribuzione sul territorio dei vivai che producono piantine di aromatiche già pronte per l’impianto. Al contrario le piante officinali, soprattutto quelle che sono utilizzate anche in altri settori (come succede per la Calendula in floricoltura, la Borragine in orticoltura, la Echinacea nel giardinaggio), presentano sempre difficoltà di reperimento del materiale. Al fine di evitare gravi problemi in seguito, è sempre consigliabile informarsi preventivamente sulle effettive possibilità e sul costo di reperimento del materiale di propagazione, quando ancora si è in una fase di impostazione dell’azienda e di programmazione colturale.
Il primo tentativo da fare in questo senso, anche se talvolta può apparire inutile, è sempre quello di vedere se esistono sementi o materiali di propagazione certificati. Non solo per quanto riguarda la certificazione biologica, che in questa sede viene data per scontata, ma soprattutto per le necessarie garanzie che il prodotto deve fornire in termini di purezza e germinabilità. (l’ENSE per i semi).
In teoria è anche ipotizzabile pensare alla raccolta del materiale da piante presenti allo stato spontaneo. Questa ipotesi di lavoro rende indipendenti dai tempi di ricerca del prodotto sul mercato e dai relativi costi, ma è un sistema dispendioso ed impegnativo dal punto di vista della manodopera. Infatti non sempre è facile trovare sul territorio, senza grandi spese di spostamento degli addetti, una popolazione naturale della specie tanto frequente o diffusa da assicurare una sufficiente quantità di materiale di propagazione.
Generalmente il sistema più usato è fare riferimento ad aziende già esistenti, che già coltivano le specie oggetto della ricerca e che hanno disponibilità di materiale di propagazione da porre in vendita. In questo caso bisogna fare attenzione allo stato sanitario del materiale ed alla salute generale della coltura, al fine di non acquistare materiale che possa poi dare problemi sia dal punto di vista antiparassitario, sia per quanto riguarda la capacità di germinazione e/o di emergenza della coltura in fase di post – impianto. Se si tratta di materiale già a disposizione dell’azienda e derivante da precedenti campagne di raccolta, bisogna allora verificare da quanto tempo il materiale è stato raccolto e quali sono state le modalità di conservazione nel periodo intercorso.
L’ideale sarebbe di poter procedere direttamente ad una raccolta in campo, con la possibilità in questo caso di selezionare il materiale sul momento e verificarne la rispondenza ai criteri di qualità oggettivi e soggettivi previsti dal piano colturale aziendale. Non sempre però è possibile percorrere questa strada, per motivi che possono dipendere sia dalla disponibilità e dalle esigenze di tempo e di organizzazione aziendale di chi vende, sia dalle esigenze dell’azienda che vuole acquistare.
Inoltre, sia nel caso di una raccolta spontanea, sia quando viene effettuato un acquisto oppure una raccolta autorizzata presso un’altra azienda, bisogna considerare anche quali sono gli eventuali trattamenti e le modalità di preparazione del materiale vegetativo, al fine di renderlo idoneo e pronto per la fase di impianto (periodo di quiescenza, pre - germinazione, scarificazione ed altri interventi sui semi, trattamento dei bulbi o tuberi, radicazione delle talee, ri – coltivazione delle piante in vaso), cadenzare in base a questi trattamenti la programmazione colturale e le varie fasi di impianto, valutare i costi connessi a tali operazioni ed ai tempi tecnici che intercorrono tra il reperimento del materiale e la possibilità di procedere alle operazioni di impianto.
Talvolta anche per le piante aromatiche può essere interessante valutare la possibilità di sostituire all’acquisto una raccolta di materiale proveniente da piante madri presenti in natura o coltivate presso altre aziende. Anche se i materiali di propagazione, come abbiamo già detto, possono più facilmente essere reperiti sul mercato sotto forma di semi o di piantine già pronte all’impianto, tuttavia potrebbe essere opportuno confrontare i costi delle due diverse operazioni.
Tale strategia diventa obbligatoria quando costituisce l’unico sistema per reperire un materiale di propagazione certificato biologico.
Per quanto concerne infine le indicazioni di metodo dettate dalle GAP, si raccomanda di utilizzare, per quanto possibile, sempre materiale identificabile e rintracciabile al 100%. Questo materiale deve essere inoltre certificato per la purezza e la germinabilità da Enti riconosciuti a livello Statale e/o Pubblico, il più possibile esente da insetti e malattie e/o da cariche microbiche diverse, suscettibili di inquinare il prodotto nelle fasi colturali successive.
Bisogna procedere ad un severo controllo dei materiali ed eliminare scrupolosamente semi e parti di pianta non corrispondenti con le caratteristiche morfologiche ascrivibili alla specie o varietà desiderata, che possono determinare alterazioni o diminuzioni del contenuto in principi attivi finale.
la gestione della manodopera nelle operazioni colturali e nella raccolta;
introdurre l’impiego della meccanizzazione delle operazioni colturali, ove questo sia compatibile con la tecnica e le motivazioni etiche e culturali dell’agricoltura biologica; razionalizzare e pianificare l’impiego della manodopera;
Le operazioni colturali ed il carico di manodopera
Nel ciclo produttivo delle piante aromatiche ed officinali, esistono alcune fasi dove si concentra l’impiego ed il carico della manodopera. Queste fasi sono sostanzialmente tre: l’impianto, il diserbo e la raccolta. In ognuna di queste tre fasi è opportuno quando possibile sostituire la manodopera con l’impiego di macchine agricole specializzate per tali operazioni colturali. Il processo produttivo prevede naturalmente anche altre operazioni colturali e tutte richiedono un certo impegno di manodopera. Si può citare il reperimento del materiale di propagazione, secondo i metodi già visti in precedenza; il lavoro di preparazione del materiale di propagazione per le operazioni di impianto e di semina; la fertilizzazione del terreno; l’irrigazione; gli eventuali interventi di lotta ai parassiti. Tutte queste operazioni, in modo particolare la fertilizzazione, l’irrigazione e la lotta antiparassitaria, dal punto di vista dell’impegno della manodopera sono voci di minore importanza rispetto alle tre citate inizialmente.
Pertanto gli sforzi relativi all’introduzione, all’impiego razionale della meccanizzazione ed alla programmazione della manodopera devono essere concentrati in queste tre fasi.
La meccanizzazione delle operazioni colturali
Il primo intervento prospettabile dal punto di vista pratico ed economico per quanto riguarda l’introduzione della meccanizzazione è quello relativo alla preparazione del terreno.
La lavorazione principale va eseguita secondo le indicazioni relative al metodo dell’agricoltura biologica, impiegando attrezzi che evitino in linea generale il rivoltamento degli strati profondi del terreno e favoriscano l’arieggiamento, anche in profondità, mediante l’uso di ripuntatori o altri attrezzi idonei.
La preparazione del letto di semina deve essere accurata, utilizzando erpici a molle piuttosto che erpici rotanti o frese, che vanno assolutamente bandite. Tra le operazioni comprese nella fase di preparazione del letto di semina o di impianto ricordiamo l’utilizzo della tecnica di “falsa semina”, che contribuisce in modo determinante alla limitazione delle erbe spontanee indesiderate e quindi anche ad una diminuzione del costo di manodopera.
Altra operazione colturale impegnativa è la semina o trapianto. In questo caso la meccanizzazione completa dell’intervento non è sempre possibile, anche se si stanno sviluppando soluzioni sempre più innovative ed a largo raggio di applicazione. Per la semina diretta in campo si usano seminatrici di precisione, opportunamente regolate per le dimensioni dei semi (tra le quali citiamo: aneto, anice, calendula, camomilla comune, coriandolo, lino, salvia), che consentono enormi risparmi di manodopera.
Per l’operazione di trapianto bisogna distinguere tra le specie che richiedono il trapianto di piantine (assenzio, basilico, borragine, lavanda, malva, melissa, rosmarino, timo), in questa sede non importa se ottenute per via gamica od agamica, e le specie per le quali è possibile o preferito l’impianto diretto in terra di parti di pianta o porzioni di organi sotterranei (camomilla romana, menta piperita, zafferano). Per il trapianto delle piantine esistono trapiantatrici meccaniche, le quali purtroppo non sono sempre applicabili e quindi la possibilità di impiego della meccanizzazione deve essere verificata di volta in volta. Il trapianto delle parti di pianta è sempre manuale, anche se in taluni casi possono essere applicati sistemi volti a ridurre il carico di manodopera necessario.
Altra operazione critica è il diserbo, che nel nostro caso può essere solo meccanico o manuale. Ovviamente devono essere previsti tutti i possibili accorgimenti per limitare il diserbo manuale, che in genere rappresenta in tutti i tipi di coltivazione una delle operazioni più fastidiose e costose. Già si è citato il metodo della “falsa semina”, a cui è bene abbinare, ove ciò è possibile dal punto di vista tecnico, anche la pacciamatura con materiale organico e biodegradabile ed ovviamente l’inserimento della coltura in un adeguato sistema di avvicendamento colturale.
Nella fase di post – impianto, in caso i sistemi precedenti non siano stati sufficienti o applicabili, si interviene generalmente mediante macchine specifiche, come lo strigliatore e i diversi tipi di sarchiatrici, le spazzolatrici ed il metodo del pirodiserbo.
Infine, l’operazione più importante e delicata di tutto il ciclo colturale: la raccolta.
Da un punto di vista generale la raccolta è l’operazione che più di ogni altra ancora richiede l’intervento della manodopera, anche se in molti casi è possibile prevedere l’intervento delle macchine. Bisogna anche qui distinguere tra diversi tipi di raccolta e soprattutto tra le parti di pianta che sono oggetto della raccolta. In genere gli organi più delicati o sensibili o pregiati (fiori, gemme, germogli) vengono raccolti manualmente, perché una raccolta meccanica determinerebbe una riduzione o la scomparsa totale, almeno dal punto di vista commerciale, del valore del prodotto.
Se le parti da raccogliere sono le foglie oppure gli organi sotterranei o la pianta intera, allora è possibile prevedere, con le dovute cautele a seconda dei casi, l’intervento delle macchine.
A questo scopo si usano idonee falciatrici o falcia – caricatrici, quando si prevede di raccogliere il seme, anche le mietitrebbia opportunamente regolate alle dimensioni della semente da raccogliere. Per la lavanda è stato ideato e realizzato un tipo di macchina molto interessante ed efficace denominato motofalciatrice – legatrice.
La razionalizzazione della manodopera è un obiettivo imprenditoriale che deve sempre accompagnare l’introduzione della meccanizzazione. In quelle operazioni colturali per le quali l’uso delle macchine non è proponibile, deve sempre essere posta una particolare attenzione nello scegliere il metodo di intervento che prevede un minore carico di manodopera. Un esempio è l’impianto della camomilla romana, dove si procede al trapianto del materiale di propagazione proveniente dalla divisione del cespo. La logica direbbe che il sistema più sicuro per garantirsi l’attecchimento e l’emergenza delle piantine è quello di trapiantare frammenti di cespo provvisti di gemme e radichette già sviluppate e teoricamente il ragionamento è giusto. L’esperienza ha dimostrato però che il sistema migliore è quello di utilizzare i frammenti di cespo muniti solo di apice vegetativo ancora chiuso. La differenza risiede nel fatto che i frammenti già sviluppati devono essere posati delicatamente nel solco, mentre gli apici vegetativi chiusi sopportano bene anche gli urti. A fronte di un attecchimento di poco inferiore, il secondo materiale ha quindi il grande vantaggio di poter essere lasciato cadere dall’alto sul solco, evitando così un lavoro di trapianto più faticoso e consentendo un minore impegno della manodopera.
Alcune indicazioni sulla scelta del momento ottimale di raccolta
Per quanto concerne ancora la fase della raccolta, è qui opportuno anticipare alcune indicazioni che verranno poi riprese e completate nella parte relativa alla raccolta spontanea. Il punto critico nella fase della raccolta riguarda, come sempre, il momento ottimale di intervento. In questo senso esistono indicazioni di tipo generale ed indicazioni scientifiche specifiche, che forniscono un’idea più precisa di come e quando intervenire su determinate specie officinali.
Gli studi scientifici che sono finora stati effettuati sulla resa del prodotto hanno chiarito per alcune piante quali sono i momenti ottimali ed i parametri da seguire. A seconda dei casi la resa dipende dalla cultivar (camomilla romana a capolino doppio), dalla parte di pianta e/o dallo stadio vegetativo (foglie di un anno per la digitale, raccolta in fine fioritura per la lavanda, in piena fioritura per la menta e la maggiorana, prima che le foglie basali ingialliscano per la melissa).
In questo senso, la scelta delle specie da coltivare va presa anche in funzione delle conoscenze scientifiche disponibili, chiedendo informazioni a tecnici esperti o a centri di ricerca specializzati. Al momento della decisione la preferenza va accordata, a parità di altre condizioni, alle specie di cui si conosce bene il ciclo vegetativo ed i parametri da seguire per individuare il momento ottimale per la raccolta.
le tecniche di preparazione, conservazione e valorizzazione delle materie prime;
fornire le conoscenza adeguate per condurre al meglio le operazioni di preparazione, condizionamento e conservazione delle materie prime, finalizzate alla valorizzazione ed alla vendita del prodotto;
Le operazioni di selezione, trasporto e preparazione del prodotto in post raccolta
Le operazioni di preparazione della materia prima iniziano subito dopo il momento del taglio e costituiscono una fase di estrema importanza per la resa e la qualità finale del principio attivo contenuto nel prodotto. Con il termine preparazione si intendono una serie di operazioni che comprendono nel dettaglio la selezione in campo, il carico nei contenitori o sui mezzi di trasporto, il trasporto in azienda, le ulteriori operazioni di selezione in azienda ed altri eventuali interventi, variabili da caso a caso.
Dato per scontato che le operazioni precedenti siano state effettuate secondo i criteri ottimali e quindi il prodotto sia stato raccolto nel periodo balsamico, nelle prime ore di una mattinata asciutta, immediatamente dopo che la rugiada si è asciugata, a quel punto si può dire di avere in mano un ottimo prodotto, che deve essere subito sottoposto alle fasi di preparazione.
I principi base di queste fasi sono pochi ma sono essenziali:
il raccolto non deve essere esposto al sole per lunghi periodi;
non deve essere ammassato sul campo;
non deve essere compresso nei contenitori per il trasporto.
Subito dopo il taglio viene eseguita la selezione in campo, separando i materiali estranei più evidenti, come le piante di altra specie botanica ed eventuali porzioni di prodotto alterate. Una volta completato il carico del materiale sui mezzi di trasporto, il prodotto deve essere immediatamente avviato al centro aziendale, per ridurre i rischi di alterazione.
Da notare che le operazioni di selezione, carico e trasporto devono essere effettuate in contemporanea alle operazioni di raccolta e non al termine di queste, altrimenti il tempo di permanenza in campo sarebbe troppo lungo. Questo comporta una organizzazione ed un carico della manodopera più elevato, ma è condizione essenziale per la buona riuscita della coltivazione. In sintesi, bisogna assolutamente evitare tutte le operazioni e/o i tempi di sosta che favoriscono la formazione di umidità, come l’ammassamento o la compressione del prodotto appena raccolto, perché in questi casi si creano fermentazioni che alterano in modo irrecuperabile la quantità e qualità dei principi attivi presenti nella pianta.
Le operazioni di essiccazione
Vi sono alcuni casi in cui il prodotto viene utilizzato fresco, come la distillazione o l’estrazione a fresco dei principi attivi, ma nella grande maggioranza dei casi il prodotto, appena giunto in azienda, viene inviato alle fasi di essiccazione.
La prima operazione da fare in azienda è la selezione e vagliatura, allo scopo di individuare ulteriori corpi estranei o alterati nel prodotto in massa. Il prodotto non deve essere mai lavato, per non favorire i difetti di fermentazione prima ricordati. Fa eccezione il caso delle radici, dei rizomi od altre parti coriacee sotterranee, quando sono troppo sporche di terra, per i quali si può prevedere un risciacquo veloce, seguito da un periodo di esposizione al sole o al calore artificiale, al fine di perdere rapidamente l’acqua rimasta in eccesso dopo il lavaggio.
Il processo di essiccazione va condotto tenendo conto di alcuni principi fondamentali. Immediatamente dopo la raccolta prendono il via una serie di reazioni chimiche guidate da enzimi, che in breve tempo portano alla degradazione del materiale vegetale, se nel frattempo non si interviene una tempestiva ed adeguata azione di conservazione.
Il processo di essiccazione “sospende” l’attività enzimatica e blocca i processi di degradazione. L’attività enzimatica si definisce “sospesa” proprio perché la sottrazione di acqua, effettuata con le metodiche ed i parametri operativi di seguito definiti, non distrugge gli enzimi, ma inibisce semplicemente la loro azione. La distruzione completa degli enzimi può avvenire solo a temperature talmente alte e/o condizioni tanto estreme da degradare anche quei principi attivi, che sono l’obiettivo finale della coltivazione.
Dal punto di vista pratico, l’essiccazione può essere condotta con mezzi naturali oppure artificiali. L’essiccazione naturale viene effettuata all’ombra, in luogo ventilato e secco, disponendo il materiale vegetale in strati sottili su graticci, in modo che l’aria possa diffondersi ed attraversare in tutte le sue parti il materiale vegetale. Il sole viene utilizzato solo per le parti più coriacee e resistenti, come alcune radici, le cortecce, i semi.
L’essiccazione artificiale ricorre al calore ed alla ventilazione forzata, con temperature mai superiori a 40 – 45 °C, se possibile comprese tra 25 e 30 °C. In queste condizioni, dopo poco tempo (24 – 48 ore o anche di più, a seconda delle parti di pianta), l’attività enzimatica viene bloccata. Se però in seguito vengono ripristinate condizioni di temperatura e umidità idonee allo sviluppo degli enzimi, le fermentazioni riprendono. Pertanto è importante controllare anche la conservazione del prodotto.
La conservazione del prodotto.
La fase di conservazione inizia quando il prodotto vegetale raggiunge la completa essiccazione. Evidentemente è molto importante riconoscere questo momento, per non anticipare troppo i tempi oppure non occupare invano dello spazio che può essere utile per iniziare un nuovo ciclo di essiccazione. Generalmente lo stadio ottimale si riconosce semplicemente prendendo in mano il prodotto e frammentandolo. Se il materiale si spezza con frattura netta, producendo il caratteristico rumore del ramoscello o della fogliolina secca, oppure non lascia residui di umidità sulla mano, allora il processo si può dire completato.
Quando la pianta o il materiale vegetale ha raggiunto il giusto grado di essiccazione, questo deve passare attraverso altre fasi: la cernita sul secco, le operazioni varie in post essiccazione, la stagionatura.
La cernita sul prodotto secco ha la funzione di eliminare i materiali estranei o alterati sfuggiti alle precedenti operazioni di selezione ed a dividere il prodotto in classi di qualità diversa.
Le altre operazioni possono essere la battitura, la vagliatura, trinciatura, ventilazione, da eseguire sul prodotto prima del confezionamento finale.
La stagionatura è un procedimento che ha lo scopo di stabilizzare il più possibile il prodotto essiccato. Viene effettuata in locali freschi ed al riparo dalla luce, appena arieggiati e soggetti ad una naturale alternanza tra asciutto ed umidità. Lo scopo è di riequilibrare lo scambio di umidità tra le parti troppo secche e quelle ancora umide presenti nella massa, favorendo altresì la formazione di un’uniformità di caratteri che conferisce al prodotto importanti pregi commerciali.
Una volta raggiunta la stabilità ed uniformità dei caratteri, il prodotto viene conservato in attesa della vendita o confezionamento, in locali secchi ed aerati o in contenitori ermetici.
La buona pratica erboristica consiglia di rinnovare tutte le giacenze dopo un anno, al fine di evitare perdite di efficacia ed alterazioni, seppur lievi, che comunque dopo un certo tempo modificano la qualità del prodotto.
Prodotti da raccolta spontanea
quali sono i presupposti fondamentali per l’individuazione del posto idoneo alla raccolta? Quali sono le indicazioni teoriche per la scelta del momento ottimale per la raccolta?
descrivere i punti fondamentali per la scelta e l’individuazione del luogo ottimale per la raccolta e fornire le conoscenze tecniche necessarie per la scelta del momento ottimale per la raccolta;
Introduzione alla raccolta spontanea
La raccolta dei frutti spontanei è una delle prime attività dell’uomo, che la praticava molto tempo prima di scoprire l’importanza dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame. La capacità di discernere le piante utili da quelle indifferenti o velenose è una capacità ed un sapere che è nato e si è evoluto con la civiltà umana. Con il passare del tempo si è perduta però la capacità intuitiva e finemente sensoriale di distinguere le piante “buone” da quelle “cattive”, che si può ancora osservare seguendo il comportamento degli animali al pascolo, ad esempio. Oggi dobbiamo affidarci, purtroppo o per fortuna, solo alla conoscenza scientifica o empirica delle specie botaniche, imparando con attenzione a riconoscere le varie piante in tutti i loro stadi di sviluppo. D’altra parte l’erborista esperto ed appassionato deve possedere, almeno in piccole quantità, entrambe le caratteristiche che sono proprie sia dell’uomo cacciatore – raccoglitore sia dello studioso di botanica. L’erborista deve conoscere le chiavi analitiche ma anche sapersi buttare senza paura e con passione in mezzo alle erbacce spinose, nei luoghi più impervi, per raggiungere il luogo idoneo alla raccolta delle piante officinali spontanee.
Il luogo idoneo alla raccolta
Il primo requisito importante che bisogna rispettare quando si intende praticare la raccolta spontanea è la conoscenza del territorio. Non è pensabile ipotizzare di poter trarre un reddito da una o più giornate di lavoro passate a vagare senza meta, alla ricerca di una o poche piante di una specie officinale. Chi vuole fare l’erborista deve conoscere perfettamente il territorio su cui intende muoversi oppure farsi guidare nella ricerca da qualcuno più pratico dei luoghi.
Una volta che si conosce bene il territorio è necessario saper individuare il luogo migliore per la raccolta. A questo proposito è importante imparare la differenza che in erboristeria esiste tra gli aggettivi frequente, comune ed abbondante, riferiti alla presenza di una determinata specie officinale su un territorio ben delimitato (un comprensorio o anche solo il territorio di un comune). Si dice Frequente una pianta che si trova spesso qua e là, ma come singoli individui o poco più; comune si dice invece di una specie che si trova un po’ dappertutto, in gruppi anche numerosi di individui, ma abbastanza distanziati l’uno dagli altri; con l’aggettivo abbondante si indica una concentrazione di individui, che si forma magari in una sola zona ben determinata del territorio, ma in quel punto è costituita da migliaia e migliaia di esemplari.
Evidentemente l’erborista deve puntare su un luogo di raccolta dove la specie officinale desiderata è presente in modo abbondante, per evitare i lunghi spostamenti ed utilizzare meglio il tempo di lavoro.
Altro particolare di grande importanza è costituito dall’integrità ambientale ed ecologica del posto prescelto. Ancor più del luogo dove vengono coltivate le piante officinali, il sito o il territorio nel quale si intende praticare la raccolta deve essere ben distante da ogni forma di inquinamento.
A tale riguardo non bisogna soltanto considerare la distanza da città, autostrade, aeroporti o industrie, ferrovie o strade a medio – grande percorrenza, ma anche il possibile inquinamento a distanza dovuto a scarichi industriali, urbani ed agricoli. Per quanto riguarda poi i luoghi di raccolta posti nelle vicinanze di colture agricole, bisogna considerare la possibilità di inquinamenti a distanza, mediante prodotti chimici antiparassitari e/o diserbanti trasportati dal vento durante la distribuzione dei trattamenti.
Questo insieme di precauzioni, in talune zone o situazioni, può diventare un fattore limitante, perché restringe anche di molto la superficie territoriale sulla quale è possibile effettuare le operazioni di raccolta. D’altra parte non si può rischiare di raccogliere e destinare al mercato prodotti inquinati da cariche microbiche o prodotti chimici.
Il momento ideale per la raccolta
Una volta individuato il posto giusto, l’attenzione deve spostarsi sul momento ottimale per l’intervento di raccolta che, ovviamente, non si distribuisce su un periodo di tempo molto ampio ma, ad una determinata altitudine e zona geografica, è sempre piuttosto limitato nel tempo.
La raccolta viene effettuata tenendo conto della parte di pianta che interessa ai fini della resa in principi attivi: di volta in volta può riguardare le radici o altri organi sotterranei, le foglie, i rametti, la corteccia, i fiori, le sommità fiorite, i frutti, i semi; oppure due o più di queste parti, oppure la pianta intera, il tutto in funzione della specie e/o dello scopo della coltivazione.
Il momento ottimale per la raccolta in erboristeria si definisce “periodo balsamico” ovvero quel momento in cui la pianta o la parte di pianta interessata dalla raccolta è più ricca in principi attivi.
Abbiamo in precedenza accennato allo stato degli studi scientifici sul momento ottimale di raccolta di ogni singola specie, sottolineando anche il fatto che non esistono studi completi, ma qualche indicazione specifica sparsa qua e là. Prendiamo in esame ora le indicazioni generali di raccolta, che valgono naturalmente anche per le piante officinali coltivate. Le varie parti della pianta hanno periodi balsamici generalmente diversi.
Le radici e gli organi sotterranei si raccolgono in autunno o in primavera: in autunno le radici delle piante annuali o biennali ed in primavera gli organi radicali delle piante perenni. Le cortecce si raccolgono in autunno – inverno. Gli steli e le foglie si raccolgono nel periodo compreso tra il completo sviluppo vegetativo e la formazione delle gemme; fanno eccezione evidentemente le foglie facenti parte delle cosiddette “sommità fiorite” e gli steli delle piante mucillaginose (malva, altea) che raggiungono lo stadio ottimale nelle prime fasi dello sviluppo vegetativo. I fiori e le sommità fiorite si raccolgono nel periodo compreso tra le fasi di bocciolo fiorale e la piena fioritura, comunque prima dell’appassimento dei petali. I germogli ed i frutti si raccolgono nel momento del pieno vigore o della maturazione. I semi si raccolgono nella fase di completa formazione, a partire da quando il colore erbaceo inizia a virare verso la colorazione definitiva e prima che si disperdano nel terreno.
Le piante devono essere raccolte al mattino, con tempo secco, dopo il sorgere del sole e la scomparsa della rugiada. In mancanza di indicazioni specifiche e studi scientifici riferiti alle singole specie, vanno sempre seguite queste indicazioni.
quali sono i vincoli legislativi ed i rischi per la qualità del prodotto in fase di post – raccolta?
descrivere le competenze professionali necessarie e le tecniche di manipolazione e preparazione del prodotto nella fase immediatamente successiva alla raccolta;
Norme legislative nel settore delle piante officinali
La legislazione delle piante officinali, nelle quali in questo caso possiamo far rientrare anche le piante aromatiche, è una normativa estremamente obsoleta che in Italia fa ancora riferimento per l’impianto legislativo fondamentale ad una legge e ad un Regio Decreto del 1931 (Legge 6 gennaio 1931, n.99 e Regio Decreto del 19 novembre 1931, n.1973). Da allora le modifiche sostanziali hanno riguardato soltanto interventi normativi di ambito molto generico, come ad esempio la Legge 30.04.62, n. 283 sulla “disciplina igienica della produzione e della vendita di alimenti e bevande” ed il relativo Regolamento di attuazione, validi evidentemente per tutto il settore agro – alimentare, oppure il Decreto legislativo 26.05.97, n.155 relativo all’autocontrollo igienico delle sostanze alimentari. Gli unici interventi specifici hanno riguardato l’istituzione del Diploma Universitario in Tecniche Erboristiche e qualche precisazione tramite circolari ministeriali sulla Farmacopea Ufficiale e sulle competenze degli erboristi e dei farmacisti.
A livello europeo, esiste una Direttiva del 1976, la 76/768/CEE, dove si tratta della tutela della salute pubblica da eventuali effetti indesiderati o tossici derivanti dall’uso di cosmetici. I riferimenti alle piante officinali propriamente dette sono indiretti e riguardano solo il divieto per i cosmetici di esporre in etichetta o pubblicizzare anche proprietà terapeutiche. Per quanto riguarda le piante officinali utilizzate in cosmetica, la normativa Comunitaria non dà indicazioni specifiche, salvo vietare l’uso di alcune specie ritenute pericolose.
Competenze professionali necessarie per la coltivazione e manipolazione delle piante officinali
Per la legge Italiana, la coltivazione e la raccolta delle piante officinali è demandata a persone in possesso del Diploma di Erborista (Legge 06.01.31 n.99), oggi promosso a Diploma Universitario, mentre la vendita è facoltà che spetta ai farmacisti. La Circolare del Ministero della Sanità del 08.01.81 n.1, ha poi precisato e distinto nello specifico quali sono le piante solo vendibili in farmacia, da quelle che possono essere vendute anche all’esterno.
Risulta chiaro comunque che l’attività di raccolta spontanea, coltivazione e preparazione delle piante officinali non può essere esercitata da chiunque, ma deve sempre avere la supervisione tecnica di un erborista diplomato. Nel caso della raccolta spontanea, è necessaria anche l’autorizzazione del Comune in cui tale operazione viene effettuata.
Unica deroga a questo vincolo è la coltivazione delle piante aromatiche, nel momento in cui vengono destinate ad uso alimentare oppure alla produzione di oli essenziali ed in questo senso vengono equiparate in tutto e per tutto alle produzioni agricole. Ovviamente, quando la coltivazione delle aromatiche è finalizzata alla produzione di preparati galenici e/o terapeutici in genere, ritorna ad essere vincolante la presenza del tecnico erborista e/o del farmacista.
Rischi per la qualità del prodotto nelle fasi di manipolazione e preparazione.
L’attività di raccolta spontanea ha numerosi pregi rispetto alla coltivazione, soprattutto per quanto riguarda le anticipazioni colturali, il lavoro materiale, l’impegno intellettuale ed organizzativo che nel caso della coltura in campo rappresentano dei costi di produzione molto onerosi. Durante tutto il ciclo vegetativo in campo, fino al momento della raccolta, a fronte di costi certi ed in gran parte già sostenuti, si ha una resa in prodotto ed un reddito solo probabile. Nella raccolta spontanea questi costi non esistono, a parte un certo lavoro organizzativo e di ricerca sul territorio, il cui impegno è comunque minimo rispetto all’onere economico ed intellettuale che comporta una coltivazione.
Dalla raccolta in avanti, in generale questa situazione si ribalta. Il produttore – coltivatore di piante officinali, infatti, ha ormai una produzione ed un patrimonio in mano, la cui vendita è già stata di solito concordata e stabilita. Da quel momento in avanti deve sostenere prevalentemente costi di controllo e sorveglianza relativi alla buona conservazione del prodotto.
L’erborista che pratica la raccolta spontanea sa bene già in anticipo che le operazioni potranno essere condotte soltanto manualmente, con un costo molto più elevato rispetto alla raccolta meccanica. Inoltre la pianta in natura si ritrova sempre frammista ad altre specie, la raccolta è spesso disagevole o molto faticosa e solo nei luoghi dove la specie stessa è abbondante si ha la possibilità di raggiungere buoni livelli di redditività finale. Questo contribuisce ad aumentare ulteriormente i costi della raccolta.
Le difficoltà vere e proprie iniziano poi quando il raccolto deve essere trasportato verso il centro aziendale, o presso la sede dove vengono effettuate le operazioni di essiccazione e conservazione del materiale raccolto. Quasi sempre i luoghi di raccolta sono lontani dalle normali vie di comunicazione. La prima difficoltà è quindi quella di portare il prodotto in tempo utile al mezzo di trasporto che attende sulla strada più vicina e da lì trasferirlo velocemente in azienda. Abbiamo già visto la necessità di minimizzare quanto più possibile l’intervallo di tempo tra la raccolta e l’inizio del processo di essiccazione, in questo caso tale necessità diventa un problema vero e proprio.
In alternativa esiste la possibilità di essiccare sul posto il materiale raccolto oppure attrezzare strutture esistenti o realizzate appositamente, a poca distanza dal luogo della raccolta. Questa soluzione è praticabile, ma è anche soggetta all’andamento del tempo atmosferico; in caso di intemperie che sopraggiungono improvvisamente ed in mancanza di idonei ripari, si rischia la perdita di buona parte del prodotto.
Inoltre nel mezzo di un bosco o di un territorio incolto e disabitato non esistono comodità e servizi, piani di lavoro, contenitori e tutte quelle altre attrezzature che rendono semplice l’esecuzione di lavori teoricamente anche complessi. Quindi aumentano parallelamente le perdite in quantità e qualità del prodotto ed il costo finale delle operazioni di raccolta.
I mezzi di trasporto devono essere attrezzati per riparare il prodotto dal sole o dalle intemperie. L’impossibilità di ammassare e comprimere il materiale raccolto, almeno fino a quando è fresco, limita anche la quantità di prodotto trasportabile ed aumenta il costo complessivo del trasporto.
Una volta superate e risolte tutte queste difficoltà, nel momento in cui il prodotto giunge in azienda, le operazioni ed i rischi connessi sono in tutto identiche a quelle già viste per quanto riguarda le officinali coltivate.
Preparati galenici ed altri prodotti derivati.
quali sono gli investimenti minimi necessari per le fasi di trasformazione e di estrazione delle materie prime, finalizzate alla valorizzazione del prodotto?
descrizione ed esemplificazione delle attrezzature necessarie per l’estrazione degli oli essenziali e per l’ottenimento dei più comuni preparati galenici;
Le possibilità di trasformazione ed estrazione dei principi attivi
Dopo aver esaminato quali sono, per un prodotto officinale, le tappe da seguire per la corretta esecuzione delle fasi di coltivazione, essiccazione e conservazione, è possibile prendere in esame le possibilità di estrazione dei principi attivi.
Da questo punto di vista le potenzialità sono notevoli, nel senso che da una stessa materia prima grezza di partenza, può essere ottenuto un gran numero di preparati diversi, che vengono definiti nel gergo erboristico preparati galenici.
Partendo dalle preparazioni più semplici, è opportuno citare subito la possibilità di confezionare il prodotto essiccato tal quale, volgarmente conosciuto in modo generico come “erbe da tisana” ed utilizzato in infusi, decotti o come aromatizzanti in cucina. Questa operazione in effetti non rientra neppure nei suddetti preparati galenici, non comporta una disponibilità di attrezzature particolari e costose, manipolazione di coadiuvanti e sostanze varie usate per l’estrazione. Si basa su semplici interventi di riduzione, triturazione o polverizzazione del prodotto grezzo e successivo confezionamento in idonei contenitori. Queste operazioni, per la loro semplicità, possono essere benissimo eseguite in azienda e costituiscono un primo sistema per valorizzare il prodotto.
La preparazione delle tinture madri è un’altra operazione poco complessa, ma certamente più delicata e che deve essere affidata alla competenza professionale del farmacista. Tuttavia per la sua semplicità può essere anche ottenuta in ambito aziendale o familiare, come spesso difatti succedeva e succede ancora nella medicina popolare. Consiste nell’estrazione del principio attivo a partire dalla pianta fresca o dalla materia prima essiccata, mediante solventi molto comuni e reperibili ovunque. I solventi più usati sono infatti l’acqua, l’alcol e l’olio: a seconda del tipo di solvente utilizzato parleremo rispettivamente di idroliti, alcoliti ed oleoliti. L’attrezzatura necessaria per la preparazione di tinture madri è elementare e non necessita di macchinari costosi e complessi da maneggiare. Si tratta di beute graduate, una piccola bilancia di precisione ed altra vetreria da laboratorio poco costosa e facile da reperire.
Esistono poi un numero elevato di preparazioni galeniche, dagli estratti, alle creme ed agli unguenti, fino a preparazioni miste molto complesse e che necessitano di attrezzature specialistiche e di una competenza tecnica assolutamente riservata ai farmacisti.
Se consideriamo solo le piante aromatiche, si apre però un capitolo a parte, di grande interesse per le piccole e medie aziende agricole, costituito dall’estrazione degli oli essenziali. Infattil’interesse per le aziende agricole, come vedremo nel paragrafo successivo, sta nel fatto che la produzione degli oli essenziali rientra a pieno titolo nelle operazioni agricole e non ha bisogno del supporto professionale e legislativo di un erborista o farmacista in possesso di idonea laurea o diploma.
La stessa produzione in campo, come già visto, può essere equiparata alla produzione agricola, nel momento in cui viene finalizzata alla produzione di aromi da cucina o all’estrazione dell’essenza.
La materia prima per l’estrazione degli oli essenziali è costituita dalla pianta, generalmente fresca o parzialmente essiccata. La massa del prodotto deve essere ovviamente raccolta, manipolata e trasportata sempre seguendo le indicazioni riportate precedentemente. In azienda si procede ad una rapida selezione per eliminare il materiale estraneo oppure alterato e poi si inizia il procedimento di estrazione. L’estrazione degli oli essenziali può avvenire teoricamente a caldo ed anche a freddo, la procedura a freddo però è troppo complessa e poco utilizzata dalle aziende agricole, pertanto faremo riferimento solo all’estrazione mediante calore. L’attrezzatura necessaria ed indispensabile consiste in un distillatore per essenze, comunemente conosciuto come alambicco completo di sistema di raffreddamento, ed una ampolla fiorentina, vale a dire un piccolo separatore di liquidi a diversa densità. Poi serve ovviamente una fonte di calore, che possono essere semplici fornelloni di campagna o qualunque altra fonte di calore che possa riscaldare in modo efficace l’alambicco. Le piante opportunamente preparate, se possibile ridotte in porzioni più piccole, vengono inserite insieme ad una certa quantità d’acqua nel distillatore, il quale viene poi chiuso ermeticamente. Il calore riscalda e fa bollire l’acqua presente nel distillatore ed il vapore acqueo trascina in alto l’essenza contenuta nella pianta. La miscela acqua – essenza, dopo aver attraversato una serpentina di vetro immersa nell’acqua di raffreddamento, ricade nel separatore. Per densità, dopo pochi minuti, l’olio essenziale si separa dall’acqua. Questo sistema di estrazione può funzionare anche in corrente di vapore. In questo caso, la fonte di calore riscalda dell’acqua contenuta in un recipiente ermetico posta a lato dall’alambicco ed il vapore che si forma viene convogliato mediante apposito tubo nella caldaia del distillatore. In questo modo si evitano fenomeni di bruciature del materiale vegetale e la qualità dell’essenza è superiore.
Il processo di distillazione dura in media una o due ore. La resa dell’olio essenziale varia anche in modo sensibile a seconda della specie aromatica e, nell’ambito della singola specie, a seconda della varietà. Altre cause di variazione possono essere indotte dalle modalità e dall’epoca di raccolta, dall’ambiente e dal decorso stagionale.
La quantità di olio per unità di pianta fresca varia enormemente: si passa da rese dello 0,1% (0,1 kg ogni quintale di pianta fresca) fino al 3% delle varietà più produttive di lavanda.
Un primo elemento da sottolineare in questo caso è proprio l’utilizzazione di materiale fresco, che fa risparmiare i rischi, l’impegno di mezzi e di lavoro relativo alle operazioni di conservazione del prodotto. Un secondo grande pregio è quello di aumentare o dilazionare nel tempo la conservazione del principio attivo, in una forma molto pura, che in questo caso è appunto l’olio essenziale. Infine, non da ultimo, va considerato il fatto che questo metodo di estrazione consente di valorizzare una materia prima che sul mercato spunterebbe prezzi molto bassi, trasformandola in un prodotto redditizio e ricercato dai consumatori.
quali sono le competenze e le autorizzazioni necessarie per affrontare al meglio le fasi di trasformazione ed estrazione dei principi attivi? Quali sono le possibili utilizzazioni pratiche dei preparati galenici nelle piccole aziende agricole?
individuazione delle competenze professionali e delle autorizzazioni necessarie per la fase di estrazione dei principi attivi dalle piante aromatiche ed officinali, coltivate e/o spontanee.
descrizione dei sistemi e strategie finalizzate alla valorizzazione dei prodotti officinali ottenuti in azienda.
Competenze ed autorizzazioni necessarie per le fasi di preparazione galenica
Abbiamo già ricordato più volte che la produzione di piante officinali ed aromatiche destinate alla preparazione di prodotti per la cura della salute non è un semplice processo di produzione agricola, ma coinvolge competenze particolari. Questo perché i prodotti destinati a curare le malattie, per definizione devono essere molto più sicuri degli altri e la loro filiera di produzione deve essere tutelata e garantita in ogni sua fase. La produzione, la raccolta e la conservazione devono pertanto essere guidate e certificate dalla presenza di una persona competente e preparata in materia, che è l’erborista. Mentre la preparazione e l’estrazione dei principi attivi sono competenza del farmacista.
OrganicMed, Leonardo Da Vinci 2000-2006