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Unità 16

Introduzione e principi

7. Ortive


Unità 16

Introduzione e principi

Problemi e motivazioni

Quali errori non si devono commettere quando si comincia a coltivare ortaggi col metodo biologico?

Quali requisiti professionali sono necessari all’agricoltore per partire col piede giusto?

Quale dev’essere l’approccio mentale al nuovo metodo di coltivazione?

Cosa c’entra l’etica con le tecniche di produzione degli ortaggi?

Come si dovrebbe affrontare il problema della gestione fertilità del suolo?

Quali vantaggi operativi offre l’orticoltura rispetto alla frutti-viticoltura ed alla coltivazione di seminativi?

Perché sperimentare in proprio.

Qual è la superficie minima per potersi sostenere economicamente?

Quali sono gli aspetti da approfondire riguardo la commercializzazione dei prodotti quando si comincia a praticare orticoltura biologica?

Obiettivi

L’agricoltore che vuole iniziare a coltivare con profitto gli ortaggi col metodo biologico deve possedere una serie di requisiti professionali ed etici: in questa scheda, avvalendosi di esempi specifici per l’orticoltura, vengono approfondite 8 tematiche la cui comprensione è fondamentale perché l’agricoltore possa partire col piede giusto.

Contenuti

Contano più le tecniche che i mezzi tecnici

Quando un ortolano decide di passare dall’agricoltura convenzionale a quella biologica, uno dei più grossi errori che può compiere è quello di non modificare minimamente la tecnica colturale e di pensare che sia sufficiente cambiare la qualità dei tipi di input (fertilizzanti, antiparassitari) che, invece di essere di sintesi, ora diventano solo di origine naturale.

Se l’agricoltura biologica fosse così facile, probabilmente tutti la praticherebbero da tempo con profitto. In realtà, coltivare col metodo biologico è impegnativo, richiede conoscenze multidisciplinari e grande professionalità: più dei mezzi tecnici (pochi), contano le tecniche di coltivazione (numerose) che devono essere particolarmente efficaci per compensare la modesta, o lenta, attività degli input disponibili.

Un esempio per tutti: se si considera il settore della difesa delle colture orticole da insetti ed acari fitofagi, gli antiparassitari più impiegati in Europa risultano essere piretro, rotenone e Bacillus thuringiensis; per diversi motivi la loro efficacia è limitata ed un loro impiego esclusivo consente di controllare meno della metà dei fitofagi di queste colture. Anche aumentando le dosi o il numero delle applicazioni i risultati non migliorerebbero: fitotossicità, aumento della residualità nelle parti vegetali destinate al consumo, selezione di popolazioni di fitofagi resistenti, cieca distruzione di molti organismi utili e, soprattutto, la non sostenibilità ecologica ed economica dell'agricoltura biologica sarebbero le principali conseguenze; cose che, purtroppo, sono già successe e continunuano ad accadere quando la preparazione degli agricoltori è mediocre.

Anche l’approccio alla coltivazione degli ortaggi richiede questa consapevolezza.

Etica e tecnica devono andare a braccetto

L’agricoltura biologica è unanimemente riconosciuta come un metodo produttivo sostenibile, tuttavia non si può parlare di sostenibilità ragionando esclusivamente su concetti tecnici (es. quali prodotti sarebbe bene usare per le fertilizzazioni? Come ridurre il numero di trattamenti antiparassitari?), ma occorre anche considerare una serie di principi etici che siano condivisibili da tutti, agricoltori e non. Essi sono:

cura della terra: l’agricoltura biologica vuole riportare in buone condizioni il suolo ed il territorio, ormai degradati da una pluriennale pratica di coltivazione distruttiva ed inquinante;

cura delle persone: l’agricoltura biologica vuole migliorare la qualità della vita degli agricoltori, dei consumatori, delle generazioni presenti e future, affinché tutti possano beneficiare di alimenti più sani e nutrienti e di un ambiente più salubre;

limite ai consumi ed agli sprechi: l’agricoltura biologica vuole sostituire il consumo intensivo di erbicidi, fertilizzanti, antiparassitari e acqua con tecniche che, impiegando e riciclando risorse interne all’azienda, permettano ugualmente di nutrire le piante e difenderle dai parassiti.

L’etica dunque non è un optional da usare quando fa comodo, ma dev’essere considerata ogniqualvolta l’agricoltore prende una decisione o esegue un’operazione agronomica; vediamo perché e come, servendoci di due esempi:

Le rotazioni.La scelta di avvicendare correttamente le colture in modo da prevenire l’accumulo di parassiti nel terreno, invece di ripetere nello stesso appezzamento la coltivazione di poche specie caratterizzate da parassiti comuni, evita il ricorso ad interventi correttivi drastici come la disinfezione del suolo che implica l’uso di potenti veleni. In questo caso l’agricoltore avrà “cura della terra” perché non introdurrà agenti inquinanti nel suolo, avrà “cura delle persone” perché coltiverà senza usare sostanze nocive alla sua e nostra salute, porrà un “limite ai consumi e agli sprechi” perché risolverà il problema senza ricorrere ad alcun intervento chimico, ma semplicemente eseguendo gli avvicendamenti secondo la buona pratica agronomica.

L’uso della paglia per la pacciamatura. La paglia è un sottoprodotto della coltivazione dei cereali, in zootecnia viene usata come foraggio, ma nella produzione vegetale, purtroppo, è spesso considerata materiale di scarso valore; la possibilità d’impiegarla per il controllo delle malerbe e la difesa del suolo nella coltivazione degli ortaggi, in sostituzione o in modo complementare all’uso di teli, è un’opportunità virtuosa. Eccellenti risultati si riscontrano nella coltivazione di zucca, melone, anguria, zucchino, pomodoro da salsa.

In questo caso l’agricoltore avrà “cura della terra” perché con la paglia proteggerà il suolo dall’azione destrutturante e erosiva delle piogge e del vento, perché a fine coltura la paglia verrà trinciata ed interrata con conseguente liberazione di principi nutritivi e, soprattutto, conversione in humus, perché la paglia rappresenta un’alternativa non inquinante all’uso di diserbanti. L’agricoltore avrà “cura delle persone” perché controllerà le erbe infestanti usando una tecnica che esclude l’impiego di sostanze nocive alla salute (i diserbanti). Infine, porrà un “limite ai consumi e agli sprechi” perché impiegherà in modo intelligente un sottoprodotto della coltivazione dei cereali; perché con l’interramento della paglia restituirà al suolo parte dei principi nutritivi che la coltivazione dei cereali gli avevano sottratto; perché la paglia, intesa come materiale pacciamante, non richiede consumi energetici specifici per la sua genesi, a differenza dei teli; perché la paglia, rispetto ai teli pacciamanti in polietilene, non richiede lo smaltimento in centri di raccolta specializzati; perché se si decide di non interrarla a fine coltura, la paglia può essere raccolta e riutilizzata per le stesse finalità o per fungere da lettiera per gli animali domestici.

Senza queste basi etiche non si può fare vera agricoltura biologica.

La fertilità del suolo non è solo chimica

accettare questo principio non è cosa da poco, in quanto dal punto di vista pratico e psicologico la sua applicazione implica una grande svolta rispetto alla coltivazione col metodo convenzionale.

Cosa cambia? Ogni giorno l’ortolano dovrà pensare, decidere ed agire considerando la fertilità del terreno come l’insieme di tre tipi di fertilità complementari fra loro e legati da molti nodi:

Cosa implicano nella pratica di campo queste tre facce della fertilità?

Fertilità biologica: si può mantenere e migliorare programmando bene l’avvicendamento delle colture ed eseguendo determinate operazioni colturali che producano un aumento della biodiversità nel suolo. Come? Praticando rotazioni lunghe (cioè di almeno 4 anni), coltivando specie che non condividano gli stessi parassiti affinché sia scongiurato l’accumulo nel terreno di organismi nocivi (es. funghi, nematodi), inserendo il maggior numero di sovesci e fertilizzazioni a base di letame o compost allo scopo di mantenere un’adeguata dotazione di sostanza organica nel terreno che, direttamente o meno, costituisce il substrato alimentare della comunità biotica terricola.

Di conseguenza, nel terreno si genererà uno stato di equilibrio fra popolazioni di organismi utili e nocivi che non solo limiterà la comparsa di parassiti dell’apparato radicale, ma anche quello di parassiti che attaccano le parti verdi delle piante e che possono conservarsi da un anno all’altro sui residui colturali (es. Peronospora delle solanacee, Peronospora delle crucifere, Botrite, Antracnosi del fagiolo, ecc.) oppure in una forma resistente alle avversità (es. sclerozio per la Sclerotinia).

Il mancato rispetto delle regole che individuano un buon avvicendamento porterà inevitabilemente ad un accumulo di organismi dannosi nel terreno per cui, anche dopo soli 3 anni di coltivazione, si cominceranno a notare cali produttivi (esempio di cattivo avvicendamento: pomodoro/peperone/cetriolo/fragola).

Per raggiungere questi obiettivi l’agricoltore non potrà prescindere dalla conoscenza di com’è fatto il terreno e di quali sono, e come si comportano, gli organismi che insidiano le sue colture. Occorrerà, quindi, riprendere in mano i libri ed eseguire diverse esercitazioni in campo.

Un’altra cosa da tenere conto è che alcune colture, utili per un’esecuzione corretta della rotazione, potrebbero non essere abbastanza remunerate dal mercato ed altre, come i sovesci, addirittura non commercializzabili; nonostante questo, il passaggio dalla teoria alla pratica dovrà essere gestito in modo economicamente conveniente: cosa non sempre facile, ma comunque possibile.

L’esecuzione delle rotazioni è dunque imprescindibile; essa implica la presenza di spazio, per cui oltre una certa dimensione diventa problematico praticare orticoltura biologica in modo professionale ed economicamente conveniente. Si ritiene che l’estensione minima della superficie agraria utilizzabile per un’azienda a conduzione familiare che viva di agricoltura, coltivi solo in pieno campo (senza serre) e pratichi la vendita diretta dei propri prodotti sia di almeno 3,5 ettari; una buona estensione che permette di eseguire con agilità le rotazioni, inserendo anche molti sovesci, è invece 5 ettari. Superfici maggiori sono necessarie per conciliare rotazioni e redditività nel caso, invece, si lavori per vendere le proprie produzioni alla GDO (sempre senza serre).

Esercizio

Individua un avvicendamento fra colture orticole lungo 5 anni; poi prendi un testo di patologia vegetale ed uno di entomologia agraria ed individua gli organismi dannosi dall’apparato radicale che le colture che hai scelto hanno in comune; dopodiché correggi l’avvicendamento in modo da prevenire l’accumulo di organismi dannosi nel terreno inserendo sovesci o altre colture, ma mantenendo sempre il precedente numero totale di colture da reddito. Ripeti lo stesso esercizio considerando oltre ai parassiti della parte ipogea (es. elateridi, Fusarium, Rizoctonia), anche quelli della parte epigea (es. Sclerotinia, Peronospora).

Fertilità fisica: nell’agricoltura convenzionale è stata spesso sottovalutata perché si tendeva a mantenere un’accettabile struttura del terreno solo per mezzo di interventi correttivi (es. arature molto anticipate, energiche fresature, ripetute sarchiature, impiego di macchine molto potenti) trascurando invece l’importanza delle proprietà dell’humus che migliora e rende più stabile la struttura. Col metodo biologico l’agricoltore dovrà:

dedicare una grande attenzione al benessere dell'apparato radicale delle piante (che a sua volta influenza il benessere generale delle piante) e quindi far sì che la porosità del terreno sia tale da garantire un’adeguata presenza di ossigeno ed acqua per i processi vitali delle radici e degli organismi terricoli: questo in pratica si otterrà lavorando il terreno in tempera, usando macchine poco pesanti, eseguendo interventi correttivi (es. sarchiature), proteggendo il suolo con la tecnica della pacciamatura, consociando le colture, irrigando a goccia, oppure anche a pioggia ma con attrezzature che minimizzino l’azione battente delle gocce sul terreno (es. microsprinklers);

fare il massimo per mantenere o migliorare il contenuto di sostanza organica/humus del terreno e dunque indirizzare in questo senso le scelte operative in fatto di fertilizzazioni, avvicendamenti, lavorazioni.

In conclusione, sul piano pratico, la soluzione del problema “fertilità fisica del suolo” ruota intorno alla presenza di humus ed alle pratiche colturali ad esso connesse che dovranno essere apprese dall’agricoltore ed eseguite in modo efficiente ed economicamente conveniente.

Esercizio

Preleva in modo non distruttivo (aiutati con una vanga) due piante appartenenti alla stessa specie (vanno bene anche le malerbe): la prima cresciuta in un terreno ben strutturato, la seconda in un terreno costipato; dopodiché descrivi, confronta e spiega la differente morfologia dei due campioni.

Fertilità chimica: passando a coltivare col metodo biologico l’agricoltore non si troverà più ad avere a disposizione concimi a pronto effetto (es. nitrato d’ammonio) che gli consentivano di effettuare interventi dal risultato immediato, in particolare con la coltura in crescita; la disponibilità di principi nutritivi ora dipenderà dalla mineralizzazione della sostanza organica presente nel terreno, processo svolto da organismi che hanno bisogno di un’adeguata presenza di ossigeno, acqua e temperatura: la fertilità chimica del terreno dipenderà dunque anche da quella fisica e biologica. Pertanto occorrerà mettere a disposizione delle colture adeguate quantità di sostanza organica in un terreno ben strutturato. Come? Non si opererà più col vecchio criterio dell’anticipare i nutrienti alle colture tramite l’uso di fertilizzanti facilmente mineralizzabili, ma col criterio di restituire al terreno quel quantitativo di humus che ogni anno si mineralizzerà, obiettivo che implica il calcolo del bilancio umico (K1 e k2), una grande attenzione alla qualità delle lavorazioni eseguite e, laddove non siano disponibili letame o compost, un’attenta programmazione degli avvicendamenti affinché siano inclusi molti sovesci.

Non va dimenticato che solo una minima parte della sostanza organica interrata da un sovescio o una letamazione si umifica (al massimo ri raggiunge il 30% della sostanza secca), mentre il resto dopo poche settimane inizia liberare buone quantità di principi nutritivi a cui si aggiungono quelle che ogni anno derivano dalla mineralizzazione dell’humus (cioè l’1,8-2,5% della dotazione in humus del terreno, a seconda si passi da un terreno caratterizzato da una elevata presenza di argilla ad un terreno con molta sabbia).

In pratica, bisognerà che l’agricoltore coltivi il terreno:

fertilizzando le colture con sostanza organica umificabile (cioè soprattutto letame o compost) ed impiegando solo all’occorrenza fertilizzanti organici commerciali (es. pellettati vari, sottoprodotti della macellazione);

inserendo frequentemente sovesci negli avvicendamenti: è auspicabile che si arrivi a farne almeno uno ogni due anni per appezzamento, se non si riesce ad usare regolarmente letame o compost;

minimizzando le perdite indesiderate di humus e cioè evitando di:

Dinamismo

lortaggio, in quanto coltura erbacea annuale (sono rare le poliennali), offre all’agricoltore un grande vantaggio rispetto al collega che coltiva piante arboree o seminativi: gli dà la possibilità di scegliere fra più di 40 specie vegetali appartenenti a più di 10 famiglie diverse.

In pratica, in orticoltura si ha la possibilità di:

diversificare la produzione (e quindi adeguarsi con più facilità alle richieste del mercato);

ottenere più raccolti in un anno nello stesso appezzamento (a seconda del clima, ci sono colture che in soli 30-40 gg. sono già pronte per la commercializzazione, es. lattuga, spinacio, cetriolo, zucchino)

beneficiare di un buon numero di varietà caratterizzate da resistenza o tolleranza a diversi parassiti

diversificare la gestione agronomica del suolo con benefici:

Esercizio

Fa’ un’indagine, servendoti di internet o contattando le ditte sementiere, di quali sono le resistenze/tolleranze ai parassiti per le quali sono commercialmente disponibili le sementi delle principali orticole coltivate nella tua regione

.

Esercizio

Individua il maggior numero di combinazioni agronomicamente corrette che consentano la coltivazione di più specie orticole nello stesso anno nel medesimo appezzamento; puoi considerare anche il sovescio come se fosse una coltura da reddito.

Conoscere per operare in modo consapevole ed autonomo

questo motto deve diventare una delle caratteristiche che qualificano l’agricoltore che coltiva col metodo biologico. Non ci sono mezzi correttivi per la gestione della fertilità e la difesa dalle avversità (insetti, patogeni e malerbe), pertanto va enfatizzata la “cultura della prevenzione” che passa obbligatoriamente per la conoscenza: di conseguenza gli sprechi (di acqua, energia), l’uso di macchine e mezzi tecnici (input), il mancato raccolto (perdite pre-raccolta) e le perdite in post-raccolta diminuiranno. È bene ricordare che il reddito di un agricoltore deriva, oltre dalla produzione lorda vendibile, anche dai costi (fra cui vi sono gli sprechi, gli input ed il mancato raccolto).

Operare in modo consapevole” significa che qualsiasi operazione va eseguita solo se ben compresa, anche per quanto riguarda le conseguenze che implica (si ricordi il motto “tutto influenza tutto”); dalla consapevolezza, poi, deriva una maggiore autonomia operativa che porta sempre all’efficienza ed al risparmio.

In pratica, all’agricoltore si chiede di:

sapere cos’è il terreno, com’è fatto, come vive;

saper riconoscere le malerbe, gli organismi utili e quelli dannosi;

eseguire regolarmente il monitoraggio;

avvalersi, soprattutto per imparare, di assistenza tecnica qualificata ed indipendente;

operare tenendo sempre conto che “tutto influenza tutto”;

aumentare la propria autonomia dai fornitori di mezzi tecnici e macchine agricole;

cominciare ad autoprodursi parte delle sementi e dei fertilizzanti;

limitare gli sprechi;

favorire il maggior numero di sinergie all’interno della propria azienda (es. in assenza di bestiame in azienda scambiare foraggio con letame, usare assieme ad altri agricoltori la stessa trapiantatrice, allevare animali per la produzione di carne/uova/letame ed alimentarli coi sottoprodotti della produzione delle proprie colture da reddito).

Esercizio

Individua il maggior numero di sinergie tra la coltivazione di determinate specie orticole e l’allevamento di animali (galline, oche, maiali, cavalli, bovini, ecc.); dopodiché cerca di quantificare il maggiore risparmio (o il maggiore guadagno) che viene prodotto rispetto alla situazione in cui è assente la sinergia.

Sperimentazione

per quanto riguarda la scelta varietale, vista la modesta quantità di informazioni disponibili specifiche per l’agricoltura biologica, resta sempre importante continuare quel lavoro sperimentale “fai da te” iniziato dai primi agricoltori biologici e finalizzato alla verifica dell’idoneità di alcune varietà alla coltivazione col metodo biologico. Non è cosa facile, ma alla portata di tutti e dai risvolti pratici gratificanti.

Ogni anno, pertanto, si consiglia di organizzarsi per affiancare la coltivazione di varietà ben conosciute a quella di varietà meno conosciute (vecchie o di recente comparsa nel mercato delle sementi); bastano poche piante. Infatti, non sarebbe la prima volta che si scopre che una vecchia varietà si adatta meravigliosamente alla coltivazione col metodo biologico, che ha un buon sapore ed è sufficientemente produttiva.

Alcuni parametri su cui concentrare le proprie osservazioni:

resistenza agli stress biotici (parassiti) ed abiotici (temperature estreme, siccità, ecc.);

produttività;

rusticità (quanto sono esigenti dal punto di vista nutrizionale?);

possibilità di produzione autonoma della semente (meglio puntare solo su varietà pure o l’ibrido è decisamente migliore?);

precocità (comincio prima a vendere);

sapore;

conservabilità (deperibilità);

tipicità (valore culturale);

altre caratteristiche merceologiche (pezzatura, estetica, manipolabilità),

adattamento alla trasformazione (vanno bene per fare passate, conserve, sottolio?).

Per quanto riguarda fertilizzanti e fitofarmaci, il lavoro “fai da te” di valutazione della loro efficacia è molto più difficile e dovrebbe essere eseguito con la collaborazione di un tecnico di un istituto di ricerca. La cosidetta research on farm” è una pratica che recentemente è stata molto rivalutata soprattutto nel settore dell’agricoltura biologica, e pertanto, anche nel caso di fertilizzanti e fitofarmaci molte università ed istituti di ricerca cercano volentieri agricoltori con cui eseguire prove sperimentali.

Esercizio

Scegli una specie orticola importante per l’economia della tua regione ed esegui, facendoti aiutare dal tuo insegnante, un confronto varietale fra almeno 3 diverse cultivar. Scegli tu i parametri da valutare. Basta una sola replicazione.

La vera ricchezza sta nella diversità

è uno dei motti più importanti dell’agricoltura biologica e farlo proprio è fondamentale per operare nella direzione giusta.

Alcune regole per aumentare la diversità nella propria azienda:

no alle rotazioni brevi

no alle monocolture (specializzazione)

no agli appezzamenti troppo grandi

no alla geodisinfezione

sì alle consociazioni

sì alla coltivazione a strisce

sì ai sovesci

si al letame e compost

sì alle infrastrutture ecologiche (siepi, fossi, stagni, fasce inerbite, ecc.)

sì alla produzione vegetale affiancata alla produzione animale (no alla specializzazione, sì all’indirizzo produttivo)

Commercializzazione

prima di cominciare a coltivare ortaggi, è di vitale importanza individuare il canale attraverso il quale vendere le proprie produzioni: sarà la vendita diretta, a cooperative di produttori, a società che operano nella grossa distribuzione organizzata?

Spesso le informazioni raccolte consultando altri colleghi, le organizzazioni di categoria, oppure frequentando corsi e convegni non bastano a chiarire le idee sulla via migliore da intraprendere; sarebbe utile arricchire sempre queste coscienze con quelle che si possono ricavare da viaggi-studio e visite ad aziende biologiche affermate, magari situate anche in altre regioni o all’estero.

Infatti, anche se non è cosa facile, occorre cercare di uscire dal “provincialismo” che caratterizza l’imprenditorialità della maggior parte degli agricoltori per spingersi oltre i confini della propria azienda o del proprio paesello alla ricerca di nuove idee ed alla conoscenza di altre esperienze. A tal fine si consiglia di dedicare ogni anno almeno 3 giorni alla visita di aziende dalle caratteristiche strutturali simili alla propria (per estensione, indirizzo produttivo, numero di lavoratori, ecc.), ma organizzate in modo diverso sia dal punto di vista commerciale (es. si pratica la vendita diretta o alla GDO?), sia agronomico (es. si praticano molte colture o sono specializzate su poche? Ci sono anche animali? Ci sono serre?): c’è sempre molto da imparare dall’esperienza altrui.


Unità 17

Pomodoro, peperoni e melanzana

Quale rotazione?

Il principale criterio è “mantenere la fertilità biologica del suolo”, soprattutto per prevenire l’accumulo di parassiti delle colture, in particolare i funghi patogeni dell’apparato radicale: a tal fine va evitato l’avvicendamento con le cucurbitacee, le altre solanacee e la fragola a causa della condivisione di molti parassiti. In pieno campo la gestione della rotazione va eseguita tenendo d’occhio anche gli elateridi (Coleoptera, Elateridae) che, pur essendo un problema meno frequente rispetto a quello degli altri parassiti dell’apparato radicale, sono piuttosto fastidiosi nella coltivazione di pomodoro e peperone.

Quale fertilità?

Sia in pieno campo che in coltura protetta, la regola è quella di far precedere la coltivazione delle solanacee da una letamazione, eseguita a fine inverno, oppure da un sovescio in cui sono presenti anche le leguminose.

Vediamo come:

se la coltivazione delle solanacee fosse primaverile si può eseguire un sovescio autunno-vernino con segale (oppure orzo) + veccia vellutata (130 + 30 kg/ha), oppure loiessa + veccia vellutata (20 + 30 kg/ha) che si possono seminare già a fine estate (verso metà settembre in pianura padana PP);

se la coltivazione fosse estivo-autunnale si può eseguire un sovescio primaverile con una graminacea o brassicacea (es. avena, loiessa, senape bianca, Brassica juncea) consociata ad una leguminosa (es. favino, veccia sativa, pisello proteico) che si può seminare già a fine inverno (febbraio/marzo in PP);

se la coltivazione fosse autunnale si può eseguire un sovescio estivo di leguminose con Vigna sinensis o trifoglio alessandrino puri, oppure una siderazione1 con sorgo sudanese, panìco, miglio, grano saraceno puri (non consociati alle leguminose perché troppo competitivi rispetto ad esse) che si possono seminare già a giugno (esperienze maturate in PP).

Se non ci fosse abbastanza tempo per fare un sovescio prima della coltura, si eseguirà una fertilizzazione a base di letame o compost maturi (es. almeno 300 q/ha di letame bovino). In caso contrario (e come ultima scelta) s’interrerà un fertilizzante organico commerciale (es. stallatico pellettato).

A seconda delle analisi del terreno, si potranno fare delle fertilizzazioni di fondo con solfato di potassio e/o fosfati minerali, ma sempre con moderazione. Si tenga conto anche della capacità che le leguminose del sovescio hanno di mobilizzare il fosforo presente nel suolo in una forma poco solubile. In ogni caso, prima di decidere quanto fertilizzante impiegare, si chieda consiglio ad un tecnico indipendente.

Come regola non si eseguiranno fertilizzazioni in copertura, fatta eccezione nel caso di gravi motivi legati a inaspettati stress delle piante (es. eventi climatici estremi, forti attacchi parassitari). A tale proposito, non si dimentichi che, oltre alla mineralizzazione della sostanza organica interrata col sovescio, letame, ecc., volenti o nolenti, ogni anno nel terreno si mineralizza anche una frazione di sostanza organica stabile (humus) liberando principi nutritivi2.

Eccezione: se la coltivazione delle solanacee dovesse seguire quella di una coltura che lascia un’apprezzabile fertilità residua (es. mais, leguminose), come sovescio autunno-vernino potranno essere impiegate anche una graminacea o una crucifera in purezza affinché fungano da catch crop e vengano interrata giovani, cioè prima della formazione della spiga (es. coltivo patata da marzo ad agosto, a metà settembre semino un sovescio di loiessa o colza che interro ai primi di aprile per procedere poi col trapianto del melone alla fine di aprile).

Nella coltivazione delle solanacee i sovesci sono molto utili anche dal punto di vista fitosanitario3 ed è bene eseguirli anche in coltura protetta: se ci fossero problemi per quanto riguarda la gestione di questo tipo di coltivazione nei tunnel e nelle serre (es. perché dalle dimensioni ridotte) non resta che procedere con l’interramento anticipato di letame/compost o, alla peggio, di fertilizzanti commerciali.

Nelle coltivazioni primaverili, nel caso il terreno fosse ancora freddo e di conseguenza l’attività di mineralizzazione della sostanza organica da parte dei microrganismi fosse lenta, si può “aiutare” la coltura interrando in pre-trapianto una manciata di pollina che funzionerà da starter.

Tecnica colturale

Non differisce molto da quella normalmente praticata in agricoltura chimica/convenzionale se non, talvolta, per la minore densità d’investimento praticata nel biologico.

A causa dell’elevata sensibilità alla Phytophtora infestans il pomodoro da mensa viene coltivato solo in serra.

Peperone e melanzana possono essere coltivate con profitto sia in serra che in pieno campo, secondo ragioni d’opportunità commerciale; tuttavia, nelle zone in cui imperversa la piralide del mais (Ostrinia nubulalis) il peperone viene spesso coltivato in serre nella quali le aperture sono protette da apposite reti anti-insetto. Per quanto riguarda il peperone, nelle coltivazioni di piano campo è bene usare varietà poco predisposte alle scottature da colpo di sole.

Anche la coltivazione del pomodoro da salsa riesce bene in serra, ma si tende ad effettuarla in pieno campo a causa della bassa densità d’investimento, poco conveniente da realizzare in coltura protetta ed è giustificabile solo in caso di produzioni vendute direttamente dall’agricoltore o di coltivazioni in zone non vocate (per es. perché relativamente piovose e, dunque, favorevoli alla Phytophtora infestans).

Molto diffuso, nel pomodoro da mensa, è l’uso dei bombi per l’impollinazione della coltura.

In serra, nel caso di trapianti di fine inverno/inizio primavera, spesso è utile proteggere le piante dalle basse temperature con dei piccoli tunnel in polietilene o “tessuto-non-tessuto”, finché il pericolo di gelate è passato e lo sviluppo delle piante lo consente.

Nella coltivazione di pieno campo, le solanacee si avvantaggiano molto della pacciamatura sulla fila (si cerchi di eseguirla con teli biodegradabili in amido di mais o cellulosa), abbinata alla paglia stesa sull’interfaccia tra la pacciamatura e l’inizio dell’interfila4.

Irrigazione

Deve essere sempre eseguita a manichetta e mai a pioggia, perché quest’ultima facilita l’infezione da parte di patogeni molto virulenti come alcuni i funghi e batteri (vedi tab. 2), soprattutto nel caso di Phytophtora infestans su pomodoro. Con l’irrigazione a manichetta, inoltre, è più facile gestire l’umettamento del suolo e prevenire squilibri idrici che predispongono queste colture (in particolare il pomodoro e il peperone) alla fisiopatia del “marciume apicale”. Fra le tre colture, quella che ha meno problemi nel ricevere l’irrigazione a pioggia è la melanzana.

Cultivar

La scelta della varietà dipende da fattori legati al destino commerciale delle produzioni, alle caratteristiche del clima e del terreno, alla presenza di resistenze/tolleranze ai parassiti e alle fisiopatie (tab. 3). È possibile la coltivazione anche su portinnesti resistenti (tab. 4).

Patologie

Queste le più frequenti nelle nostre zone (pianura padana)

Tracheomicosi

Agenti questa categoria di malattie sono i funghi Fusarium oxysporum, Verticillium dahliae e Verticillium albo-atrum.

A causa della loro polifagia e della capacità di sopravvivenza nel terreno, questi patogeni si controllano con l’esecuzione di lunghe rotazioni (5 anni), avvicendando colture non ospiti ed eseguendo tutte le pratiche possibili che favoriscano il mantenimento (o il miglioramento) della fertilità biologica del suolo5. Infatti, l’attività di una popolosa e diversificata comunità microbica del suolo costituisce un potente antidoto contro le infezioni da questi patogeni. Lo sviluppo dei funghi agenti di tracheomicosi è favorito anche dalla presenza di terreni che tendono ad essere asfittici (attenzione, dunque, al mantenimento di una buona struttura!).

Sono commercialmente disponibili varietà tolleranti/resistenti a questo parassita (tab. 3 e 4).

La coltivazione su portinnesti selvatici resistenti, così come l’impiego di cv. tolleranti/resistenti, hanno senso solo se considerate come misura preventiva di difesa della coltura nell’ambito di un buon programma di rotazioni; non vanno bene, invece, quando sono considerate come misura correttiva (cioè in presenza di terreno già infestato da questi patogeni) in un contesto di monosuccessioni di solanacee o di rotazioni poco ampie e diversificate (vedi tab. 2): il rischio che si corre è quello di facilitare lo sviluppo di popolazioni di patogeni talmente virulenti che “rompono” la resistenza della cv. (questa considerazione vale anche per le cv. resistenti agli altri organismi dannosi).

Cancrena pedale del peperone

Agente di questa malattia è il fungo Phytophtora capisci: si tratta di un fungo terricolo la cui attività è favorita dall’elevata umidità del terreno, ristagni d’acqua, temperature comprese tra 10 e 35°C, con optimum a 28°C e una cattiva gestione delle rotazioni; la coltura più colpita è il peperone (tab. 1).

Non esistono organismi utili o antiparassitari naturali capaci di contenerne le infezioni, pertanto il parassita viene controllato solo per mezzo di quelle tecniche agronomiche che mirano a mantenere una buona fertilità fisica e biologica del suolo permettendo alle piante di crescere in un terreno ben strutturato (e quindi privo di ristagni d’acqua) ed in cui viva una popolosa e variegata comunità microbica in grado di contenere con azioni di competizione, antibiosi e parassitismo Phytophtora capisci. Nella pratica di campo, questi obiettivi si perseguono grazie all’esecuzione corretta degli avvicendamenti e di un programma di fertilizzazioni attento al bilancio umico (uso di sovesci, letame e compost).

Nel caso, sventuratamente, la malattia dovesse fare la sua comparsa in azienda (non si può escludere che provenga anche dal vivaio!) non resta che abbandonare la coltivazione di colture sensibili (la melanzana e le cucurbitacee) nell’appezzamento infettato per 5 anni.

Sono commercialmente disponibili varietà tolleranti/resistenti a questo parassita (tab. 3 e 4).

Cladosporiosi

Agente questa malattia è il fungo Cladosporium fulvum: si tratta di un parassita che si sviluppa su pomodoro, soprattutto coltivato in serra, in presenza di persistenti elevate umidità ambientali (90%) e temperature miti (fatica a svilupparsi a temperature superiori ai 27°C). Infatti, i sintomi della malattia compaiono solitamente a fine estate/inizio autunno; se questo accade in primavera, significa che l’arieggiamento della coltura è stato gestito male.

La migliore tecnica di controllo della cladosporiosi è la prevenzione, occorre cioè ridurre il numero di ore in cui l’umidità si mantiene elevata, cosa non facile, soprattutto quando ci si trova di fronte a piante bene sviluppate (già alte quasi 2 metri) in un periodo in cui il fotoperiodo si accorcia e, dunque, aumenta il numero di ore con umidità elevata. La soluzione, allora, è curare bene la ventilazione della coltura: in altre parole, occorre tenere spalancate le aperture laterali e le testate delle serre il più a lungo possibile, eseguire la potatura verde eliminando le foglie dei palchi basali, eseguire regolarmente la scacchiatura (eliminazione dei getti ascellari), ridurre la densità d’impianto, coltivare pomodoro solo in serre o tunnel che permettano una buona gestione della ventilazione (grandi volumi, ampie aperture).

La cladosporiosi si può controllare anche con trattamenti preventivi a base di rame che, però, ad un certo punto non si possono più fare perché questo anticrittogamico è fitotossico per i fiori ed ha ben 20 giorni di tempo di carenza.

Sono da evitare l’irrigazione a pioggia e tutte quelle pratiche che possono limitare l’arieggiamento della coltura e, di conseguenza, ritardare l’asciugatura della vegetazione dopo una pioggia (in pieno campo) o un fenomeno di condensa notturna (in serra).

Sono commercialmente disponibili varietà tolleranti/resistenti a questo parassita (tab. 3 e 4).

Peronospora

Agente questa malattia è il fungo Phytophtora infestans: si tratta di un fungo assai virulento che diventa infettivo in presenza di elevate umidità ambientali, piogge frequenti ed un velo d’acqua sulla vegetazione.

Fra le solanacee le colture interessate dalle infezioni di questo patogeno sono il pomodoro e la patata; particolarmente colpito è il pomodoro da salsa.

Il controllo diretto con ripetuti trattamenti a base di rame è efficace solo se abbinato a tutte quelle pratiche agronomiche che mirano a creare un habitat poco favorevole al patogeno: l’allargamento dell’interfila (accelerare l’asciugatura della vegetazione dopo una pioggia o la condensa notturna), la pacciamatura con la paglia (evitare il contatto della vegetazione col terreno bagnato), la coltivazione in serra (in serra non piove), l’irrigazione a manichetta (evitare che la vegetazione si bagni), la coltivazione del pomodoro in appezzamenti lontani da quelli di patata (in PP la coltivazione della patata inizia 5-7 settimane prima di quella del pomodoro da salsa). Da evitare, dunque, sono l’irrigazione a pioggia, la coltivazione in pieno campo in zone piovose e tutto ciò che può limitare l’arieggiamento della coltura e dunque ritardare l’asciugatura della vegetazione dopo una pioggia o la condensa notturna.

Non si annoverano varietà tolleranti/resistenti Phytophtora infestans se non alcune varietà tolleranti nella patata.

Virosi

Agenti questa categoria di malattie sono numerosi virus (tra parentesi l’organismo vettore):

In coltura protetta, l’uso di reti anti-insetto (a maglia fitta, 2 mm x 1 mm, soprattutto contro gli afidi), finalizzato all’esclusione fisica del vettore dalla coltura, è una pratica sconsigliabile a causa delle forti alterazioni del clima che produce (aumenta notevolmente l’umidità e la temperatura col conseguente rischio di sviluppo di malattie parassitarie o di fitofagi termofili come gli acari, i tripidi e gli aleirodidi) e della sua insignificante selettività verso i nemici naturali dei fitofagi anch’essi esclusi dalla coltura: i costi superano i benefici. Si raccomanda, invece, di gestire al meglio il monitoraggio ed il controllo dei vettori delle virosi e di espiantare le piante sintomatiche (non si può escludere che esse provengano, già malate, dal vivaio o che il seme fosse già infetto).

Le piante affette da virosi non si possono curare.

Sono commercialmente disponibili varietà tolleranti/resistenti a questo parassita (tab. 3 e 4).

Batteriosi

Le specie più pericolose appartengono ai generi Pseudomonas, Xanthomonas, Clavibacter, Erwinia.

Le infezioni sono favorite da temperature medio-alte (>20°C), persistente elevata umidità ambientale, presenza di un velo d’acqua sulla vegetazione (pioggia o condensa) e ferite. I batteri penetrano nelle piante attraverso le aperture naturali (es. stomi) o le ferite, soprattutto veicolati dall’acqua o, comunque, da liquidi (es. essudati).

È possibile che il seme sia già contaminato: attenzione dunque alla qualità dei fornitori o all’autoproduzione della semente.

Le colture vanno protette con trattamenti preventivi a base di rame che, comunque, ha un’azione limitata. L’uso del rame va sempre abbinato ad altre misure di profilassi come l’uso di semente sano, le rotazioni (il patogeno si conserva anche nei residui colturali infetti), l’aumento della ventilazione della coltura (densità, larghezza delle interfila, potatura verde), l’irrigazione a manichetta, l’esecuzione di lavorazioni (es. sarchiature) da fare sempre con vegetazione asciutta per impedire che si formino microferite nelle piante che facilitino l’infezione batterica.

Sono commercialmente disponibili varietà tolleranti/resistenti a questo parassita (tab. 3 e 4).

Fitofagi

Questi i più frequenti nelle nostre zone (pianura padana):

Afidi:

Tetranychus urticae (Acari, Tetranychidae) (in eng. two-spotted spidermite)

E' un problema sopratutto in coltura protetta su melanzana e peperone; si controlla bene in primavera ed autunno eseguendo introduzioni ripetute (preventive o curative) del predatore Phytoseiulus persimilis (Acari, Phytoseiidae); invece, d’estate, quando il clima è troppo caldo e secco per l’ausiliare (T>32-33°C, UR<65-70%) sono molto efficaci ripetute bagnature soprachioma eseguite con un impianto tipo fogger o con microsprinklers, esse hanno un buon effetto di contenimento anche verso l’oidio (in eng. Powdery mildew)7 che, comunque, è un patogeno minore per le solanacee. Nelle coltivazioni di pieno campo Tetranychus urticae occasionalmente è un problema, in genere quando le estati sono siccitose e sopratutto laddove le infrastrutture ecologiche (quali habitat per il rifugio e la moltiplicazione dei suoi nemici naturali) sono assenti o poco efficienti ed il controllo naturale, quindi, stenta ad attivarsi.

Aleirodidi (Hemiptera, Aleyrodidae) (in eng. whiteflies)

Possono essere un problema, soprattutto in coltura protetta, su pomodoro e melanzana; si controllano con introduzioni ripetute di parassitoidi che normalmente sono Encarsia formosa (Hymenoptera, Aphelinidae) e Eretmocerus mundus (Hymenoptera, Aphelinidae) nel caso il fitofago sia rispettivamente Trialeurodes vaporariorum oppure Bemisia tabaci/argentifolii le introduzioni ripetute possono essere preventive o curative. Su pomodoro funzionano bene anche i lanci inoculativi di Macrolophus caliginosus (Hemiptera, Miriade), all’occorrenza abbinato ad alcune introduzioni di Encarsia o Erertmocerus8. Nelle nostre regioni (dalla PP a tutto il centro-sud Italia) il clima è favorevole alla sopravvivenza invernale del Macrolophus in azienda purché non siano eseguiti trattamenti insetticidi non selettivi e siano disponibili in loco adeguate piante ospiti (anche spontanee, per es. Solanum nigrum e Inula viscosa) in assenza della coltura principale. Solitamente gli aleirodidi sono un problema ristretto alla fase di conversione o per quelle aziende che gestiscono male la difesa delle colture perché non usano insetti utili e/o perché fanno un uso massiccio di insetticidi non selettivi (es. piretro, rotenone) che decimano le popolazioni di nemici naturali del fitofago (soprattutto i miridi). Infatti, laddove si esegue regolarmente il controllo biologico dei fitofagi, gli aleirodidi raramente sono un problema. Gli attacchi di aleirodidi nelle coltivazioni di pieno campo devono essere considerati una cosa anomala e significa che le infrastrutture ecologiche aziendali (che avrebbero dovuto costituire un habitat per gli ausiliari in assenza delle colture) sono assenti o poco efficienti, oppure che gli stessi ausiliari sono stati falcidiati da una forte pressione chimica sulle colture.

Nezara viridula (Hemiptera, Pentatomidae) (in eng. green bug)

Può essere un problema soprattutto in coltura protetta; i danni sono prodotti, più che dagli adulti che dall’esterno si trasferiscono sulla coltura, dalla loro progenie che nasce e trascorre tutta la vita sulla coltura.

Purtroppo, il controllo biologico di Nezara viridula è difficile perché i suoi nemici naturali spesso sono assenti o poco efficaci nel contenerne le popolazioni. D’altro canto, anche l’impiego di insetticidi è complicato perché il piretro è poco efficace e non selettivo verso gli insetti utili, l’azadiractina troppo costosa e richiede interventi estensivi ripetuti, il rotenone eccessivamente tossico, non autorizzato nelle colture protette e non selettivo verso gli insetti utili (rispetto ai quali, inoltre, ha anche un effetto repellente piuttosto persistente). Nonostante queste premesse, siccome una delle caratteristiche comportamentali di Nezara viridula è quella di spostarsi continuamente sulla vegetazione, sembrerebbe inevitabile doverla controllare solo con ripetuti interventi chimici estensivi.

Dal momento che:

le femmine adulte depongono sulla vegetazione uova a gruppi di 70-80 elementi,

all’interno di ogni gruppo di uova la schiusura è praticamente contemporanea,

i giovani neonati (neanidi) sono perfettamente visibili ad occhio nudo e, nei primi 7-10 giorni di vita, rimangono gregari trattenendosi sulla parte medio-alta delle piante (per cui si notano con facilità) dopodiché si disperdono sul resto della coltura,

solo allo stadio di neanide Nezara viridula si è dimostrata sensibile al piretro…

allora, se l’agricoltore eseguirà regolarmente il monitoraggio della coltura (a cadenza settimanale, com’è giusto che sia), non troverà difficoltà nell’individuare le colonie di giovani neonati e nell’effettuare immediatamente un’applicazione localizzata di piretro: otterrà così un grande vantaggio con un uso minimo di prodotto.

Nematodi del genere Meloidogyne (Tylenchida, Heteroderidae) (in eng. root-knot nematodes)

I nematodi sono pericolosi sopratutto in coltura protetta e la specie più e diffusa è Meloidogyne incognita, è polifaga ed in grado di svilupparsi a spese di tutte le solanacee. I nematodi si controllano sempre con le rotazioni, avvicendando fra loro specie sensibili e non, ospiti o meno, caratterizzate da periodi di coltivazione e tecnica colturale favorevoli o meno al parassita.

Negli appezzamenti a rischio, eccellente è la combinazione della tecnica delle rotazioni con quella dei sovesci con piante biocide come il Raphanus sativus cv. Boss e la Brassica juncea cv, ISCI 20.

Sono commercialmente disponibili varietà tolleranti/resistenti a questo parassita (tab. 3 e 4).

Elateridi (Coleoptera, Elateridae) (in eng. wireworms)

Le specie più diffuse nel nostro Paese appartengono al genere Agriotes. Gli elateridi sono dannosi allo stadio larvale e sono un problema soprattutto in pieno campo; il contenimento delle loro popolazioni non è facile e non può prescindere:

Alcuni esperti suggeriscono di contenere le popolazioni di elateridi mantenendo il terreno nudo e asciutto d’estate perché le larve dell’insetto sono molto sensibili al secco, soprattutto quelle più giovani: noi non condividiamo questa strategia perché, in un contesto come quello dell’agricoltura biologica, implica dei costi (gravi perdite di humus per eremacausi9) che superano i benefici (contenimento del fitofago); gli stessi benefici sarebbero raggiungibili con una gestione più attenta delle rotazioni abbinata all’esecuzione del monitoraggio delle larve.

Tripidi (Thysanoptera, Tripidae) (in eng. thrips)

Tre sono le specie di tripidi più diffuse nelle colture protette del nostro Paese, Frankliniella occidentalis (tripide occidentale), Thrips tabaci (tripide degli orti o del tabacco), Heliothrips haemorroidalis (tripide delle serre). Anch’essi, presentano alcune popolazioni resistenti agli insetticidi ammessi dai disciplinari di produzione biologica.

I tripidi sono un problema per il peperone: essi colonizzano soprattutto i fiori che pertanto dovranno essere adeguatamente monitorati.

A causa delle ridotte dimensioni (1-2 mm), non sono facili da identificare quando le loro popolazioni sono ancora basse, pertanto il monitoraggio della coltura deve essere eseguito con molta attenzione, aguzzando la vista per individuare i segni dell’attività del fitofago. Fondamentale è, inoltre, il monitoraggio dei fiori, habitat prediletto da questi fitofagi: un eccellente metodo di controllo consiste nello sbattere leggermente con le dita il fiore sopra un foglio bianco e osservare cosa esce. L’impiego di trappole cromotropiche gialle o blu può rappresentare un valido ausilio al monitoraggio degli adulti, prima di procedere con le introduzioni degli ausiliari. Per il controllo biologico dei tripidi sulle solanacee in genere si interviene con una o più introduzioni del predatore polifago Orius laevigatus (Hemiptera, Antochoridae): esse dovranno essere calibrate a seconda del clima e dell’entità delle popolazioni del fitofago10.

Dorifora della Patata - Leptinotarsa decemlineata (Coleoptera, Chrysomelidae) (in eng. Colorado Potato beetle)

Si tratta di un insetto nocivo che attacca solo le solanacee, con preferenza decrescente per patata, melanzana, pomodoro.

È molto difficile da contenere poiché l’azione di controllo esercitata dai suoi nemici naturali è assai limitata e gli adulti sono piuttosto resistenti all’azione degli insetticidi ammessi in agricoltura biologica.

Il contenimento di questo fitofago si effettua combinando il controllo diretto con quello agronomico e cioè trattamenti adulticidi (rotenone) e larvicidi (ceppi specifici di Bacillus thuringiensis), posizionamento di fasce di piante-esca o di fettine di patata, aumento della distanza dagli appezzamenti coltivati a patate o melanzana l’anno precedente11.

In PP, la melanzana, solitamente viene attaccata dalla dorifora a metà estate/inizio autunno, quando le coltivazioni di patata si sono concluse. Occorre fare attenzione, dunque, alla vicinanza con i campi di patate che, in un primo momento potrebbero distogliere dalla melanzana le popolazioni dell’insetto, ma che poi diventano una grande fonte d’inoculo, in particolare di adulti. In questo caso, il controllo della dorifora verrà effettuato con trattamenti insetticidi, oppure con la periodica raccolta (manuale) degli adulti.

Nottua gialla - Heliothis armigera (Lepidoptera, Noctuidae)

Su pomodoro è pericolosa da metà estate in poi, sia in piano campo che in serra. Si controlla facilmente con trattamenti antilarvali a base di Bacillus thuringiensis ssp. kurstaki, purchè siano preceduti dall’esecuzione regolare del monitoraggio con l’osservazione diretta delle piante e la verifica delle catture nelle trappole a feromoni. In serra è bene non usare reti anti insetto

Piralide del mais. Ostrinia nubilalis (Lepidoptera, Pyraustidae) (in eng. european corn borer)

Su peperone è pericolosa da metà estate in poi, sia in piano campo che in serra. Si controlla facilmente con trattamenti antilarvali a base di Bacillus thuringiensis ssp. kurstaki, purchè siano preceduti dall’esecuzione regolare del monitoraggio con l’osservazione diretta delle piante e la verifica delle catture nelle trappole a feromoni. Nelle zone in cui si coltiva mais, possono essere presenti popolazioni consistenti di piralide a partire da metà estate: per questo motivo è in serra è spesso conveniente usare reti anti-insetto a maglia larga (es. 7 x 2,5 mm) per limitare l’ingresso delle femmine adulte. L’uso della rete non esclude il monitoraggio dell’insetto con i metodi descritti sopra e l’esecuzione di trattamenti antilarvali con Bacillus thuringiensis.

Si tenga conto delle modificazioni del clima indotte dalla presenza della rete anti-piralide che riduce la ventilazione nella coltura (aumento delle temperature diurne, aumento dell’umidità notturna).

Consociazioni

Queste sono quelle che normalmente pratichiamo:

Consociazione con fasce inerbite

Questa tecnica viene impiegata per la difesa di melanzana e peperone dagli afidi, in pieno campo.

Si coltiva la coltura da reddito alternandola ogni 15-20 metri con strisce, larghe 2-3 metri, di un miscuglio composto da orzo, loiessa, veccia ed erba medica. Questo erbaio ha la particolarità di infestarsi spontaneamente di afidi delle graminacee e delle leguminose che non sono pericolosi per la coltura da reddito: essi, assieme al particolare habitat venutosi a creare, attireranno numerosi predatori e parassitoidi che ispezioneranno anche la coltura da proteggere prima che in questa le popolazioni di afidi superino la soglia di danno economico. L’erbaio va seminato 30-40 giorni prima del trapianto della coltura e mantenuto il più rigoglioso possibile; se necessario, al momento della fioritura della loiessa, lo si comincia a sfalciare in modo alternato per evitare una dispersione indesiderata dei semi e, allo stesso tempo, avere sempre a disposizione vegetazione fresca su cui sia gli afidi che gli ausiliari possano vivere. Medica e loiessa, una volta sfalciate ricacciano, offrendo l’opportunità di prolungare la durata dell’erbaio che, oltre a fornire foraggio, può essere sovesciato a fine coltura.

Consociazione tra pomodoro a salsa e lattuga

Tra le misure agronomiche utili per prevenire gli attacchi di peronospora su pomodoro da salsa, una delle più valide, soprattutto nelle zone piovose, è l’allargamento dell’interfila. In pratica, anziché coltivare a file singole è conveniente coltivare il pomodoro a file binate, pacciamate con amido di mais e paglia, e raddoppiare la larghezza dell’interfila tra le bine. Questo stratagemma creerà larghi corridoi nella coltura, utilissimi per migliorare l’arieggiamento della vegetazione e, dunque, ridurre il numero di ore in cui questa può restare bagnata ed offrire al patogeno condizioni ideali per l’infezione. La grande superficie non coltivata lasciata libera dal largo interfila, può essere valorizzata con profitto trapiantando una coltura dal ciclo breve e dalla taglia bassa come, per esempio, la lattuga che, però, dovrà essere irrigata a manichetta e mai a pioggia.

Tab. 1

Organismi terricoli che attaccano le cucurbitacee, le solanacee e la fragola



Fusarium spp.,

Verticillium spp.

Rhizoctonia solani

Pyrenochaeta lycopersici

Thielaviopsis basicola

Phytophtora capsici

Nematodi gen. Meloidogyne

Elateridigen. Agriotes

Peperone

X

X

X

X

X

X

X

Pomodoro

X

X

X

X


X

X

Melanzana

X

X

X

X

X

X

X

Patata

X

X




X

X

Zucchino

X

X

X

X

X §

X

X

Cetriolo

X

X

X

X

X §

X

X

Melone

X

X

X

X

X §

X

X

Anguria

X

X

X

X

X §

X

X

Fragola

X

X


X


X

X

§ trattasi di un’avversità di minore importanza su questa specie


Tab. 2

Patogeni delle solanacee favoriti dalle irrigazioni a pioggia



pomodoro

peperone

melanzana

patata

Phytophtora infestans

X



X

Cladosporium fulvum

X




Alternaria spp.

X

X

X

X

Batteri

X

X

X

X


Tab. 3

Resistenze/Tolleranze reperibili in alcune varietà di solanacee


Pomodoro a verde

Varietà

Ditta

Resistenze e/o tolleranze dichiarate

Caramba

De Ruiter

ToMV, C5, V, Fol 2, N

Carson

Enza Zaden

ToMV, C5, V, Fol 2, Forl, N

Giulia

De Ruiter

ToMV, C5, V, Fol 2, Forl, N

Hermada

De Ruiter

ToMV, Fol 1-2, N

Kastalia

Bruinsma

ToMV, V1, Fol 1-2, N

Legenda

V: verticillosi ( Verticillium dahliae)

ToMV: virus del mosaico del pomodoro

Fol 0-1-2: Fusarium razze 0,1,2

C5: cladosporiosi razze 5 (A,B,C,D,E)

N: nematodi galligeni delle radici ( Meloidogyne spp.)

Forl: Fusarium delle radici

S: Stemphilium spp.

TYLCV: virus dell'accartocciamento giallo delle foglie

TSWV: virus della bronzatura del pomodoro

Pst: batteriosi del pomodoro

P: tuberosi radicale (Pyrenochaeta lycopersici)


Varietà

Ditta

Resistenze e/o tolleranze dichiarate

Adamo

Esasem

ToMV, Fol 1-2, V, N

 

Corianne

De Ruiter

ToMV, Fol 1-2, V, N

 

DRK 2135

De Ruiter

ToMV, Fol 1-2, V, N

 

 

Follia

Olter

ToMv, V, Fol

 

Fulmine

Olter

ToMV, CMV, Fol 1-2, V, N

Majori

Isi

ToMV, V, Fol 0

 

Marlene

Peotec

ToMV, V, Fol, N, Pst

 

Nun 8443

Nunhems

ToMV, V, Fol 1, N, Forl.

 


Pomodoro costoluto




Varietà

Ditta

Resistenze e/o tolleranze dichiarate

Ck 6/971

MFM

-

 

 

 

Delizia

Clause-Tezier

ToMV, Fol 1

 

 

 

Isi 7584

Isi

ToMV, Fol, V

 

 

Marinda

Nunhems

ToMV, Fol 1, V

 

 

Marmara

Asgrow

ToMV, Fol 1, V

 

 

Successo

Four

ToMV, Fol , V

 

 

Tomande

Peto

ToMV, Fol , V, N

 

 

Legenda






V: verticillosi ( Verticillium dahliae)

ToMV: virus del mosaico del pomodoro

Fol 0-1-2: Fusarium razze 0,1,2

C5: cladosporiosi razze 5 (A,B,C,D,E)

N: nematodi galligeni delle radici ( Meloidogyne spp.)

Forl: Fusarium delle radici

S: Stemphilium spp.

TYLCV: virus dell'accartocciamento giallo delle foglie

TSWV: virus della bronzatura del pomodoro

Pst: batteriosi del pomodoro

P: suberosi radicale (Pyrenochaeta lycopersici)


Pomodoro a grappolo



Varietà

Ditta

Resistenze e/o tolleranze dichiarate


Alambra

Clause-Tezier

ToMV, C5, V, Fol 0-1, N

Antinea

Clause-Tezier

ToMV, C5, V, Fol 0-1, N


DRW 5095

De Ruiter

ToMV, V, Fol 2


Durinta

United genetics

ToMV, Fol 1-2


Lince

Vilmorin

ToMV, V, Fol 2


Miro'

Peto

ToMV, Fol 2

 


Monika

S6G

ToMV, V, Fol 0, N


Petula

Isea

ToMV, Fol 2

 


Thomas

S&G

ToMV, V, Fol 2, S, N


Legenda


V: verticillosi ( Verticillium dahliae)


ToMV: virus del mosaico del pomodoro


Fol 0-1-2: Fusarium razze 0,1,2


C5: cladosporiosi razze 5 (A,B,C,D,E)


N: nematodi galligeni delle radici ( Meloidogyne spp.)


Forl: Fusarium delle radici


S: Stemphilium spp.


TYLCV: virus dell'accartocciamento giallo delle foglie


TSWV: virus della bronzatura del pomodoro


Pst: batteriosi del pomodoro


P: suberosi radicale (Pyrenochaeta lycopersici)



Pomodoro a cherry


Varietà

Ditta

Resistenze e/o tolleranze dichiarate


Naomi

Cois '94

V, F1

 

Conchita

De Ruiter

ToMV, V, F2, C5, Fr, Wi

Cherelino

De Ruiter

ToMV, V, F2, C5, N

Jordita

De Ruiter

ToMV, V, F2, Fr, N

Minired

Nunhems

ToMV, V, F1

Cherry wonder

Asgrow

V, F1

 

Legenda


ToMV: virus del mosaico del pomodoro


C5: cladosporiosi razze 5 (A,B,C,D,E)


N: nematodi galligeni delle radici ( Meloidogyne spp.)


F1: Fusarium razza 1


F2: Fusarium razza 2








Alcune varietà di pomodoro da salsa resistenti a parassiti

Tipologia

Ibridi

Ditta

Resistenze e/o tolleranze

Precoci

UGX 820

United Genetics

V, F 1-2, N, Pto

 

Solerosso

Nunhems

V, F 1-2, Pto

 

Earlynemapride

United Genetics

V, F 1-2, Pto

 

H 9280

Heinz

V, F 1-2,N

 

Ability

Seminis (Peto It.)

V, F 1-2, N, Pto, St, Aa

 

Montego

Isi sementi

V, F 1-2, N, Pto

Tardivi

UGX 113

United Genetics

V, F 1-2, N, Pto

 

Primopack

United Genetics

V, F 1-2, Aa

 

Leader

Isi sementi

v, F2, N, Pto

 

Premium

United Genetics

V, F 1-2, Aa

 

Perfect peel

Seminis (Peto It.)

V, F1

 

UGX 601

United Genetics

V, F 1-2, Aa

Legenda

Aa = Alternaria alternata f. sp. solani

F 1-2 = Fusarium razza 1 e 2

F 1 = Fusarium razza 1 e 2

F 2 = Fusarium razza 2

N = Nematodi

Pto = Pseudomonas syringae pv. Tomato

St = Stemphilium


Peperone rosso

Varietà

Ditta

Resistenze e/o tolleranze

Axel

Isi

TMV

Balico

Vilmorin

PVY

Cesario

Asgrow-Bruisma

Tobamo

Jolly Rosso

Olter

CMV, TMV, PVY

Oscar

Peto

Tobamo

Ronco

Nunhems

TMV, PVY

Runner

Peto

Tobamo, TSWv

Tolomeo

Sygenta Seeds

TMV, TSWV, CMV, PVY

Topacio

Isea

TMV


Varietà

Ditta


Cubor

Clause-Tezier

TMV, PMMV

Lux

Peto

Tobamo

Magnigold

Four

TMV

Raggio

Peto

Tobamo, PVY

Sereno

Vilmorin

TMV

Sienor

Clause-Tezier

TMV, PVY, St

Gelsor

Clause-Tezier

Tobamo, Pc

Bingor

Clause-Tezier

CMV, PVY

Biondo

Royal Sluis

Bst, Tobamo, PVY

Albador

Peto

TMV, PVY


Melanzana lunga

Varietà

Ditta

Resistenze e/o tolleranze

Impulse Hy

Asgrow

Res. Verticillium

Arrow Hy

Asgrow

Res. Verticillium


Melanzana tonda

Varietà

Ditta

Resistenze e/o tolleranze

Dra 1452

De Ruiter

Res. Fom

 

Irene F1

Olter

Toll. Verticillium

XP 1144 Hy

Asgrow

Res. Tomv

 

Legenda

Res. = resistente

Toll. = tollerante

ToMV = virus del mosaico del pomodoro

Fom = Fusarium oxysporium f. sp. melongena


Tab. 4

Portinnesti tolleranti/resistenti ad alcuni parassiti delle solanace


Portinesti per pomodoro

Varietà

Ditte

Caratteristiche di resistenza - tolleranza dei portinnesti

Beaufort F1

De Ruiter

Ibrido interspecifico di tipo KNVF ottenuto dall'incrocio

 

 

di Lycopersicon licopersicum x Lycopersicon hirsutum,

 

 

resistente al TMV ( virus del mosaico del tabacco), a

 

 

Fusarium oxysporium f. sp. lycopersici (Fol) razza 1e

 

 

2, a Fusarium oxysporium f. sp. radicis lycopersici

 

 

(Forl), a Didymella lycopersici e tollerante nei confron-

 

 

ti dei nematodi del gen. Meloidogyne (escluso Meloido-

 

 

gyne hapla), di Pyrenochaeta lycopersici e di Verticil-

 

 

lum dahliae

 

 

 

Energy F1

Vilmorin

Ibrido intraspecifico ottenuto dall'incrocio tra parentali di

 

 

pomodoro, resistente al TMV ( virus del mosaico del ta-

 

 

bacco), a Fusarium oxysporium f. sp. radicis lycopersici

 

 

(Forl), a Fusarium oxysporium f. sp. lycopersici (Fol)

 

 

razze 0 e 1, tollerante nei confronti di Meloidogyne spp.

 

 

(escluso Meloidogyne hapla), di Pyrenochaeta lycoper-

 

 

sici e di Verticillium dahliae

 

Brigeor F1

Sais

Portinnesto per pomodoro e melanzana. Ibrido interspe-

 

 

cifico del tipo KNVF. Resistente a Tmv, K, N, V, Fol 2, Forl.

 

 

Tollerante a tutte le razze di Fusarium

 

Firefly F1

Asgrow

Cl 1-5, V, Fol 1, 2, Forl, N

 


Portinnesti per melanzana

Varietà

Ditte

Caratteristiche di resistenza - tolleranza dei portinnesti

Firefly F1

Asgrow

Resistente a Cl 1-5, V, Fol 1, 2, Forl, N

Beaufort F1

De Ruiter

Resistente a V, Fol 0, 1, N, Phy, Forl

 

Joint

Esasem

Resistente a V, Fol, N; tollerante a Forl, Pyl, Ps

Energy F1

Vilmorin

Resistente a V, Fol 0, 1, N, Pyl, Forl

 


Portinnesti per peperone

Varietà

Ditte

Caratteristiche di resistenza - tolleranza dei portinnesti

Osir F1

Clause-Tezier

Tollerante a Phy, Fs

 

 

Es 98-1

Esasem

Tollerante a Phy, Fs

 

 

Num 6040

Nunhems

Tollerante a oidio, Phy

 

 

Legenda

N = nematodi

V = Verticillium dahliae

TMV = Tobacco mosaic virus

Pyl = Pyrenochaeta lycopersici

Fol = Fusarium oxysporium f. sp. lycopersici

Forl = Fusarium oxysporium f. sp. radicis lycopersici

Cl = Cladosporium fulvum

Fom = Fusarium oxysporium f. sp. Melonis

Pho = Phomopsis sclerotioides

Phy = Phytophtora capsici

Ps = Pseudomonas solanacearum

Bibliografia

Per il riconoscimento degli organismi dannosi:

AA.VV. (1996) - I principali virus delle piante ortive. Ed. Bayer. Distribuito da Edagricole, Bologna, 206 pp.

Nella collana Schede Fitopatologiche edite da L'Informatore Agrario, Verona si segnalano:

Per l’impiego degli insetti ed acari utili:

Conte L., Dalla Montà L., Guido M. (2001) - Insetti utili per le colture protette. Ed. L'Informatore Agrario, Verona, 114 pp.

Per le tecniche agronomiche di controllo degli organismi dannosi:

Conte L., Micheloni C. (2003) - Guida illustrata all’agricoltura biologica. Supplemento al n°2/2003 di Vita in Campagna. Ed. L'Informatore Agrario, Verona, 43 pp.

Per il controllo degli elateridi:

AA.VV. (1999) - Elateridi ed altri insetti terricoli. Il Divulgatore n°7, 60 pp.. Edagricole, Bologna.



Esempio pratico

Luogo: Italia, pianura padana, provincia di Ferrara, comune di Ro Ferraese, altitudine 0 m s.l.m., (90 km SW di Venezia).

Terreno: franco-argilloso (34% sabbia, 36% limo, 30% argilla), sostanza organica: 2,50%, pH: 7,92, CaCO3 attivo: 3,2%, C.S.C. 25,52 meq/100 g, salinità: 0,16 mS/cm.

Coltura: pomodoro da salsa cv. Pavia.

Fertilizzazione: sovescio autunno-vernino di Brassica napus var. oleifera (colza), seminato alla dose di 8 kg/ha in data 05.10.02, trinciato il 10.04.03 ed interrato con un’aratura leggera (20-25 cm) il 12.04.03; il colza seguiva una coltivazione di mais (marzo-settembre 2002) che era stata preceduta da una letamazione (febbraio 2002).

Preparazione del terreno: dopo l’interramento del sovescio sono stati eseguiti 2 passaggi con erpice rotante.

Data trapianto pomodoro: 02.05.03

Densità di trapianto: file binate distanti fra loro 3,5 m, distanza delle piante sulla fila 0,3 m, distanze delle file nella bina 0,75 m.

Irrigazione: a manichetta, 1 per bina, attivata all’occorrenza.

Controllo delle malerbe: pacciamatura con telo in amido di mais sulla fila e paglia stesa sull’interfaccia tra la pacciamatura e l’inizio dell’interfila; il telo è stato steso al momento del trapianto del pomodoro (02.05) con una trapianta-pacciamatrice, mentre la paglia è stata stesa a mano il 29.05 subito dopo aver sarchiato l’interfila. All’occorrenza si procedeva con la sarchiatura della parte centrale dell’interfila (cioè quella non coperta da pacciamatura) per distruggere le venutali malerbe cresciute.

Controllo degli organismi dannosi: il monitoraggio è stato eseguito una volta la settimana, di lunedì mattina.

Raccolta: effettuata a mano, è stata scalare dalla fine di agosto a tutto settembre.

Gestione del suolo nel periodo post-raccolta: a fine coltura (30.09.03) le manichette impiegate per l’irrigazione sono state sfilate dalla pacciamatura e riposte nel ricovero invernale. dopodiché i residui colturali, la paglia e quel che restava della pacciamatura in amido di mais sono stati trinciati ed interrati alla profondità di 20-25 cm con un’estirpatura. Il terreno è stato subito preparato con due passaggi di erpice rotante per la semina di un sovescio di orzo + veccia vellutata (130 + 30 kg/ha) eseguito in data 08.10, che sarà interrato ad inizio aprile 2004 e seguito da una coltivazione di zucca (fine aprile 2004).



Foto 1: Colture miste sottocopertura


Foto 2: protezione contro gli afidi, i tripidi e i virus che possono trasmettere,


Foto 3: Myzus persicae infettata dai funghi


Foto 4: Leptinotarsa decemlineata



Unità 18

Cetriolo, zucchine, meloni e cocomero

Quale rotazione?

Il principale criterio è “mantenere la fertilità biologica del suolo”, soprattutto per prevenire l’accumulo di parassiti delle colture, in particolare i funghi patogeni dell’apparato radicale: a tal fine va evitato l’avvicendamento con le solanacee, le altre cucurbitacee e la fragola a causa della condivisione di molti parassiti. In pieno campo la gestione della rotazione va eseguita tenendo d’occhio anche gli elateridi (Coleoptera, Elateridae) che, pur essendo un problema meno frequente rispetto a quello degli altri parassiti dell’apparato radicale, sono piuttosto fastidiosi nella coltivazione di anguria e melone.

Quale fertilità?

Sia in pieno campo che in coltura protetta, la regola è quella di far precedere la coltivazione delle cucurbitacee da una letamazione, eseguita a fine inverno, oppure da un sovescio in cui sono presenti anche le leguminose.

Vediamo come:

Se la coltivazione delle cucurbitacee fosse primaverile si può eseguire un sovescio autunno-vernino con segale (orzo) + veccia vellutata, oppure loiessa + veccia vellutata che si possono seminare già a fine estate (= metà settembre in pianura padana PP)

Se la coltivazione fosse estivo-autunnale si può eseguire un sovescio primaverile con una graminacea o brassicacea (es. avena, loiessa, senape bianca, Brassica juncea) consociata ad una leguminosa (es. favino, veccia sativa, pisello proteico) che si può seminare già a fine inverno (febbraio/marzo in PP).

Se la coltivazione fosse autunnale si può eseguire un sovescio estivo di leguminose con Vigna sinensis o trifoglio alessandrino puri, oppure una siderazione 12 con sorgo sudanese, panìco, miglio, grano saraceno puri (non consociati alle leguminose perché troppo competitivi rispetto ad esse) che si possono seminare già a giugno (esperienze maturate in PP).

Se non ci fosse abbastanza tempo per fare un sovescio prima della coltura, si eseguirà una fertilizzazione a base di letame o compost maturi (es. almeno 300 q/ha di letame bovino). In caso contrario (e come ultima scelta) s’interrerà un fertilizzante organico commerciale (es. della pollina o dello stallatico pellettato).

A seconda delle analisi del terreno, si potranno fare delle fertilizzazioni di fondo con solfato di potassio e/o fosfati minerali, ma sempre con moderazione. Si tenga conto della capacità che le leguminose del sovescio hanno di mobilizzare il fosforo che è presente nel suolo in una forma poco solubile. In ogni caso, prima di decidere quanto fertilizzante impiegare, si chieda consiglio ad un tecnico indipendente.

Come regola non si eseguiranno fertilizzazioni in copertura, fatta eccezione nel caso di gravi motivi legati a inaspettati stress delle piante (es. eventi climatici estremi, forti attacchi parassitari). A tale proposito, non si dimentichi che, oltre alla mineralizzazione della sostanza organica interrata col sovescio, letame, ecc., volenti o nolenti, ogni anno nel terreno si mineralizza anche una frazione di sostanza organica stabile (humus) liberando principi nutritivi13.

Eccezione: se la coltivazione delle cucurbitacee dovesse seguire quella di una coltura che lascia un’apprezzabile fertilità residua (es. patata), come sovescio autunno-vernino potranno essere impiegate anche una graminacea o una crucifera in purezza affinché fungano da catch crop e vengano interrata giovani, cioè prima della formazione della spiga (es. coltivo patata da marzo ad agosto, a metà settembre semino un sovescio di loiessa o colza che interro ai primi di aprile per procedere poi col trapianto del melone alla fine di aprile).

Nella coltivazione delle cucurbitacee i sovesci sono molto utili anche dal punto di vista fitosanitario14 ed è bene eseguirli anche in coltura protetta: se ci fossero problemi per quanto riguarda la gestione di questo tipo di coltivazione nei tunnel e nelle serre (es. perché dalle dimensioni ridotte) non resta che procedere con l’interramento anticipato di letame/compost o, alla peggio, di fertilizzanti commerciali.

Nelle coltivazioni primaverili, nel caso il terreno fosse ancora freddo e di conseguenza l’attività di mineralizzazione della sostanza organica da parte dei microrganismi fosse lenta, si può “aiutare” la coltura interrando in pre-trapianto una manciata di pollina che funzionerà da starter.

Tecnica colturale

Non differisce molto da quella normalmente praticata in agricoltura chimica/convenzionale se non, talvolta, per la minore densità d’investimento praticata nel biologico.

A causa dell’elevata sensibilità alla Pseudoperonospora cubensis (peronospora) il cetriolo viene coltivato in serra; anche la coltivazione del melone riesce bene in serra, ma si tende ad effettuarla in pieno campo a causa della bassa densità d’investimento, difficile da realizzare in coltura protetta e giustificabile solo in caso di produzioni molto anticipate.

L’anguria è coltivata solo in pieno campo.

Lo zucchino si coltiva indifferentemente in serra e pieno campo, secondo ragioni d’opportunità commerciale.

Nel caso di trapianti primaverili è possibile proteggere le piante dalle basse temperature con dei piccoli tunnel in polietilene o “tessuto-non-tessuto”, finché lo sviluppo delle piante lo consente e il pericolo di gelate è passato.

Nella coltivazione di pieno campo le cucurbitacee si avvantaggiano molto della pacciamatura sulla fila (si cerchi di eseguirla con teli biodegradabili in amido di mais o cellulosa) abbinata alla paglia stesa sull’interfila15.

Irrigazione

Dev’essere sempre eseguita a manichetta e mai a pioggia, perché quest’ultima facilita l’infezione da parte di patogeni molto virulenti come i funghi Cladosporium cucumerinum (agente della malattia della cladosporiosi) e Pseudoperonospora cubensis (peronospora).

Cultivar

Su cetriolo allevato in verticale una volta poteva essere importante impiegare cultivar caratterizzate da un moderato sviluppo fogliare che facilitava l’esecuzione di trattamenti insetticidi con prodotti, come il piretro, che agiscono per contatto, ma che ora sono superati per due motivi:

l’elevata affidabilità raggiunta dalle tecniche di controllo biologico di diversi organismi dannosi (tripidi, afidi, aleirodidi, acari, ditteri minatori fogliari) che rende superato l’impiego di insetticidi;

la resistenza agli antiparassitari sviluppata da molte popolazioni dei fitofagi sopra citati.

La caratteristica di “moderato sviluppo fogliare”, invece, potrebbe essere di una certa utilità in presenza di cultivar sensibili all’oidio (causato da 2 specie di funghi Sphaeroteca fuliginea ed Erysiphe cichoracearum) in quanto faciliterebbero la circolazione dell’aria nella coltura riducendo le condizioni ecologiche per lo sviluppo della crittogama.

In commercio è possibile trovare varietà catalogate come resistenti ed altre come tolleranti: le varietà resistenti hanno la capacità di opporsi alla colonizzazione o al danneggiamento da parte di un particolare parassita (in altre parole dovrebbero essergli immuni), quelle tolleranti, invece, allungano il tempo necessario affinché un parassita riesca a produrre danno economicamente rilevante alla coltura e, in pratica, concedono più tempo all’attivazione del controllo naturale e biologico. Per esempio, sulle varietà di melone tolleranti ad Aphis gossypii, l’afide riesce a riprodursi con una velocità molto inferiore rispetto a quella abituale, lasciando più tempo sia all’agricoltore, sia agli ausiliari, per intervenire con successo.

Le principali tolleranze/resistenze delle cucurbitacee ai parassiti sono riportate nelle tab. 2 e 3.

Patologie

Queste le più frequenti nelle nostre zone.

Tracheomicosi

Agenti questa categoria di malattie sono i funghi Fusarium oxysporum Verticillium dahliae e Verticillium albo-atrum

A causa della loro polifagia e della capacità di sopravvivenza nel terreno, questi patogeni si controllano con l’esecuzione di lunghe rotazioni (5 anni), avvicendando colture non ospiti ed eseguendo tutte le pratiche possibili che favoriscano il mantenimento (o il miglioramento) della fertilità biologica del suolo16. Infatti, l’attività di una popolosa e diversificata comunità microbica del suolo costituisce un potente antidoto contro le infezioni da questi patogeni. Lo sviluppo dei funghi agenti di tracheomicosi è favorito anche dalla presenza di terreni che tendono ad essere asfittici (attenzione, dunque, al mantenimento di una buona struttura!).

Solo nel melone e nell’anguria si annoverano varietà resistenti o tolleranti a Fusarium e Verticillia.

Le principali tolleranze/resistenze a questi parassiti sono riportate nelle tab. 2 e 3.

La coltivazione del melone su portinnesti selvatici resistenti, così come l’impiego di cv. di melone resistenti, hanno senso solo se considerate come misura preventiva di difesa della coltura nell’ambito di un buon programma di rotazioni; non vanno bene, invece, quando sono considerate come misura correttiva (cioè in presenza di terreno già infestato da questi patogeni) in un contesto di monosuccessioni di cucurbitacee o di rotazioni poco ampie e diversificate (vedi tab. 2): il rischio che si corre è quello di facilitare lo sviluppo di popolazioni di patogeni talmente virulenti che “rompono” la resistenza della cv. (questa considerazione vale anche per le cv. resistenti agli insetti ed ai nematodi).

Oidio (in eng. powdery mildew)

Agenti questa malattia sono i funghi Erysiphe cichoracearum e Sphaeroteca fuliginea

Essi si controllano con trattamenti a base di zolfo da effettuare alla prima comparsa dei sintomi (monitoraggio!). Nel caso la malattia facesse la sua comparsa nel periodo della raccolta, si consiglia di dividere la coltura in due settori ed eseguire il trattamento, prima in una metà e poi, 5 giorni dopo (è l’intervallo di sicurezza dello zolfo), nell’altra: in questo modo si limiteranno le perdite da mancato raccolto per rispetto dell’intervallo di sicurezza.

Si ricordi che lo zolfo è moderatamente tossico per gli ausiliari (ausiliari = in eng. beneficials) (ne riduce la capacità di contenimento dei fitofagi del 25-50% per circa una settimana) e pertanto, nel caso fosse già stato attivato il controllo biologico di alcuni fitofagi, si dovranno consultare le tabelle di selettività ed eventualmente sostenere l’attività delle popolazioni di ausiliari presenti sulla coltura con introduzioni aggiuntive di altri ausiliari17.

Il fungo Ampelomyces quisqualis è un organismo utile che agisce come iperparassita dell’oidio, non impone il rispetto dell’intervallo di sicurezza, ma è troppo costoso e quindi si usa poco; va usato tenendo conto che non è una molecola, come lo zolfo, o un qualsiasi altro antiparassitario che agisce e si modifica in base a leggi fisiche e chimiche, ma un organismo vivente, dalle caratteristiche regolate geneticamente e comportamento variabile sotto l'influenza dell'ambiente in cui vive. L'azione di controllo che gli ausiliari esercitano sui parassiti delle colture è dunque progressiva, frutto della crescita delle loro popolazioni, mentre quella degli fitofarmaci è di solito immediata, derivante da uno o più interventi isolati.

Gli organismi agenti della patologia dell’oidio amano il clima umido (optimum 70-75% di r.h.), ma non tollerano il contatto diretto con l’acqua, dunque l’attivazione di nebulizzazioni o bagnature soprachioma (non irrigazioni!) per il controllo di Tetranychus urticae esercita un buon effetto di contenimento anche su di essi.

Sono commercialmente disponibili varietà tolleranti/resistenti a questi parassiti (tab. 2 e 3).

Cladosporiosi

Agente questa malattia è il fungo Cladosporium cucumerinum

Si tratta di un parassita che si sviluppa per lo più in primavera o autunno, in presenza di persistenti elevate umidità ambientali e temperature miti (fatica a svilupparsi a temperature superiori ai 25°C). Si controlla con trattamenti preventivi a base di rame. Da evitare sono l’irrigazione a pioggia e tutto quelle pratiche che possono limitare l’arieggiamento della coltura e, dunque, ritardare l’asciugatura della vegetazione dopo una pioggia o un fenomeno di condensa notturna.

Sono commercialmente disponibili varietà tolleranti/resistenti a questo parassita (tab. 2 e 3).

Peronospora

Agente questa malattia è il fungo Pseudoperonospora cubensis Si tratta di un fungo assai virulento che si sviluppa in presenza di elevate umidità ambientali ed un velo d’acqua sulla vegetazione. Si controlla con trattamenti preventivi a base di rame.

Da evitare l’irrigazione a pioggia e tutto ciò che può limitare l’arieggiamento della coltura e dunque ritardare l’asciugatura della vegetazione dopo una pioggia o la condensa notturna.

Sono commercialmente disponibili varietà tolleranti/resistenti a questo parassita (tab. 2 e 3).

Virosi

Agenti questa categoria di malattie sono i virus; i più diffusi nelle nostre regioni (pianura padana) sono (tra parentesi l’organismo vettore):

CMV - Mosaico del cetriolo (afidi) (in eng. cucumber mosaic virus)

ZYMV - Mosaico giallo dello zucchino (afidi) (in eng. zucchini yellow mosaic virus)

WMV-2 - Virus 2 del mosaico dell’anguria (afidi) (in eng. watermelon-2 mosaic virus)

Le virosi non si possono curare e la loro diffusione va controlata limitando lo sviluppo delle popolazioni dei rispettivi vettori.

L’uso di reti anti-insetto, diffuso soprattutto nelle coltivazioni estive ed autunnali e finalizzato all’esclusione fisica del vettore dalla coltura, è una pratica sconsigliabile a causa delle forti alterazioni del clima che produce (aumenta notevolmente l’umidità e la temperatura col conseguente rischio di sviluppo di malattie parassitarie o di fitofagi termofili come gli acari, i tripidi e gli aleirodidi) e della sua insignificante selettività verso i nemici naturali dei fitofagi anch’essi esclusi dalla coltura: i costi superano i benefici. Si raccomanda, invece, di gestire al meglio il monitoraggio ed il controllo dei vettori delle virosi e di espiantare le piante sintomatiche (non si può escludere che esse provengano, già malate, dal vivaio o che il seme fosse già infetto).

Zucchino e cetriolo annoverano varietà tolleranti ad alcune virosi (tab.2).

Fitofagi

Afidi

Aphis gossypii (Hemiptera, Aphididae) (in eng. melon aphid) è senza dubbio l’afide più pericoloso delle cucurbitacee: è caratterizzato da un tasso di crescita delle popolazioni sempre più elevato rispetto a quello dei suoi nemici naturali e dall’avere sviluppato in numerose popolazioni resistenza agli insetticidi sia naturali, sia di sintesi: per questo motivo il sistema più efficace di controllo è quello biologico, attivato tempestivamente (monitoraggio!) con grosse quantità di ausiliari.

Il controllo biologico di Aphis gossypii viene normalmente eseguito per mezzo di introduzioni ripetute dei parassitoidi Lysiphlebus testaceipes o Aphidius colemani (Hymenoptera, Aphidiidae), eventualmente precedute da trattamenti insetticidi localizzati sui focolai con piretro (questi si fanno solo su zucchino e su cetriolo allevato in verticale); le introduzioni dei parassitoidi possono essere preventive o curative; i parassitoidi possono essere utilizzati anche con la tecnica delle banker plants18.

In pieno campo il controllo di Aphis gossypii si effettua con le consociazioni (vd. sotto) e/o le introduzioni ripetute di parassitoidi. Lysiphlebus testaceipes è da preferire ad Aphidius colemani quando le temperature cominciano a superare stabilmente i 28°C per più di 4-5 ore al giorno.

Solo su melone si annoverano varietà tolleranti ad Aphis gossypii (tab.2).

Altri afidi: Myzus persicae, Macrosiphum euphorbiae, Aulacorthum solani raramente sono un problema nelle coltivazioni biologiche, al limite sono occasionalmente da contenere su cetriolo e zucchino; in caso di necessità è sufficiente effettuare trattamenti localizzati con piretro sui focolai con lo scopo di rallentare la velocità di crescita delle popolazioni di questi insetti nell’attesa che gli entomofagi spontaneamente presenti nell’ambiente facciano la loro

Tetranychus urticae (Acari, Tetranychidae) (in eng. two-spotted spidermite):

E' un problema sopratutto in coltura protetta; si controlla bene in primavera ed autunno eseguendo introduzioni ripetute (preventive o curative) del predatore Phytoseiulus persimilis (Acari, Phytoseiidae); invece, d’estate, quando il clima è troppo caldo e secco per l’ausiliare (T>32-33°C, UR<65-70%) sono molto efficaci ripetute bagnature soprachioma eseguite con un impianto tipo fogger o con microsprinklers, esse hanno un buon effetto di contenimento anche verso l’oidio (in eng. Powdery mildew)19. Nelle coltivazioni di pieno campo Tetranychus urticae occasionalmente è un problema, in genere quando le estati sono siccitose e sopratutto laddove le infrastrutture ecologiche (quali habitat per il rifugio e la moltiplicazione dei suoi nemici naturali) sono assenti o poco efficienti.

Aleirodidi (Hemiptera, Aleyrodidae) (in eng. whiteflies)

Possono essere un problema in coltura protetta soprattutto su cetriolo, zucchino e melone; si controllano con introduzioni ripetute di parassitoidi che normalmente sono Encarsia formosa (Hymenoptera, Aphelinidae) e Eretmocerus mundus (Hymenoptera, Aphelinidae) nel caso il fitofago sia rispettivamente Trialeurodes vaporariorum oppure Bemisia tabaci/argentifolii le introduzioni ripetute possono essere preventive o curative20. Solitamente gli aleirodidi sono un problema ristretto alla fase di conversione o per quelle aziende che gestiscono male la difesa delle colture perché non usano insetti utili e/o perché fanno un uso massiccio di insetticidi non selettivi (es. piretro) che decimano le popolazioni di nemici naturali del fitofago (es. miridi). Infatti, laddove si esegue regolarmente il controllo biologico dei fitofagi, gli aleirodidi raramente sono un problema. Gli attacchi di aleirodidi nelle coltivazioni di pieno campo devono essere considerati una cosa anomala e significa che le infrastrutture ecologiche aziendali (che avrebbero dovuto costituire un habitat per gli ausiliari in assenza delle colture) sono assenti o poco efficienti, oppure che gli stessi ausiliari sono stati falcidiati da una forte pressione chimica sulle colture.

Nezara viridula (Hemiptera, Pentatomidae) (in eng. green bug)

Purtroppo, il controllo biologico di Nezara viridula è problematico perché i suoi nemici naturali spesso sono assenti o poco efficaci nel contenerne le popolazioni. D’altro canto, anche l’impiego di insetticidi è complicato perché il piretro è poco efficace e non selettivo verso gli insetti utili, l’azadiractina troppo costosa e richiede interventi estensivi ripetuti, il rotenone eccessivamente tossico, non autorizzato nelle colture protette e non selettivo verso gli insetti utili (rispetto ai quali, inoltre, ha anche un effetto repellente piuttosto persistente). Nonostante queste premesse, siccome una delle caratteristiche comportamentali di Nezara viridula è quella di spostarsi continuamente sulla vegetazione, sembrerebbe inevitabile doverla controllare solo con ripetuti interventi chimici estensivi.

Dal momento che:

le femmine adulte depongono sulla vegetazione uova a gruppi di 70-80 elementi,

all’interno di ogni gruppo di uova la schiusura è praticamente contemporanea,

i giovani neonati (neanidi) sono perfettamente visibili ad occhio nudo e, nei primi 7-10 giorni di vita, rimangono gregari trattenendosi sulla parte medio-alta delle piante (per cui si notano con facilità) dopodiché si disperdono sul resto della coltura,

solo allo stadio di neanide Nezara viridula si è dimostrata sensibile al piretro…

allora, se l’agricoltore eseguirà regolarmente il monitoraggio della coltura (a cadenza settimanale, com’è giusto che sia), non troverà difficoltà nell’individuare le colonie di giovani neonati e nell’effettuare immediatamente un’applicazione localizzata di piretro: otterrà così un grande vantaggio con un uso minimo di prodotto.

Nematodi del genere Meloidogyne (Tylenchida, Heteroderidae) (in eng. root-knot nematodes)

I nematodi sono pericolosi sopratutto in coltura protetta e la specie più e diffusa è Meloidogyne incognita, che è polifaga ed in grado di svilupparsi a spese di tutte le cucurbitacee. I nematodi si controllano sempre con le rotazioni, avvicendando fra loro specie sensibili e non, ospiti o meno, caratterizzate da periodi di coltivazione e tecnica colturale favorevoli o meno al parassita.

Negli appezzamenti a rischio, eccellente è la combinazione della tecnica delle rotazioni con quella dei sovesci con piante biocide come il Raphanus sativus cv. Boss e la Brassica juncea cv, ISCI 20.

Da quanto ci risulta, solo l’anguria annovera portinnesti tolleranti a questi parassiti (tab. 3).

Elateridi (Coleoptera, Elateridae) (in eng. wireworms)

Le specie più diffuse nel nostro Paese appartengono al genere Agriotes. Gli elateridi sono dannosi allo stadio larvale e sono un problema soprattutto in pieno campo; il contenimento delle loro popolazioni non è facile e non può prescindere:

dall’esecuzione del monitoraggio delle larve (da eseguire con apposite trappole) che permette, innanzitutto, di identificare la/le specie presente/i e quindi la loro distribuzione spaziale nei vari appezzamenti: non si deve dimenticare che lo sviluppo giovanile degli elateridi si svolge interamente nel terreno, dura circa 24 mesi distribuiti in 3 anni solari e che le larve non sono in grado di compiere grossi spostamenti per cui attaccano le piante comprese all’interno di un certo raggio d’azione;

nel caso di appezzamenti molto infestati, dalla rinuncia alla coltivazione delle specie più sensibili per qualche anno; per es., non dovranno essere coltivate la cipolla, le solanacee, le cucurbitacee, la lattuga, il radicchio, la carota, il mais, il girasole, gli erbai pluriennali; andranno bene, invece, perché meno sensibili, le leguminose, i cereali autunno-vernini, i sovesci, le brassicacee, lo spinacio, la bietola da coste, il finocchio;

da una successiva, attenta, programmazione delle rotazioni che dovranno essere eseguite alternando fra loro specie caratterizzate da sensibilità, periodo di coltivazione e tecnica colturale favorevoli o meno all’insetto sensibili.

Alcuni esperti suggeriscono di contenere le popolazioni di elateridi mantenendo il terreno nudo e asciutto d’estate perché le larve dell’insetto sono molto sensibili al secco, soprattutto quelle più giovani: noi non condividiamo questa strategia perché implica dei costi (gravi perdite di humus per eremacausi21) che superano i benefici (contenimento del fitofago); gli stessi benefici sarebbero raggiungibili con una gestione più attenta delle rotazioni abbinata all’esecuzione del monitoraggio delle larve.

Tripidi (Thysanoptera, Tripidae) (in eng. thrips)

Tre sono le specie di tripidi più diffuse nelle colture protette del nostro Paese, Frankliniella occidentalis (tripide occidentale), Thrips tabaci (tripide degli orti o del tabacco), Heliothrips haemorroidalis (tripide delle serre). Anch’essi, presentano alcune popolazioni resistenti agli insetticidi ammessi dai disciplinari di produzione biologica.

A causa delle ridotte dimensioni (1-2 mm), non sono facili da identificare quando le loro popolazioni sono ancora basse, pertanto il monitoraggio della coltura deve essere eseguito con molta attenzione, aguzzando la vista per individuare i segni dell’attività del fitofago. Fondamentale è, inoltre, il monitoraggio dei fiori, habitat prediletto da questi fitofagi: un eccellente metodo di controllo consiste nello sbattere leggermente con le dita il fiore sopra un foglio bianco e osservare cosa esce. L’impiego di trappole cromotropiche gialle o blu può rappresentare un valido ausilio al monitoraggio degli adulti prima di procedere con le introduzioni degli ausiliari. Per il controllo biologico dei tripidi sulle cucurbitacee in genere si interviene con una o più introduzioni del predatore polifago Orius laevigatus (Hemiptera, Antochoridae): esse dovranno essere calibrate a seconda del clima e dell’entità delle popolazioni del fitofago.

Va infine detto che, nel nostro Paese l’impiego del predatore Amblyseius cucumeris (Acari, Phytoseiidae) è piuttosto problematico sulle cucurbitacee, in quanto le sue popolazioni, per potersi insediare stabilmente sulle piante e, dunque essere efficaci, necessitano di un clima tendenzialmente umido (il limite critico di umidità si aggira intorno al 70%), temperature superiori ai 18-20 °C e presenza di polline.

Da un po’ di tempo è commercialmente disponibile il fitoseide Amblyseius degenerans (Acari, Phytoseiidae), specie assai meno sensibile al secco, ma il suo impiego è ancora troppo costoso su colture dal ciclo breve come le cucurbitacee.

Consociazioni

Quelle che normalmente pratichiamo riguardano per lo più la difesa della coltura dagli afidi.

Consociazione tra pomodoro e cetriolo

In coltura protetta può essere conveniente consociare il cetriolo al pomodoro per limitare gli attacchi di Aphis gossypii e Tetranychus urticae sulla cucurbitacea.

La pianta di pomodoro può essere attaccata, al pari del cetriolo, dagli aleirodidi (in eng. whiteflies), ma è molto meno appetibile per fitofagi come Aphis gossypii e Tetranychus urticae22; tuttavia è pianta particolarmente gradita a due importanti nemici naturali degli aleirodidi, i miridi (in eng. mirids) predatori del genere Macrolophus e Dicyphus che, in assenza di pressione chimica, tendono a formare stabili colonie sulle piante di pomodoro.

Le piante di pomodoro vanno piantate disponendo una o più file vicino alle aperture laterali delle serre, oppure alternando liberamente23 le file a quelle di cetriolo per tutta l’estensione a della serra. Cetriolo e pomodoro hanno forma di allevamento abbastanza simile ed il cetriolo non subisce la competizione del pomodoro in quanto gli è superiore per taglia e precocità. A sua volta il pomodoro non soffrirà più di tanto della consociazione col cetriolo per via della sua maggiore rusticità.

Consociazione con cv. di melone tolleranti ad Aphis gossypii

Nel caso del melone vengono coltivate file di una cv. tollerante24 agli afidi, alternate a file di una cv. sensibile; allo stesso modo, file di anguria (che è specie sensibile agli afidi) vengono alternate a file di varietà di melone tolleranti.

L’effetto benefico prodotto dalla consociazione consisterà in una diminuzione dell’incidenza degli attacchi degli afidi, conseguente ad una minore densità delle specie (anguria) o delle varietà (cv. di melone) sensibili. In altre parole, la velocità di crescita delle popolazioni di afidi che infestano un appezzamento in cui è in atto questo tipo di consociazione, sarà minore rispetto a quella che comunemente si sarebbe verificata coltivando solo varietà o spp. sensibili; pertanto ci vorrà più tempo prima che i fitofagi superino la soglia di danno economico e così gli ausiliari riusciranno più facilmente a controllarli con successo.

Consociazione con fasce inerbite

Si coltiva la coltura da reddito alternandola ogni 15-20 metri con strisce, larghe 2-3 metri, di un miscuglio composto da orzo, loiessa, veccia ed erba medica. Questo erbaio ha la particolarità di infestarsi spontaneamente di afidi delle graminacee e delle leguminose che non sono pericolosi per la coltura da reddito: essi, assieme al particolare habitat venutosi a creare, attireranno numerosi predatori e parassitoidi che ispezioneranno anche la coltura da proteggere prima che in questa le popolazioni di afidi superino la soglia di danno economico. L’erbaio va seminato 30-40 giorni prima del trapianto della coltura e mantenuto il più rigoglioso possibile; se necessario, al momento della fioritura della loiessa, lo si comincia a sfalciare in modo alternato per evitare una dispersione indesiderata dei semi e, allo stesso tempo, avere sempre a disposizione vegetazione fresca su cui sia gli afidi che gli ausiliari possano vivere. Medica e loiessa, una volta sfalciate ricacciano, offrendo l’opportunità di prolungare la durata dell’erbaio che, oltre a fornire foraggio, può essere sovesciato a fine coltura.

Bibliografia

Per il riconoscimento degli organismi dannosi:

AA.VV. (1996) - I principali virus delle piante ortive. Ed. Bayer. Distribuito da Edagricole, Bologna, 206 pp.

Nella collana “Schede Fitopatologiche” edite da L'Informatore Agrario, Verona si segnalano:

Per l’impiego degli insetti ed acari utili:

Conte L., Dalla Montà L., Guido M. (2001) - Insetti utili per le colture protette. Ed. L'Informatore Agrario, Verona, 114 pp.

Per le tecniche agronomiche di controllo degli organismi dannosi:

Conte L., Micheloni C. (2003) - Guida illustrata all’agricoltura biologica. Supplemento al n°2/2003 di Vita in Campagna. Ed. L'Informatore Agrario, Verona, 43 pp.

Per il controllo degli elateridi:

AA.VV. (1999) - Elateridi ed altri insetti terricoli. Il Divulgatore n°7, 60 pp.. Edagricole, Bologna.


Tab. 1

Funghi, insetti e nematodi terricoli che attaccano le cucurbitacee, le solanacee e la fragola



Fusarium spp.,

Verticillium spp.

Rhizoctonia solani

Pyrenochaeta lycopersici

Thielaviopsis basicola

Phytophtora capsici

Nematodi gen. Meloidogyne

Elateridigen. Agriotes

Zucchino

X

X

X

X

X §

X

X

Cetriolo

X

X

X

X

X §

X

X

Melone

X

X

X

X

X §

X

X

Anguria

X

X

X

X

X §

X

X

Peperone

X

X

X

X

X

X

X

Pomodoro

X

X

X

X


X

X

Melanzana

X

X

X

X

X

X

X

Patata

X

X




X

X

Fragola

x

X


X


X

X

§ trattasi di un’avversità di minore importanza su questa specie


Tab. 2

Resistenze/tolleranze reperibili in alcune varietà di cucurbitacee


Tab. 3

Portinnesti tolleranti/resistenti ad alcuni parassiti delle cucurbitacee

UN ESEMPIO CONCRETO

Luogo: Italia, pianura padana, provincia di Venezia, comune di Gruaro, altitudine 0 m s.l.m., (30 km NE di Venezia)

Terreno: medio impasto (45% sabbia, 45% limo, 10% argilla), sostanza organica: 2,32%, pH: 7,82, CaCO3 attivo: 3,9%, C.S.C. 24,32 meq/100 g, salinità: 0,11 mS/cm.

Coltura: anguria cv. Crimson Sweet

Fertilizzazione: sovescio autunno-vernino di segale+veccia vellutata (130+30 kg/ha) seminato in data 30.09.02, trinciato il 01.04.03 ed interrato con un’aratura leggera (20-25 cm) il 04.04.03.

Preparazione del terreno: dopo l’interramento del sovescio sono stati eseguiti 2 passaggi con erpice rotante.

Data trapianto anguria: 29.04.03

Densità di trapianto: file singole distanti 2,5 m, distanza delle piante sulla fila 1,5 m; ogni 6 file di anguria è stata risparmiata una fascia di sovescio larga 2,5 m (intercropping).

Irrigazione: a manichetta, attivata all’occorrenza.

Controllo delle malerbe: pacciamatura con telo in amido di mais sulla fila e paglia sull’interfila; il telo è stato steso al momento del trapianto dell’anguria (29.04) con una trapianta-pacciamatrice, mentre la paglia è stata stesa a mano il 20.05 subito dopo aver sarchiato l’interfila.

Controllo degli organismi dannosi: il monitoraggio è stato eseguito una volta la settimana, di lunedì mattina.

Raccolta: è stata scalare dalla seconda metà di luglio a tutto agosto.

Gestione del suolo nel periodo post-raccolta: a fine coltura le manichette impiegate per l’irrigazione sono state sfilate dalla pacciamatura e riposte nel ricovero invernale. Fino al 10 ottobre il terreno è rimasto coperto dai residui colturali, dalla paglia e da quel che restava della pacciamatura in amido di mais; dopodiché la paglia è stata trinciata e sopra le è stata distribuita della borlanda da zuccherificio nella dose di 30 q/ha; quindi il tutto è stato interrato alla profondità di 20-25 cm con un’estirpatura. Il terreno è stato poi preparato per la semina del frumento con un passaggio di erpice rotante che ha svolto anche la funzione di incorporare una modesta quantità di pollina con la funzione di starter. Il 5 novembre è stato infine seminato il frumento.


Unità 19

Patate, carote, cipolla


Patata

Quale rotazione?

Il principale criterio è “mantenere la fertilità biologica del suolo”, soprattutto per prevenire l’accumulo di parassiti delle colture, in particolare i funghi patogeni dell’apparato radicale: a tal fine va evitato l’avvicendamento con tutte quelle colture con le quali si condividono i più pericolosi parassiti (tab.1).

La gestione della rotazione va eseguita tenendo d’occhio anche gli elateridi (Coleoptera, Elateridae), insetti terricoli che sono un problema molto grave per questa coltura, caratterizzata dall’avere le parti destinate al consumo che si sviluppano sotto terra.

Quale fertilità?

La coltivazione della patata dev’essere preceduta da una letamazione, eseguita a fine inverno, oppure da un sovescio autunno-vernino in cui sono presenti anche le leguminose.

Per il sovescio si può usare segale (oppure orzo) + veccia vellutata (130 + 30 kg/ha), oppure loiessa + veccia vellutata (20 + 30 kg/ha) che si possono seminare già a fine estate (verso metà settembre in pianura padana PP). Se non ci fosse abbastanza tempo per fare un sovescio prima della coltura, si può eseguire una fertilizzazione a base di letame o compost maturi (es. almeno 300 q/ha di letame bovino); in caso contrario (e come ultima scelta) s’interrerà un fertilizzante organico commerciale (es. stallatico pellettato).

A seconda delle analisi del terreno, si potranno fare delle fertilizzazioni di fondo con solfato di potassio e/o fosfati minerali, ma sempre con moderazione; si tenga conto che la patata si avvantaggia molto della presenza di potassio. In ogni caso, prima di decidere quale e quanto fertilizzante impiegare, si chieda consiglio ad un tecnico indipendente.

Di norma non è necessario eseguire fertilizzazioni in copertura, fatta eccezione nel caso di gravi motivi legati a inaspettati stress delle piante (es. eventi climatici estremi, forti attacchi parassitari); a tale proposito, non si dimentichi che, lo si voglia o no, oltre alla mineralizzazione della sostanza organica interrata col sovescio, letame, compost e residui colturali, ogni anno si mineralizza anche una frazione di sostanza organica stabile (humus) con conseguente liberazione di una buona quantità di principi nutritivi25.

Tecnica colturale

Non differisce da quella normalmente praticata in agricoltura chimica/convenzionale.

(rincalzatura CV)

Irrigazione

Viene eseguita a pioggia e, nei modi e nei tempi, non differisce da quella normalmente praticata in agricoltura chimica/convenzionale. Tuttavia va seguita con grande attenzione affinché non interferisca con la gestione della difesa della coltura dalla peronospora (trattamenti con rame) e dalla dorifora (trattamenti con Bacillus thuringiensis o rotenone).

Cultivar

La scelta della varietà dipende da fattori legati al destino commerciale delle produzioni, alle caratteristiche del clima e del terreno, alla presenza di resistenze/tolleranze ai parassiti (tab. 2).

Patologie

Queste le più frequenti nelle nostre zone (pianura padana)

Peronospora

Agente questa malattia è il fungo Phytophtora infestans: si tratta di un patogeno assai virulento che diventa pericoloso in presenza di elevate umidità ambientali, piogge frequenti e prolungati periodi in cui un velo d’acqua copre la vegetazione.

Fra le solanacee, le colture interessate dalle infezioni di questo parassita sono il pomodoro e la patata. Nella patata si annoverano varietà tolleranti alla peronospora (tab. 2).

Il controllo diretto con ripetuti trattamenti protettivi a base di rame è efficace solo se abbinato a tutte quelle pratiche agronomiche che mirano a creare un habitat poco favorevole al patogeno e cioè l’allargamento delle interfila (per accelerare l’asciugatura della vegetazione dopo una pioggia o la condensa notturna), la scelta varietale (in zone piovose è meglio coltivare varietà tolleranti), la coltivazione del pomodoro (molto più sensibile della patata) in appezzamenti lontani da quelli di patata (i propaguli del fungo si disperdono per mezzo della pioggia e del vento).

Date le caratteristiche della coltura, non è possibile evitare l’irrigazione a pioggia che, pertanto, dev’essere eseguita con attenzione, cercando di minimizzare il numero di ore in cui la vegetazione resta bagnata.

Alternariosi

Agente questa malattia è il fungo Alternaria solani

Si tratta di un organismo polifago che diventa infettivo in presenza di elevate umidità ambientali, piogge frequenti ed un velo d’acqua sulla vegetazione. Frequentemente colpite sono le coltivazioni di pomodoro e patata. La tecnica di controllo è la stessa descritta per la peronospora e pertanto la gestione della difesa da Alternaria solani coincide con quella da Phytophtora infestans.

Fitofagi

Questi i più frequenti nelle nostre zone (pianura padana):

Dorifora della patata - Leptinotarsa decemlineata (Coleoptera, Chrysomelidae) (in eng. colorado potato beetle)

Si tratta di un insetto nocivo che attacca solo le solanacee, con preferenza decrescente per patata, melanzana, pomodoro.

È molto difficile da contenere poiché l’azione di controllo esercitata dai suoi nemici naturali è assai limitata e gli adulti sono poco sensibili all’azione degli insetticidi ammessi in agricoltura biologica.

Il contenimento di questo fitofago si effettua combinando il controllo diretto con quello agronomico: trattamenti antiparassitari contro gli adulti (rotenone) e le larve (ceppi specifici di Bacillus thuringiensis), posizionamento di fasce di piante-esca o di fettine di patata, aumento della distanza dagli appezzamenti coltivati a patata o melanzana l’anno precedente26. Il rotenone è l’unico antiparassitario ammesso nel biologico che ha una certa efficacia verso gli adulti di dorifora, tuttavia presenta una serie d’inconvenienti per cui ne raccomandiamo un uso consapevole e moderato: infatti è molto tossico per l’uomo e gli animali, non è selettivo verso gli insetti utili ed ha un’azione residua ad effetto repellente che, purtroppo, nella pratica di campo, si è rivelata più attiva sugli insetti utili che su quelli nocivi.

Elateridi (Coleoptera, Elateridae) (in eng. wireworms)

Le specie più diffuse nel nostro Paese appartengono al genere Agriotes. Gli elateridi sono dannosi allo stadio larvale e sono un problema molto serio per la patata; il contenimento delle loro popolazioni non è facile e non può prescindere:

dall’esecuzione del monitoraggio delle larve (da fare con le apposite trappole) che permette di identificare le specie presenti e la distribuzione spaziale delle loro popolazioni: non si deve dimenticare che lo sviluppo giovanile degli elateridi si svolge interamente nel terreno, dura circa 24 mesi distribuiti in 3 anni solari e che le larve non sono in grado di compiere grandi spostamenti e, pertanto, attaccano le piante comprese all’interno di un certo raggio d’azione;

dalla rinuncia alla coltivazione della patata e delle specie più sensibili quando accade che gli appezzamenti sono troppo infestati (per es., per qualche anno non dovranno essere coltivate la cipolla, le solanacee, le cucurbitacee, la lattuga, il radicchio, la carota, il mais, il girasole, gli erbai pluriennali; andranno bene, invece, perché meno sensibili, le leguminose, i cereali autunno-vernini, i sovesci, le brassicacee, lo spinacio, la bietola da coste, il finocchio);

da una successiva, attenta, programmazione delle rotazioni che dovranno essere eseguite alternando fra loro specie dal periodo di coltivazione e tecnica colturale più o meno favorevoli all’insetto.

Alcuni esperti suggeriscono di contenere le popolazioni di elateridi mantenendo il terreno nudo e asciutto d’estate perché le larve dell’insetto sono molto sensibili al secco, soprattutto le più giovani. Noi non riteniamo che questa strategia sia vantaggiosa in un contesto come quello dell’agricoltura biologica perché implica dei costi (gravi perdite di humus per eremacausi27) che superano i benefici (contenimento del fitofago); gli stessi benefici sarebbero raggiungibili con una gestione più attenta delle rotazioni, abbinata all’esecuzione del monitoraggio delle larve. Con gli elateridi (così come con la dorifora) si può solo scendere a patti, ma l’accordo finale può essere vantaggioso per tutti.

Nezara viridula (Hemiptera, Pentatomidae) (in eng. green bug)

Raramente è un problema, anche se spesso gli agricoltori si spaventano quando la trovano sulla coltura: il danno consiste nel deperimento che le punture di nutrizione di giovani ed adulti inducono in alcuni germogli. In realtà la coltura riesce a sopportare molto bene l’attività trofica delle popolazioni di quest’insetto e pertanto non si giustifica nessun intervento antiparassitario specifico.

Afidi, tripidi e ragnetto rosso (in eng. aphids, thrips and the two-spotted spidermite)

Nelle coltivazioni biologiche questi organismi sono un problema solo occasionalmente, in genere quando le estati sono siccitose (tripidi e ragnetto) e, soprattutto, laddove le infrastrutture ecologiche (quali habitat per il rifugio e la moltiplicazione dei loro nemici naturali) sono assenti o poco efficienti ed il controllo naturale stenta ad attivarsi. Occorre fare molta attenzione, anche, all’impatto che eventuali trattamenti di rotenone eseguiti contro la dorifora possono avere sui loro nemici naturali: se gli interventi sono pochi ed eseguiti nelle primi fasi di crescita della coltura, solitamente non ci sono problemi.

Consociazioni

Non ne pratichiamo.


CAROTA

Quale rotazione?

Il principale criterio è “mantenere la fertilità biologica del suolo”, soprattutto per prevenire l’accumulo di parassiti delle colture, in particolare i funghi patogeni dell’apparato radicale: a tal fine va evitato l’avvicendamento con tutte quelle colture con le quali si condividono i più pericolosi parassiti.

La gestione della rotazione va eseguita tenendo d’occhio anche la mosca della carota (Diptera, Psilidae) e gli elateridi (Coleoptera, Elateridae), insetti terricoli che sono un problema molto grave per questa coltura, caratterizzata dall’avere le parti destinate al consumo che si sviluppano sotto terra.

Quale fertilità?

Nei confronti degli elementi nutritivi la carota è mediamente esigente perché riesce ad utilizzare piuttosto bene i nutrienti messi a disposizione dal terreno: più che una bassa fertilità chimica, la carota patisce una bassa fertilità fisica (cattiva struttura) e biologica (accumulo di parassiti) del terreno.

La carota soffre la presenza di sostanza organica facilmente fermentiscibili come, per esempio, i residui colturali delle leguminose e il letame e il compost non abbastanza maturi. Di conseguenza, i sovesci da praticare saranno quelli di colture dai tessuti con elevato rapporto C/N (maggiore di 50), come le graminacee, interrate in fase avanzata di sviluppo (fine fioritura); si tenga conto, anche, che la carota necessita di una buona disponibilità di elementi nutritivi solo in una fase avanzata di crescita e, quindi, non soffre un’eventuale carenza d’azoto che può verificarsi nelle prime settimane che seguono l’interramento di sostanza organica con rapporti c/n elevati (es. residui di cereali).

In alternativa ai sovesci si può interrare in inverno l’equivalente di 150 q/ha di letame bovino, purché ben maturo; la carota, comunque, riesce ad utilizzare bene anche la fertilità residua della coltura precedente letamata (es. patata, mais).

Secondo le analisi del terreno, si potranno fare delle fertilizzazioni di fondo con solfato di potassio, ma sempre con moderazione; si tenga conto che la carota si avvantaggia molto della presenza di potassio. In ogni caso, prima di decidere quanto fertilizzante impiegare, si chieda consiglio ad un tecnico indipendente.

Come regola non si eseguiranno fertilizzazioni in copertura, perché sia nella coltivazione primaverile che in quella estiva, la carota riesce ad utilizzare bene i principi nutritivi derivanti dalla mineralizzazione della sostanza organica presente nel suolo.

Tecnica colturale

Non differisce da quella normalmente praticata in agricoltura chimica/convenzionale, fatta eccezione per il controllo delle malerbe che dev’essere curato molto attentamente. Infatti la carota è poco competitiva con le infestanti perché si tratta di una specie che non si può trapiantare e la semente ha una lenta velocità di germinazione: pertanto la coltivazione di quest’ortaggio dovrà essere preceduta da un paio di false semine, possibilmente in appezzamenti caratterizzati da una bassa carica di semi di malerbe; molti agricoltori ritengono vantaggioso anche l’uso del pirodiserbo in pre-emergenza, anticipato da una falsa semina.

Con la coltura in atto, le malerbe vengono controllate per mezzo di sarchiature sull’interfila e scerbature sulla fila.

Interessante, e sempre più diffusa, è la coltivazione su teli biodegradabili formati da una serie di strati di cellulosa su cui la ditta produttrice inocula, con uno speciale macchinario, la semente della coltura da reddito: in questo modo si riesce ad estendere i vantaggi della pacciamatura anche alla carota (ed ad altre colture che normalmente non si trapiantano come, per esempio, le insalate da taglio).

Da evitare è la coltivazione:

in terreni ricchi di scheletro;

in terreni mal strutturati;

in terreni in cui sono stati interrati letame o compost che non siano ben maturi;

in terreni in cui sono stati interrati residui vegetali ricchi in azoto e facilmente fermentiscibili (erbai e sovesci di leguminose, sovesci giovani di qualsiasi specie, prati rotti da poco, residui colturali di soia, pisello, fagiolo) perché favoriscono la crescita di radici malformate.

Irrigazione

Viene eseguita a pioggia e, nei modi e nei tempi, non differisce da quella normalmente praticata in agricoltura chimica/convenzionale. Tuttavia va seguita con grande cura affinché non dia luogo a ristagni nel terreno o faciliti le infezioni di Alternaria e Sclerotinia.

Cultivar

La scelta varietale dipende da fattori legati al destino commerciale delle produzioni, alle caratteristiche del clima e del terreno, alla presenza di resistenze/tolleranze ai parassiti (tab. 3).

Patologie

Queste le più frequenti nelle nostre zone (pianura padana).

Alternariosi

Agente questa malattia è il fungo Alternaria dauci: si tratta di un organismo che diventa pericoloso in ambienti umidi e poco aerati, quando le piogge sono frequenti e, comunque, quando per molte ore al giorno, e per più giorni, la vegetazione è coperta da un velo d’acqua.

Il migliore metodo di controllo è quello agronomico, con l’obiettivo di creare un habitat poco favorevole al patogeno: importante sarà, dunque, la densità di semina, l’allargamento delle interfila (per accelerare l’asciugatura della vegetazione dopo una pioggia o la condensa notturna), la scelta varietale (in zone piovose è meglio coltivare varietà tolleranti), la coltivazione in appezzamenti ventilati.

Date le caratteristiche della coltura, non è possibile fare a meno dell’irrigazione a pioggia che dovrà essere eseguita con attenzione, cercando di minimizzare il numero di ore in cui la vegetazione resta bagnata.

Il controllo diretto con ripetuti trattamenti a base di rame è efficace solo se abbinato alle pratiche agronomiche descritte sopra e, comunque, va eseguito alla comparsa dei primi sintomi per proteggere la vegetazione dalle infezioni secondarie del patogeno: di conseguenza, non si può prescindere dalla capacità di riconoscere i sintomi della malattia e dall’esecuzione del monitoraggio.

Sclerotinia

Agente questa malattia è il fungo Sclerotinia sclerotiorum: si tratta di un organismo che diventa pericoloso in ambienti umidi e poco aerati, quando le piogge sono frequenti, le temperature sono inferiori ai 20°C e, comunque, quando per molte ore al giorno, e per più giorni, la vegetazione è coperta da un velo d’acqua.

Sclerotinia sclerotiorum è, dopo Botrytis cinerea, il fungo capace di attaccare il maggior numero di specie orticole; inoltre, alcuni suoi propaguli (sclerozi) riescono a conservarsi vitali nel terreno per diversi anni: per questo motivo le rotazioni potrebbero non bastare e diventano ancora più importanti le altre tecniche di controllo agronomico finalizzate a creare un habitat poco favorevole allo sviluppo del parassita (le stesse descritte nel paragrafo dedicato al controllo dell’alternariosi). È bene, in ogni caso, evitare di ripetere per più anni la coltivazione nello stesso appezzamento delle specie più recettive a questo patogeno (e cioè le ombrellifere, le leguminose, le composite). Fra le colture meno attaccate, vuoi per la minore sensibilità, vuoi per la coltivazione in periodi meno favorevoli al patogeno (estate, clima caldo e secco), ricordiamo lo spinacio, la bietola, la cipolla, il porro, l’aglio, i cereali, le solanacee, le cucurbitacee.

Il controllo diretto con ripetuti trattamenti a base di rame non è efficace; non esistono altri antiparassitari naturali efficaci, né varietà resistenti.

Fitofagi

Questi i più frequenti nelle nostre zone (pianura padana):

Mosca della carota - Psila rosae (Diptera, Psilidae)

È il parassita più difficile da controllare e contro il quale non sono stati individuati metodi dall’efficacia ed affidabilità soddisfacenti. L’insetto compie 3 generazioni l’anno: una in maggio/giugno, una in luglio/agosto, una in settembre/ottobre; le coltivazioni più danneggiate sono quelle estive; lo stadio nocivo è quello larvale, che vive nel terreno nutrendosi a spese delle radici della carota e di specie appartenenti alla famiglia delle ombrellifere.

La difesa da Psila rosae è molto difficile perché l’azione di controllo esercitata dai suoi nemici naturali è limitata e le larve non sono raggiungibili dagli insetticidi ammessi in agricoltura biologica.

Il controllo è solo agronomico e non sempre affidabile e prevede:

la coltivazione di ombrellifere a distanza di almeno 4 anni;

la raccolta e distruzione delle carote attaccate dalle larve per ridurre l’inoculo;

la protezione della coltura con rete anti-insetto a maglie da 1,5 mm o con tessuto non tessuto ;

l’esecuzione di sarchiature per disturbare le uova, deposte nel terreno vicino alle carote;

la coltivazione della carota in un campo collocato in posizione ventosa (gli adulti della mosca non sono buoni volatori) e lontano da una siepe (rifugio notturno per gli adulti);

la consociazione con cipolle o trifoglio (vedi sotto);

Non si annoverano varietà resistenti/tolleranti a questo parassita.

Elateridi (Coleoptera, Elateridae) (in eng. wireworms)

Vedi quanto enunciato nell’omonima sezione dedicata alla patata

Afidi, tripidi e ragnetto rosso (in eng. aphids, thrips and the two-spotted spidermite)

Nelle coltivazioni biologiche questi organismi sono un problema solo occasionalmente, in genere quando le estati sono siccitose (tripidi e ragnetto) e, soprattutto, laddove le infrastrutture ecologiche (quali habitat per il rifugio e la moltiplicazione dei loro nemici naturali) sono assenti o poco efficienti ed il controllo naturale, quindi, stenta ad attivarsi.

Consociazioni

Solo a titolo informativo, segnaliamo due tipi di consociazioni che alcune persone consigliano nella difesa dalla mosca della carota: in entrambi i casi non siamo in grado di esprimere alcun giudizio perché si tratta di metodi che conosciamo nella teoria e non nella pratica.

consociazione con cipolla: sembra che la coltivazione delle carote assieme a quella delle cipolle (ma anche dell’aglio e del porro) produca un effetto repellente la mosca.


CIPOLLA

Quale rotazione?

Il principale criterio è “mantenere la fertilità biologica del suolo”, soprattutto per prevenire l’accumulo di parassiti delle colture, in particolare i funghi patogeni dell’apparato radicale: a tal fine va evitato l’avvicendamento con tutte quelle colture con le quali si condividono i più pericolosi parassiti, in particolare vanno evitate le altre liliacee (aglio, porro, asparago).

La gestione della rotazione va eseguita tenendo d’occhio anche gli elateridi (Coleoptera, Elateridae), insetti terricoli che sono un problema molto grave per questa coltura, caratterizzata dall’avere le parti destinate al consumo che si sviluppano sotto terra.

Quale fertilità?

La coltivazione della cipolla può essere preceduta dall’interramento di letame o compost ben maturi, impiegati nella quantità di almeno 300 q/ha.

Sia che venga trapiantata in aprile, sia in ottobre/novembre (date valevoli per la coltivazione in PP), la cipolla può essere preceduta da un sovescio, purché non sia di sole leguminose e non venga interrato giovane, ma dopo la fioritura.

In caso contrario (e come ultima scelta), s’interrerà un fertilizzante organico commerciale (es. stallatico pellettato, pollina compostata).

La cipolla si avvantaggia molto della presenza di potassio e zolfo: pertanto, secondo le analisi del terreno, si potranno fare delle fertilizzazioni di fondo con solfato di potassio, ma sempre con moderazione; in ogni caso, prima di decidere quale e quanto fertilizzante impiegare, si chieda consiglio ad un tecnico indipendente.

Tecnica colturale

Non differisce da quella normalmente praticata in agricoltura chimica/convenzionale.

In agricoltura biologica le cipolle vengono sempre trapiantate.

Irrigazione

Viene eseguita a pioggia e, nei modi e nei tempi, non differisce da quella normalmente praticata in agricoltura chimica/convenzionale. Tuttavia va seguita con grande attenzione affinché non interferisca con la gestione della difesa della coltura dalla peronospora.

Cultivar

La scelta della varietà dipende da fattori legati al destino commerciale delle produzioni, alle caratteristiche del clima e del terreno, alla presenza di resistenze/tolleranze ai parassiti (tab. 4).

Patologie

Queste le più frequenti nelle nostre zone (pianura padana)

Peronospora

Agente questa malattia è il fungo Peronospora destructor: si tratta di un patogeno assai virulento che diventa pericoloso alla presenza di temperature inferiori ai 28°C, elevate umidità, piogge frequenti e prolungati periodi in cui un velo d’acqua copre la vegetazione.

Il controllo diretto con trattamenti protettivi a base di rame è efficace solo se abbinato a tutte quelle pratiche agronomiche che mirano a creare un habitat poco favorevole al patogeno e cioè l’allargamento delle interfila (per accelerare l’asciugatura della vegetazione dopo una pioggia o la condensa notturna), la scelta varietale (in zone piovose è meglio coltivare varietà tolleranti), evitare che si formino ristagni nel terreno. Siccome le foglie della cipolla sono rivestite da uno spesso strato di cere, è bene miscelare il rame ad un buon bagnante.

Date le caratteristiche della coltura, non è possibile evitare l’irrigazione a pioggia che, pertanto, dev’essere eseguita con attenzione, cercando di minimizzare il numero di ore in cui la vegetazione resta bagnata.

Fitofagi

Questi i più frequenti nelle nostre zone (pianura padana):

Elateridi (Coleoptera, Elateridae) (in eng. wireworms)

Le specie più diffuse nel nostro Paese appartengono al genere Agriotes. Gli elateridi sono dannosi allo stadio larvale e sono un problema molto serio per la cipolla; il contenimento delle loro popolazioni èimpegantivo e non può prescindere:

dall’esecuzione del monitoraggio delle larve (da fare con le apposite trappole) che permette di identificare le specie presenti e la distribuzione spaziale delle loro popolazioni: non si deve dimenticare che lo sviluppo giovanile degli elateridi si svolge interamente nel terreno, dura circa 24 mesi distribuiti in 3 anni solari e che le larve non sono in grado di compiere grandi spostamenti e, pertanto, attaccano le piante comprese all’interno di un certo raggio d’azione;

dalla rinuncia alla coltivazione della cipolla e delle specie più sensibili quando accade che gli appezzamenti sono troppo infestati (per es., per qualche anno non dovranno essere coltivate la patata, le altre solanacee, le cucurbitacee, la lattuga, il radicchio, la carota, il mais, il girasole, gli erbai pluriennali; andranno bene, invece, le leguminose, i cereali autunno-vernini, i sovesci, le brassicacee, lo spinacio, la bietola da coste, il finocchio);

da una successiva, attenta, programmazione delle rotazioni che dovranno essere eseguite alternando fra loro specie dal periodo di coltivazione e tecnica colturale più o meno favorevoli all’insetto.

Alcuni esperti suggeriscono di contenere le popolazioni di elateridi mantenendo il terreno nudo e asciutto d’estate perché le larve dell’insetto sono molto sensibili al secco, soprattutto le più giovani. Noi non riteniamo che questa strategia sia vantaggiosa in un contesto come quello dell’agricoltura biologica perché implica dei costi (gravi perdite di humus per eremacausi29) che superano i benefici (contenimento del fitofago); gli stessi benefici sarebbero raggiungibili con una gestione più attenta delle rotazioni, abbinata all’esecuzione del monitoraggio delle larve. Con gli elateridi (così come con la dorifora) si può solo scendere a patti, ma l’accordo finale può essere vantaggioso per tutti.

Tripidi (Thysanoptera, Tripide)

Nelle coltivazioni biologiche questi organismi sono spesso presenti, ma diventano un problema solo occasionalmente, in genere quando le temperature sono medio-alte e piove poco e, soprattutto, laddove le infrastrutture ecologiche (quali habitat per il rifugio e la moltiplicazione dei loro nemici naturali) sono assenti o poco efficienti ed il controllo naturale stenta ad attivarsi. All’occorrenza possono essere contenuti con trattamenti a base di piretro, tenendo conto della non-selettività di questo prodotto verso gli ausiliari.

Consociazioni

a) con le carote: sembra che la coltivazione delle carote assieme a quella delle cipolle (ma anche dell’aglio e del porro) produca un effetto repellente la mosca della carota (Psila rosae). Non siamo in grado di esprimere alcun giudizio su questa tecnica perché si tratta di un metodo che conosciamo nella teoria e non nella pratica.

Tab. 1

Funghi, insetti e nematodi terricoli che attaccano le cucurbitacee, le solanacee e la fragola







Fusarium spp.,

Verticillium spp.

Rhizocto

nia solani

Pyrenochaeta lycopersici

Thielavio

psis basicola

Phytoph

tora capsici

Nematodigen. Meloidogyne

Elateridigen. Agriotes


Patata

X

X




X

X

Peperone

X

X

X

X

X

X

X


Pomodoro

X

X

X

X


X

X


Melanzana

X

X

X

X

X

X

X


Zucchino

X

X

X

X

X §

X

X


Cetriolo

X

X

X

X

X §

X

X


Melone

X

X

X

X

X §

X

X


Anguria

X

X

X

X

X §

X

X


Fragola

X

X


X


X

X


§ trattasi di un’avversità di minore importanza su questa specie


Tab. 2

Resistenze/tolleranze reperibili in alcune varietà di patata


Varietà

Resistenze e/o tolleranze

Agata

Resist. Y

 

Albas

Toll. Phy e Y

 

Aziza

Toll. Phy; toll. Y; resist. X

Désirée

Toll. A; resist. X e Y

Jaerla

Toll. Y; resist. A e X

Kartel

Toll. Phy e X

 

Karnico

Toll. Phy e X

 

Kennebec

Resist. A e Y; toll. Phy

Liseta

Toll. A; resist. X e Y

Monalisa

Resist. A e Y; toll. X

Spunta

Toll. Y

 

Timate

Toll. A; resist. X e Y

Legenda

Phy = Phytophtora infestans

A = virus A

X = virus X

Y = virus Y


Tab. 3

Resistenze/tolleranze reperibili in alcune varietà di carota


Varietà

Ditta

Resistenze e/o tolleranze

Barbara RZ

Isea

Toll. Ad

 

 

Krakow

Isea

Toll. Ad, Ep

 

 

Champion F1

Asgrow

Toll. Ad

 

 

Bolero F1

Vilmorin

Toll. Ad, Py, Ep

 

Maestro F1

Vilmorin

Toll. Ad, Py, Ep

 

Tempo F1

Vilmorin

Toll. Ad, Py, Ep

 

Legenda

Ad = Alternaria dauci

Py = Pythium spp. (cavity spot)

Ep = Erysiphe polygoni.


Tab. 3

Resistenze/tolleranze reperibili in alcune varietà di cipolla


Tipologia

Varietà F1

Ditta

Resistenze e/o tolleranze

Bulbo giallo o dorato

Delgado

Bejo

Toll. Pt, F

 

Sonic F1

Isi

Toll. Pd, Bc

 

Granero Hy

Nunhems

Toll. Pt

 

Legend Hy

Bejo

Toll. Pt

 

Vaquero

Nunhems

Toll. Pt, F

Bulbo bianco

Alabaster

Nunhems

Toll. Pt

 

Blanco Duro

Nunhems

Toll. Pt

 

Cometa Hy

Nunhems

Toll. Pt, F

 

Cristal Hy

Nunhems

Toll. Pt

 

Himera F1

Isi

Toll. Pt

 

Nevada

Isi

Toll. Pt

Bulbo rosso

Red Mech

Isi

-

 

Reddy

Isi

-

 

Rossa d'Inv. Sel. Rojo Duro

Ortis

-

Legenda

Pt = Pyrenochaeta terrestris

Pd = Peronospora destructor

Bc = Botrytis cinerea

F = Fusarium

Toll. = tollerante

Bibliografia

Per il riconoscimento degli organismi dannosi:

AA.VV. (1996) - I principali virus delle piante ortive. Ed. Bayer. Distribuito da Edagricole, Bologna, 206 pp.

Nella collana “Schede Fitopatologiche” edite da L'Informatore Agrario, Verona si segnalano:

Per l’impiego degli insetti ed acari utili:

Conte L., Dalla Montà L., Guido M. (2001) - Insetti utili per le colture protette. Ed. L'Informatore Agrario, Verona, 114 pp.

Per le tecniche agronomiche di controllo degli organismi dannosi:

Per il controllo degli elateridi:

Per il controllo della dorifora:

Esempio pratico

Luogo: Italia, pianura padana, provincia di Venezia, comune di Gruaro, altitudine 0 m s.l.m., (30 km NE di Venezia)

Terreno: medio impasto (41% sabbia, 47% limo, 12% argilla), sostanza organica: 2,19%, pH: 7,96, CaCO3 attivo: 4,6%, C.S.C. 28,36 meq/100 g, salinità: 0,12 mS/cm.

Coltura: patata cv. Kennebec

Fertilizzazione: sovescio autunno-vernino di loiessa (Lolium multiflorum var. italicum) e veccia vellutata (Vicia villosa) seminato il 18.09.02 alla dose di 20 + 30 kg/ha (dopo una coltura di mais), trinciato il 14.03.03 ed interrato con un’aratura leggera (20-25 cm) il 17.03.03.

Preparazione del terreno: dopo l’interramento del sovescio sono stati eseguiti 2 passaggi con erpice rotante.

Data semina patata: 04.04.03

Densità di semina: file distanti 85 cm, distanza delle piante sulla fila 25 cm.

Irrigazione: a pioggia, attivata all’occorrenza.

Controllo delle malerbe: sarchia-rincalzatura eseguita all’occorrenza finché lo sviluppo della coltura ha consentito l’ingresso del trattore nel campo.

Controllo degli organismi dannosi: il monitoraggio è stato eseguito una volta la settimana, di lunedì mattina.

Raccolta: è stata scalare, effettuata in proprio con una macchina scava-raccogli-patate, dalla seconda metà di luglio a tutto agosto, a seconda delle necessità di rifornire il punto-vendita aziendale.

Gestione del suolo nel periodo post-raccolta: nella prima metà del mese di settembre si è proceduto alla preparazione del letto di semina (1 estirpatura, 2 passaggi di erpice rotante) per un sovescio di segale + veccia vellutata (130 + 30 kg/ha) seminato in data 17.09.03 che è stato interrato ad inizio aprile 2004 per lasciare il terreno libero alla coltivazione di zucca, seminata nella prima settimana di maggio 2004, senza che sia stato necessario fertilizzare il terreno.




Foto 1: Leptinotarsa decemlineata


Foto 2: Pieris brassicae






















UNITà 20

Fragole e asparago


FRAGOLA

Quale rotazione?

Il principale criterio è “mantenere la fertilità biologica del suolo”, soprattutto per prevenire l’accumulo di parassiti delle colture, in particolare i funghi patogeni dell’apparato radicale: a tal fine va evitato l’avvicendamento con le cucurbitacee, le altre solanacee e la fragola a causa della condivisione di molti parassiti (vd. tab. 1). La gestione della rotazione va eseguita tenendo d’occhio anche gli elateridi (Coleoptera, Elateridae) che, pur essendo un problema meno frequente rispetto a quello degli altri parassiti dell’apparato radicale, sono piuttosto fastidiosi nella coltivazione di questa coltura, in particolare d’estate nella fase di post-trapianto.

Quale fertilità?

Considerato che fragola viene trapiantata alla fine agosto (vedi sotto), essa può seguire un cereale autunno-vernino, un’ortiva primaverile con la quale non condivida gli stessi parassiti dell’apparato radicale (per es. vanno bene pisello, crucifere, finocchio), oppure, meglio ancora, un sovescio che può essere di:

trifoglio violetto30 (Trifolium pratense), seminato in febbraio/marzo 20 kg/ha;

erba medica1 (Medicago sativa), seminata in febbraio/marzo 25 kg/ha;

Vigna sinensis, seminata in maggio alla dose di 50 kg/ha;

trifoglio alessandrino (Trifolium alexandrinum), seminato in maggio alla dose di 25 kg/ha;

grano saraceno (Fagopyrum esculentum), seminato a metà maggio alla dose di 60 kg/ha;

sudan grass (Sorghum vulgare var. sudanense), seminato a metà maggio alla dose di 50 kg/ha: in questo caso si consiglia di far precedere la coltivazione di questa graminacea da una letamazione (300 q/ha) o, comunque, da una fertilizzazione organica che apporti al sudan grass almeno 50 kg di azoto/ha (tecnica della siderazione)31: dall’interramento della coltura si libererà una buona quantità di principi nutritivi per la fragola.

In tutti questi casi, sarebbe bene interrare le colture da sovescio 15 gg. prima del trapianto della fragola, in modo da perdere la minor quantità possibile di principi nutritivi derivanti dalla mineralizzazione della massa vegetale che, in questo momento della stagione, procede rapidamente.

Un buon sovescio primaverile dalla spiccata azione biocida è quello di Brassica juncea var. ISCI 20 o di Raphanus sativus var. Boss: il primo è efficace soprattutto contro i funghi terricoli, il secondo contro i nematodi; è fondamentale che ci sia la possibilità di irrigare a pioggia queste colture, soprattutto se eseguite in serra.

Un’alternativa ai sovesci è l’interramento di letame e compost ben maturi prima del trapianto (es. 400 q/ha di letame) e, come ultima scelta, quello di concimi organici commerciali. Non è necessario, invece, l’interramento di fertilizzanti ad effetto-starter perché le alte temperature del suolo nei mesi di agosto-settembre già favoriscono una più che buona mineralizzazione della sostanza organica.

Sull’opportunità di eseguire fertirrigazioni raccomandiamo un’attenta riflessione che tenga conto dell’effettiva necessità di tale pratica e della sua convenienza economica. Secondo noi, negli appezzamenti dove il bilancio umico è stato ben gestito con un corretto uso di letame, compost e sovesci, la fertilizzazione di copertura non serve.


Tecnica colturale

In agricoltura biologica, la fragola va sempre coltivata in coltura protetta per evitare problemi con la botrite (Botrytis cinerea); per lo stesso motivo, la densità d’investimento è, di solito, minore rispetto a quella normalmente praticata in agricoltura chimica/convenzionale.

A causa della lunga durata della coltura (almeno 10 mesi) non è consigliabile pacciamare con teli in materiale biodegradabile: la pacciamatura, solitamente, viene eseguita con teli in polietilene nero sulla fila e con paglia nell’interfila.

Nella pianura padana la fragola si trapianta a fine agosto/inizio settembre, fruttifica tra fine aprile ed inizio giugno, si espianta nella seconda metà di giugno. Qualche agricoltore non espianta la coltura in giugno per farle compiere un secondo ciclo produttivo nella primavera dell’anno successivo: considerato che la produttività della coltura in questo 2° ciclo è significativamente più bassa, tale scelta dev’essere oggetto di attente valutazioni da parte dell’agricoltore; tuttavia, in certi casi, si può rivelare conveniente.

Il trapianto della fragola può avvenire direttamente in serra, oppure, meglio, in pieno campo per essere seguito a fine gennaio/inizio febbraio dalla copertura della coltura con una serra-tunnel costituita da archi relativamente leggeri (es. larghi almeno 8 m ed alti sul colmo almeno 3 m) su cui sarà steso un telo trasparente. Questa scelta presenta il vantaggio di ritardare la crescita delle popolazioni di afidi e di ragnetto rosso che così non possono beneficiare di un clima più mite nel periodo autunno-vernino: in primavera ci si troverà ad operare in presenza di popolazioni meno consistenti di questi fitofagi.

A giugno, dopo l’espianto della fragola, è possibile capitalizzare la spesa sostenuta per la copertura della parcella col tunnel coltivando una coltura da alto reddito (come il cetriolo, lo zucchino, il peperone, il pomodoro, la lattuga), in modo da sfruttare la fertilità residua lasciata dalla fragola; la scelta di coltivare una fra queste specie che condividono con la fragola gli stessi parassiti terricoli è giustificata solo da ragioni di convenienza economica. Alla fine dell’anno, si procederà con la coltivazione di cereali autunno-vernini, sovesci o altre specie orticole che non condividano gli stessi parassiti terricoli (es. finocchio, crucifere, leguminose, chenopodiacee, liliacee, composite).

Irrigazione

Deve essere sempre eseguita a manichetta e mai a pioggia, perché quest’ultima facilita l’infezione da parte della botrite. L’irrigazione a manichetta è fondamentale per una gestione corretta dell’umettamento del terreno nelle fasi di post-trapianto e alla ripresa vegetativa primaverile fino a tutta la raccolta.

Cultivar

La scelta della varietà va fatta in funzione dello sbocco commerciale delle produzioni, delle caratteristiche del clima e del terreno, della presenza di resistenze/tolleranze a parassiti come l’antracnosi, l’alternaria e l’oidio; è importante, anche, che la varietà abbia esigenze nutrizionali moderate cioè che sia capace di crescere bene in terreni con una fertilità chimica che dipende dalla sola mineralizzazione della sostanza organica incorporata nel suolo (caratteristica tipica dei terreni in cui si coltiva col metodo dell’agricoltura biologica). Purtroppo, nella fragola sono commercialmente disponibili poche varietà tolleranti/resistenti ai parassiti (tab. 2).

Patologie

Queste le più frequenti nelle nostre zone:

patogeni terricoli

Sono i funghi appartenenti ai generi Fusarium, Verticillium, Rhizoctonia, Phytophtora e Pythium.

Lo sviluppo di questi parassiti è favorito anche dalla presenza di terreni che tendono ad essere asfittici (attenzione, dunque, al mantenimento di una buona struttura!).

A causa della loro polifagia e della capacità di sopravvivenza nel terreno e nei residui vegetali, questi patogeni si controllano con l’esecuzione di lunghe rotazioni (4-5 anni), avvicendando fra loro colture “non ospiti” ed eseguendo tutte le pratiche possibili che favoriscano il mantenimento (o il miglioramento) della fertilità biologica del suolo (uso di letame, compost e sovesci, anche con piante biocide)32. Infatti, l’attività di una popolosa e diversificata comunità microbica del suolo costituisce un potente antidoto contro le infezioni da questi patogeni.

Botrite (in eng. grey mould)

Agente di questa malattia è il fungo Botrytis cinerea: è un parassita altamente polifago la cui attività è favorita dall’elevata umidità dell’aria, presenza di un velo d’acqua sulla vegetazione (condensa, pioggia), presenza di tessuti morti (es. petali, foglie secche) temperature comprese tra 5 e 35°C e valori ottimali sui 20°C; la penetrazione nell’ospite avviene attraverso microlesioni. È l’avversità fungina più importante della fragola ed è molto pericolosa in primavera nelle fasi di fioritura e fruttificazione.

Non esistono organismi utili o antiparassitari naturali capaci di contenerne con efficacia ed affidabilità le infezioni, pertanto il controllo di Botryitis cinerea viene eseguito solo per mezzo di quelle tecniche (agronomiche) capaci di modificare il clima nella coltura in modo da ridurre il numero di ore in cui l’umidità raggiunge valori favorevoli all’attività del patogeno: dunque, la coltivazione della fragola deve avvenire in serre dotate di aperture ampie, sia nei lati che nelle testate, la densità d’impianto non deve essere mai troppo elevata affinché la vegetazione resti bagnata (a causa della condensa notturna) il minor numero di ore possibile e i frutti non devono toccare il terreno (pacciamatura); è vantaggioso usare un termoigrografo per monitorare le fluttuazioni di temperatura ed umidità nella serra a livello delle piante. In primavera è opportuno favorire la ventilazione della serra tenendo spalancate le aperture dal mattino presto fino a sera e chiuderle la notte, solo se fa freddo: spesso conviene accettare qualche giorno di ritardo nella data d’inizio della raccolta delle fragole, pur di avere una coltura sana.

Come già detto, Botryits cinerea è capace di svilupparsi anche saprofiticamente sulla vegetazione morta, pertanto è importante pulire bene le piante della vegetazione secca a fine inverno e, a fine fioritura, assicurarsi che i petali non restino attaccati ai fiori.

Oidio

Agente di questa malattia è il fungo Oidium fragrariae, diffuso soprattutto in coltura protetta nel periodo primaverile. Si contiene con trattamenti a base di zolfo: essi dovranno essere tempestivi, cioè eseguiti alla prima comparsa dei sintomi della malattia: a tal fine non si può prescindere dal monitoraggio della coltura. Quando si usa lo zolfo, occorre tenere conto della parziale selettività che questo fungicida ha verso gli ausiliari33. Sono commercialmente disponibili varietà caratterizzate da una bassa sensibilità a questo patogeno.

Altri funghi

Colletotrichum acutatum, Alternaria alternata patotipo fragola e Mycosphaerella fragrariae sono funghi patogeni che occasionalmente causano problemi nelle coltivazioni biologiche: sono, rispettivamente, agenti di malattie che prendono il nome di antracnosi, alternariosi e vaiolatura; si sviluppano alla presenza di persistenti elevate umidità ambientali, un velo d’acqua sulla vegetazione e temperature miti (>18-20°C).

La migliore tecnica di controllo consiste nel gestire bene la ventilazione della coltura in modo da ridurre il numero di ore in cui l’umidità si mantiene elevata (è valida la stessa tecnica agronomica adottata nella difesa da Botryits cinerea). Sono da evitare, pertanto, l’irrigazione a pioggia e tutte quelle pratiche che possono limitare l’arieggiamento della coltura e, di conseguenza, ritardare l’asciugatura della vegetazione dopo una pioggia (in pieno campo) o un fenomeno di condensa notturna (in serra).

Trattamenti protettivi a base di rame sono efficaci, ma devono essere considerati sempre una tecnica complementare a quella agronomica sopra descritta; sono consigliati, perlopiù, nei primi tre mesi dopo il trapianto qualora ci si trovi ad operare in pieno campo.

Sono commercialmente disponibili varietà tolleranti all’antracnosi e all’alternaria.

Batteriosi

La specie più pericolosa è Xanthomonas fragrariae.

Le infezioni sono favorite da basse temperature notturne e temperature diurne sui 20°C (cioè forti escursioni termiche, tipiche dell’autunno), persistente elevata umidità ambientale, presenza di un velo d’acqua sulla vegetazione (pioggia o condensa) e ferite. I batteri penetrano nelle piante attraverso le aperture naturali (es. stomi) o le ferite, soprattutto veicolati dall’acqua o, comunque, da liquidi (es. essudati).

È possibile che le piantine provenienti dal vivaio siano già contaminate: attenzione dunque alla qualità dei fornitori o alle modalità di autoproduzione del materiale di propagazione.

Le colture vanno protette con trattamenti preventivi a base di rame che, comunque, ha un’azione limitata. L’uso del rame va sempre abbinato ad altre misure di profilassi come l’uso di materiale di propagazione sano, le rotazioni (il patogeno si conserva anche nei residui colturali infetti), l’aumento della ventilazione della coltura (densità, larghezza delle interfila, gestione delle aperture della serra), l’irrigazione a manichetta, l’esecuzione di lavorazioni (es. pulitura della vegetazione, eliminazione autunnale dei fiori) da fare sempre con vegetazione asciutta per impedire che si formino microferite nelle piante che facilitino l’infezione batterica.

Fitofagi

Afidi (Hemiptera, Aphididae):

E' problema sopratutto in primavera e si controlla bene eseguendo introduzioni ripetute del predatore Phytoseiulus persimilis (Acari, Phytoseiidae).

Tripidi (Thysanoptera, Tripidae) (in eng. thrips)

Tre sono le specie di tripidi più diffuse nelle colture protette del nostro Paese, Frankliniella occidentalis (tripide occidentale), Thrips tabaci (tripide degli orti o del tabacco), Heliothrips haemorroidalis (tripide delle serre). Anch’essi, presentano alcune popolazioni resistenti agli insetticidi ammessi dai disciplinari di produzione biologica.

I tripidi sono un problema per la fragola: essi colonizzano soprattutto i fiori che pertanto dovranno essere adeguatamente monitorati.

A causa delle ridotte dimensioni (1-2 mm), non sono facili da identificare quando le loro popolazioni sono ancora basse, pertanto il monitoraggio della coltura deve essere eseguito con molta attenzione, aguzzando la vista per individuare i segni dell’attività del fitofago. Fondamentale è, inoltre, il monitoraggio dei fiori, habitat prediletto da questi fitofagi: un eccellente metodo di controllo consiste nello sbattere leggermente con le dita il fiore sopra un foglio bianco e osservare cosa esce. L’impiego di trappole cromotropiche gialle o blu può rappresentare un valido ausilio al monitoraggio degli adulti, prima di procedere con le introduzioni degli ausiliari. Per il controllo biologico dei tripidi sulle solanacee in genere si interviene con una o più introduzioni del predatore polifago Orius laevigatus (Hemiptera, Antochoridae): esse dovranno essere calibrate a seconda del clima e dell’entità delle popolazioni del fitofago35.

Consociazioni

Non ne pratichiamo.


ASPARAGO

Quale rotazione?

Il principale criterio è “mantenere la fertilità biologica del suolo”, soprattutto per prevenire l’accumulo di parassiti delle colture, in particolare i funghi patogeni dell’apparato radicale: a tal fine nel terreno su cui verrà piantato l’asparago, va evitato la coltivazione di piante appartenenti alla stessa famiglia nei precedenti 3-4 anni.

Quale fertilità?

Solitamente l’impianto di un’asparagiaia si fa precedere dalla coltivazione di un cereale, oppure di un erbaio o sovescio di graminacee (es. loiessa) che verranno interrati in autunno. Fondamentale è, sempre in fase di pre-impianto, l’apporto di circa 600 q/ha di letame maturo che verrà interrato assieme al cereale o all’erbaio/sovescio. Con la coltura in atto, trattandosi di una poliennale, si procede ogni anno con l’interramento autunno-vernino di circa 400 q/ha di letame maturo. In mancanza di letame si possono usare fertilizzanti organici commerciali; in ogni caso, si tenga in debito conto la loro scarsa capacità di agire sul bilancio umico del suolo.

Tecnica colturale:

La fertilità fisica del suolo (buona struttura) è fondamentale per evitare problemi di ristagno ed asfissia radicale e questa si ottiene facendo grande attenzione alla scelta del tempo, dell’attrezzatura (es. macchine leggere, tipo di attrezzo lavorante, profondità di lavoro) , del momento stagionale (lavorare il terreno in tempera) per l’esecuzione delle lavorazioni sia prima dell’impianto, sia dopo (es. in occasione degli interventi meccanizzati per il controllo delle malerbe).

Per limitare il più possibile gli attacchi di parassiti come Puccinia asparagi (ruggine) e Stemphylium vesicarium (stemfiliosi), che sono favoriti dalla presenza di un velo d’acqua sulla vegetazione, è conveniente evitare le file binate e lavorare con file singole bene distanziate (es. 3 m) per migliorare la ventilazione della coltura e ridurre il numero di ore in cui le piante restano bagnate dopo una pioggia, un’irrigazione, o a causa della semplice condensa notturna.

Il controllo delle malerbe è un passaggio difficile: nelle interfila si eseguono sarchiature, cercando di avvicinarsi il più possibile alla coltura, mentre sulla fila sono necessarie un paio di scerbature all’anno. Interessante, anche se non facile, è l’intervento col pirodiserbo.

Irrigazione

Può essere eseguita sia a manichetta, sia a pioggia. L’irrigazione a pioggia è pratica, ma va gestita con attenzione nei modi e nei tempi d’intervento per non favorire l’attività di Puccinia asparagi e Stemphylium vesicarium (prolungata bagnatura della vegetazione), oppure di patogeni terricoli (ristagno d’acqua nel terreno.

Cultivar

La scelta della varietà va fatta in funzione del destino commerciale delle produzioni, delle caratteristiche del clima e del terreno, della presenza di resistenze/tolleranze a parassiti come i vari Fusaria, Puccinia asparagi e Stemphylium vesicarium (tab. 3); è importante, inoltre, che la varietà abbia esigenze nutrizionali moderate cioè che sia capace di crescere bene in terreni con una fertilità chimica che dipende dalla sola mineralizzazione della sostanza organica incorporata nel suolo (caratteristica tipica dei terreni in cui si coltiva col metodo dell’agricoltura biologica).

Patologie

Queste le più frequenti nelle nostre zone:

Patogeni terricoli

I più importanti sono il fungo Rhizoctonia violacea ed i funghi appartenenti al genere Fusarium: F. oxysporum f. sp. asparagi, F. moniliforme, F. roseum, F. solani.

Lo sviluppo di questi funghi è favorito dalla presenza di terreni che tendono ad essere asfittici ed i cui è frequente il ristagno d’acqua (attenzione, dunque, al mantenimento di una buona struttura!).

A causa della loro polifagia e della capacità di sopravvivenza nel terreno e nei residui vegetali, è fondamentale che le asparagiaie siano impiantate in terreni in cui gli avvicendamenti con altre colture ospiti sono stati gestiti al meglio; in particolare, R. violacea è capace di attaccare colture come carota, patata, trifoglio, bietola.

Importante è il materiale di partenza che dev’essere sano.

Come sempre, la gestione della difesa dai patogeni terricoli impone l’attivazione di tutte quelle pratiche che favoriscano il mantenimento (o il miglioramento) della fertilità biologica del suolo36: infatti, l’attività di una popolosa e diversificata comunità microbica del suolo costituisce un potente antidoto contro le infezioni da questi patogeni.

Ruggine e Stemfiliosi

Agenti di queste malattie sono rispettivamente i funghi Puccinia asparagi e Stemphylium vesicarium. Entrambi sono favoriti da clima mite (temperature intorno ai 20°C) ed umido, presenza di un velo d’acqua sulla vegetazione per molte ore al giorno e per più giorni; anche eccessi nella fertilizzazione azotata predispongono la coltura alle infezioni.

Il controllo diretto, con trattamenti preventivi a base di rame, è efficace solo se abbinato a tutte quelle pratiche agronomiche che favoriscono la ventilazione della coltura e quindi l’asciugatura della vegetazione dopo una pioggia, un’irrigazione o la condensa notturna, vale a dire l’allargamento dell’interfila, la coltivazione a file singole ed in appezzamenti situati in posizioni ventilate. Se queste pratiche sono state eseguite con cura, in certe annate gli interventi con rame possono anche essere superflui.

La distruzione della vegetazione secca nel periodo autunnale, per mezzo della bruciatura delle stoppie infettate ha un certo rilievo come misura di riduzione dell’inoculo presente in azienda.

Fitofagi

I più comuni fitofagi dell’asparago sono le criocere Crioceris apsparagi e Crioceris duodecimpunctata (Coleoptera, Chrysomelidae) ed il tripide Thrips tabaci (Thysanoptera, Tripidae) che, in caso di necessità, si controllano con trattamenti a base di piretro.

Consociazioni

Tra le misure agronomiche utili per prevenire gli attacchi di ruggine e stemfiliosi, una delle più valide, soprattutto nelle zone piovose, è l’allargamento dell’interfila. Questo stratagemma crea larghi corridoi fra le file della coltura, utilissimi per migliorare la ventilazione della vegetazione e, pertanto, ridurre il numero di ore in cui questa potrebbe restare bagnata, facilitando i patogeni nell’infezione della coltura. In questo caso, la superficie non coltivata, lasciata libera dalla larga interfila, può essere valorizzata con profitto con una coltura dal ciclo breve e dalla taglia bassa come, per esempio, il fagiolino, la lattuga, lo spinacio.








Tab. 1

Organismi terricoli che attaccano le cucurbitacee, le solanacee e la fragola



Fusarium spp.,

Verticillium spp.

Rhizoctonia solani

Pyrenochaeta lycopersici

Thielaviopsis basicola

Phytophtora capsici

Nematodigen. Meloidogyne

Elateridigen. Agriotes

Fragola

X

X


X


X

X

Peperone

X

X

X

X

X

X

X

Pomodoro

X

X

X

X


X

X

Melanzana

X

X

X

X

X

X

X

Patata

X

X




X

X

Zucchino

X

X

X

X

X §

X

X

Cetriolo

X

X

X

X

X §

X

X

Melone

X

X

X

X

X §

X

X

Anguria

X

X

X

X

X §

X

X

§ trattasi di un’avversità di minore importanza su questa specie


Tab. 2

Resistenze/tolleranze reperibili in alcune varietà di fragola


Varietà

Resistenze e/o tolleranze

Maya

Tollerante ad oidio, vaiolatura, alternaria

Idea

Resistente all'alternaria

Honeoye

Resistente all'alternaria

Pegasus

Resistente all'alternaria

Marmolada

Poco sensibile ad oidio

Legenda

oidio = Oidim fragrariae

alternaria = Alternaria alternata pat. fragola

vaiolatura = Mycosphaerella fragrariae


Tab. 3

Resistenze/tolleranze reperibili in alcune varietà di asparago


Varietà

Resistenze e/o tolleranze

Gladio

PA, St, F

Marte

PA, F

Zeno

PA

Atlas

PA, F, St

Eros

PA

Golia

PA

Merkur

PA, St

Legenda

PA =

Puccinia asparagi


F =

Fusarium spp.


St =

Stemphylium vesicarium


Bibliografia

Per il riconoscimento degli organismi dannosi:

Nella collana “Schede Fitopatologiche” edite da L'Informatore Agrario, Verona si segnalano:

Per la difesa della fragola da insetti, batteri e funghi:

AA.VV. (1997) - La fragola. Il Divulgatore n° 7/1997, 54 pp. Edagricole, Bologna.

Per l’impiego degli insetti ed acari utili:

Conte L., Dalla Montà L., Guido M. (2001) - Insetti utili per le colture protette. Ed. L'Informatore Agrario, Verona, 114 pp.

Per le tecniche agronomiche di controllo degli organismi dannosi:

Conte L., Micheloni C. (2003) - Guida illustrata all’agricoltura biologica. Supplemento al n°2/2003 di Vita in Campagna. Ed. L'Informatore Agrario, Verona, 43 pp.

Per il controllo degli elateridi:

AA.VV. (1999) - Elateridi ed altri insetti terricoli. Il Divulgatore n°7, 60 pp.. Edagricole, Bologna.

Esempio pratico

Luogo: Italia, pianura padana, provincia di Treviso, comune di Castelfranco Veneto, altitudine 0 m s.l.m., (40 km NW da Venezia).

Terreno: medio impasto (46% sabbia, 39% limo, 15% argilla), sostanza organica: 2,37%, pH: 7,95, CaCO3 attivo: 2,9%, C.S.C. 28,88 meq/100 g, salinità: 0,14 mS/cm.

Coltura: fragola cv. Madeleine.

Fertilizzazione: sovescio estivo di Vigna sinensis, seminato alla dose di 50 kg/ha in data 16.05.02, trinciato il 20.08.02 ed interrato con un’estirpatura il 21.08.02; la Vigna sinensis seguiva una coltivazione di lattuga (25.03.02-12.05.02) che era stata preceduta da una coltivazione di porro (giugno 2001-marzo 2002), a sua volta preceduto da un sovescio primaverile (marzo-giugno 2001) di avena + favino (seminato alla dose di 100 + 75 kg/ha).

Preparazione del terreno: dopo l’interramento del sovescio sono stati eseguiti 2 passaggi con vibrocoltivatore.

Data trapianto fragola: 03.09.02 sono state usate piantine in contenitori alveolati (cime radicate).

Densità di trapianto: file binate sistemate a prode, distanza fra le file contigue di due prode 1,1 m, distanze fra file nella stessa bina 0,3 m, distanza delle piante sulla fila 0,3 m.

Irrigazione: a manichetta, 1 per bina, attivata all’occorrenza.

Controllo delle malerbe: pacciamatura con telo in polietilene nero sulla fila e paglia stesa sull’interfila; il telo è stato steso a mano al momento del trapianto della fragola, la paglia è stata stesa a mano il 01.02.03, subito dopo aver coperto la coltura con un telo in polietilene trasparente sostenuto da un tunnel lungo 30 m, largo 12 m e alto 3,5 m sul colmo (28.01.03).

Controllo degli organismi dannosi: il monitoraggio è stato eseguito una volta la settimana, il lunedì mattina.

Non sono stati riscontrati problemi con altri organismi dannosi

Raccolta: è stata scalare dalla fine di aprile alla prima settimana di giugno.

Gestione del suolo nel periodo post-raccolta: a fine coltura (20.06.03) le piante di fragola sono state estirpate ad una ad una; la pacciamatura e l’impianto d’irrigazione, invece, sono stati lasciati sul posto e si è proceduto col trapianto, sempre a mano, di una coltura di pomodoro di secondo raccolto (26.06.03), durata fino alla prima settimana di novembre 2003. Dopodiché il suolo è rimasto incolto fino alla fine di febbraio 2004, periodo in cui è stata trapiantata della lattuga, fertilizzata con una modesta quantità di pollina, e raccolta nella seconda metà di aprile. Quindi, il tunnel è stato smontato e la parcella è stata coltivata con un sovescio di sudan grass (30 kg/ha), concimato con l’equivalente di 200 q/ha di letame (siderazione); la coltura è stata interrata il 21.07.04. In data 03.08.04, nella parcella è stato trapiantato del cavolfiore e del cavolo cappuccio la cui coltivazione si è protratta per tutto l’autunno e parte dell’inverno 2004/2005.

Unità 21

Gestione delle erbe spontanee


Malerbe, erbe infestanti, erbacce, c'è chi preferisce chiamarle anche "erbe accompagnatrici", ma in ogni modo due cose sono vere:

che una pianta spontanea non sempre è una “malerba”, ma questo epiteto le viene affibbiato a seconda di dove cresce (infatti non poche sono piante officinali);

che, in generale, sono un problema da tenere sotto controllo, pena un grave calo delle rese.

Proprio per il fatto di essere “erbe accompagnatrici” delle colture da reddito, le malerbe presenti in un campo sono influenzate nella quantità e nella loro diversità dal clima, dalle caratteristiche del terreno e soprattutto dal modo in cui è stato gestito dall’agricoltore (lavorazioni, fertilizzazioni, avvicendamenti, tecniche di controllo impiegate). In altre parole, le malerbe si sviluppano perché le condizioni ambientali glielo permettono e perché in quel momento le colture non sono capaci di contrastarle: per esempio, se i semi della coltura da reddito germinano lentamente, se la coltura da reddito non è abbastanza fitta, se le caratteristiche del clima (es. piovosità, temperatura) e/o del terreno (es. cattiva struttura, asfissia , abbondanza d'azoto) sono più consone alla malerba che alla coltura.

È fondamentale sfatare subito due luoghi comuni:

che i campi degli agricoltori biologici sono sempre pieni di malerbe: lo sono solo quelli di coloro i quali non sono bravi agricoltori;

che la presenza di malerbe è sempre un problema: bisogna valutare la soglia di danno e non l'aspetto estetico del campo (un orto non è un giardino!)

Il punto di partenza

Come noto, in agricoltura biologica non si possono usare erbicidi di sintesi e attualmente non sono ancora disponibili sostanze analoghe di origine naturale (forse fra poco il glutine di mais contro alcune specie), anche se non è detto che la migliore strada percorribile sia proprio quella del surrogato dell’erbicida!

Come sempre, il punto di partenza è la conoscenza. Infatti, per potere gestire con profitto il controllo delle malerbe è fondamentale:

sapere riconoscere le varie specie; cfr tra 2 sp. di brassicacee: senape/b.juncea

acquisire sufficienti conoscenze sulle loro caratteristiche biologiche ed ecologiche (periodo di vegetazione, periodo di fioritura, quantità di seme prodotto per pianta, eventuale propagazione per via vegetativa (sorghetta/rizomi), preferenze per certi tipi di terreno, ecc. (portulaca);

monitorare la dinamica delle loro popolazioni;

conoscere le varie attrezzature e le tecniche con cui possono essere controllate;

alla fine, grazie all’applicazione integrata delle varie conoscenze e tecniche si dovrà giungere ad un risultato tecnicamente ed economicamente soddisfacente.

Quali tecniche?

Le tecniche di controllo delle malerbe applicabili alla coltivazione biologica degli ortaggi possono essere meno semplici e pratiche rispetto all’uso di erbicidi, tuttavia costringono l’agricoltore ad operare in modo consapevole e offrendogli soluzioni durature ed indipendenza dal mondo dell’agrochimica.

Trapianto

Molte colture orticole si possono trapiantare piuttosto che seminare (fra quelle che si seminano, solo spinacio, carota e insalate da taglio possono presentare problemi) e questo fatto comporta una serie di vantaggi nel controllo delle malerbe:

la coltura da reddito “entra in campo” in uno stadio di sviluppo più avanzato (3-4 foglie vere) rispetto a quello delle malerbe (seme, alla peggio rizoma o tubero) e pertanto risente meno della competizione;

in molte colture, non appena la piantina ha attecchito è possibile intervenire con lo strigliatore (spesso già una settimana dopo il trapianto) e quindi effettuare il controllo delle malerbe anche sulla fila;

il trapianto evita problemi con parassiti che attaccano la coltura solo nella fase compresa tra la germinazione del seme e l’emissione delle prime foglie vere (come il Pythium, agente della moria delle piantine).

Tuttavia non si deve dimenticare un limite del trapianto: rispetto a quanto accade con la semina diretta, l'apparato radicale della piantina appena trapiantata risulta spesso troppo sottodimensionato rispetto allo sviluppo fogliare e quindi inefficiente nel rifornire le foglie di acqua e principi nutritivi, perlomeno nelle prime fasi di crescita della pianta: questo inconveniente si può limitare con una preparazione accurata del terreno e cercando di trapiantare piantine caratterizzate da un rapporto equilibrato tra foglie e radici.

Rotazioni

L’avvicendamento delle colture eseguito con sapienza, oltre che a giovare alla fertilità del terreno ed al contenimento di alcuni parassiti, è di grande utilità nel controllo di particolari specie infestanti. Il dinamismo e la diversità (biologica e di gestione agronomica) che caratterizzano un appezzamento in cui si conducono lunghe rotazioni (almeno quinquennali) sono elementi in grado di mettere in difficoltà le erbe accompagnatrici perché gli impediscono di trovare le condizioni ideali per moltiplicarsi al punto tale da diventare troppo competitive per le colture da reddito e difficili da contenere.

A questo proposito risulta molto utile l’avvicendamento delle colture orticole con i cereali autunno-vernini, così come l’alternanza fra colture caratterizzate da diversi periodi e modalità di sviluppo (primaverili, estive, autunno-vernine; a ciclo breve, a ciclo lungo; dallo sviluppo compatto, strisciante, verticale) e fra colture che richiedono diverse lavorazioni (sarchiature, strigliature, rincalzature, pacciamature); in altre parole occorre fare il possibile per “depistare” le malerbe e questo si ottiene soprattutto diversificando le produzioni.

Alcuni esempi: avvicendare colture pacciamate e non (es. zucchino e radicchio, fragola e cavoli); avvicendare colture sarchiate e non (es. prima fagiolo nano, poi frumento, poi radicchio); coltivare specie caratterizzate da particolari modalità di raccolta come accade nel caso della patata la cui coltivazione giova a quella del mais perché le operazioni di raccolta meccanica dei tuberi (eseguita con lo scavapatate) portano in superficie, devitalizzandoli, i rizomi della sorghetta.

Sovesci

Di regola il sovescio va eseguito in modo tale da non avere, né creare alla coltura che segue problemi di malerbe. Le specie da impiegare vanno scelte e coltivate in modo da esaltarne la competitività verso le malerbe e pertanto:

devono germinare e crescere velocemente senza l’aiuto di fertilizzazioni o irrigazioni (ottime la loiessa e le crucifere in primavera e autunno, la segale e l’orzo in autunno/inverno, la vigna sinensis, il sorgo sudanese, il panìco, il grano saraceno e il trifoglio alessandrino d’estate);

vanno seminate a dosi elevate affinché si realizzi un’efficace copertura del terreno;

le loro esigenze ecologiche devono essere confacenti al terreno ed al clima (non semineremo mai il trifoglio bianco in luglio!): per esempio, un sovescio primaverile di senape bianca germina e cresce così rapidamente da soffocare in modo efficace le plantule delle malerbe; idem per un sovescio estivo di sorgo sudanese;

se dovessero avere anche una specifica attività biocida, tanto meglio! A questo proposito, vanno tenute in considerazione alcune crucifere come la senape (Sinapis alba), il cavolo-rapa (Brassica juncea) e il rafano (Raphanus sativus).

eccellente è la pratica della trasemina delle leguminose serie di 3 diapo (trifogli, erba medica, meliloto, ginestrino, sulla, lupinella) su frumento a fine inverno (bulatura): dopo la raccolta del cereale la leguminosa formerà un bel tappeto erboso che soffocherà le malerbe per tutto il resto dell’anno e, volendo, fornirà anche una fioritura per le api, rifugio per gli insetti utili ed uno sfalcio di foraggio.

Controllo meccanico

Il controllo delle infestanti con mezzi manuali si realizza con facilità su piccole superfici, ma quando l’estensione delle colture aumenta è difficile fare a meno delle macchine.

Controllo preventivo: in questo caso la presenza di malerbe viene contrastata con l’ausilio di determinate lavorazioni prima della semina/trapianto della coltura.

È il caso dell’aratura che, interrando in profondità i semi che per varie “sventure” si sono accumulati in superficie, ne previene l’immediata germinazione. Si tratta di un’operazione che, per via dei suoi effetti collaterali (suola di lavorazione, interramento profondo della sostanza organica), va eseguita con moderazione, il più superficialmente possibile e solo in caso di necessità; ad ogni modo può dare una mano all’agricoltore nel risolvere situazioni che avevano preso una brutta piega.

Un’altra forma di controllo preventivo è rappresentata dalla falsa semina che è un’operazione che anticipa la vera e propria semina della coltura e che, dopo anni di dimenticatoio, è stata riscoperta e valorizzata proprio dall’agricoltura biologica. Consiste nella preparazione anticipata del letto di semina con lo scopo di facilitare la germinazione dei semi delle malerbe, quindi in una o due volte si devitalizzano le plantule con un’erpicatura molto superficiale (se possibile, si usa lo strigliatore); dopodiché si può procedere con la semina/trapianto della coltura che a questo punto avviene in un letto ripulito dalla maggior parte dei semi di malerbe.

La falsa semina è una pratica molto utile ogniqualvolta si deve operare su terreni dotati di un’elevata carica di semi, oppure quando si coltivano specie che sono poco competitive con le malerbe nelle prime fasi di crescita.

Controllo curativo: si effettua, in presenza della coltura da reddito, direttamente sulle malerbe con l’ausilio di attrezzi dalle diverse capacità operative.

L’intervento con le macchine dev’essere sempre tempestivo e pertanto non può prescindere dal monitoraggio del tipo, numero e stadio di sviluppo delle malerbe presenti. A meno che il clima non sia particolarmente avverso (es. persistenti piogge), o il terreno non praticabile (es. troppo umido, problemi di costipamento), è bene non aspettare troppo prima di intervenire con le macchine perché altrimenti si farebbe più fatica a scalzare le plantule dal suolo e si dovrebbe lavorare ad una profondità maggiore, con la conseguenza di portare in superficie una quantità maggiore di semi quiescenti di malerbe e di accelerare, senza che fosse necessario, la velocità di mineralizzazione della sostanza organica.

La tempestività d’intervento è decisiva nel caso s’impieghi un erpice strigliatore per via della sua capacità di lavoro molto superficiale, oppure nel caso si operi una rincalzatura, in quanto risulterebbe molto difficile “soffocare” col semplice riporto di terra sulla fila piante di malerba bene sviluppate.

Le operazioni manuali di zappatura e scerbatura permettono un intervento mirato in ogni punto del campo (fila ed interfila), con ogni condizione meteorologica, in ogni stadio di sviluppo della coltura e senza compattare il terreno (visto che non si usa il trattore); per contro, richiedono un elevato impiego di manodopera. Gli agricoltori più esperti riescono ad integrarle con grande efficienza con l’uso delle macchine e delle altre tecniche. Possono rappresentare un efficace lavoro di rifinitura quando sono eseguite sulla fila poco prima che la coltura da reddito, con lo sviluppo della sua vegetazione copra completamente il terreno.

Pacciamatura

Tipica pratica dell’orticoltura sia in serra che pieno campo. Il principio sfruttato è quello di devitalizzare le malerbe togliendogli la luce; i materiali impiegati sono diversi per qualità ed efficacia.

Per ragioni di costi, i teli si stendono solo sulla fila prima della semina/trapianto, anche se c’è chi, in coltura protetta, copre pure l’interfila (es. su fragola, melone, pomodoro, cetriolo): in questo caso vi consigliamo di adoperare la paglia.

Ecco una breve rassegna su pregi e difetti dei vari materiali:

Polietilene nero: è molto diffuso nella coltivazione primaverile ed autunnale delle orticole, produce un buon riscaldamento del terreno ed un eccellente controllo delle malerbe; d’estate diventa pericoloso per il surriscaldamento del terreno che induce, a meno che la vegetazione della coltura non sia abbastanza sviluppata da intercettare i raggi solari. Non è biodegradabile, per cui a fine ciclo va raccolto e smaltito (costi).

Polietilene semi-trasparente (fumé): è utile nelle coltivazioni molto anticipate di orticole amanti del caldo (melone, anguria); rispetto al polietilene nero migliora la precocità della raccolta ed induce un maggiore surriscaldamento del terreno; non è biodegradabile.

Polietilene bianco: in realtà ha due diverse colorazioni: bianco sulla faccia superiore, nero su quella inferiore; il colore bianco lo rende utile nella coltivazione estiva degli ortaggi, quando cioè l’intensità delle radiazioni solari è intensa (così il terreno non si surriscalda), piuttosto che in quella primaverile o autunnale (il terreno faticherebbe a scaldarsi); non è biodegradabile.

Cellulosa: è molto apprezzata per la sua biodegrdabilità e il suo impiego si sta diffondendo sempre anche tra i non biologici. In genere prima di sfaldarsi irrimediabilmente presta un onorato servizio per almeno 3 mesi che dovrebbe essere un intervallo di tempo sufficiente per affrancare la coltura dalle insidie delle malerbe. Se la sua durata dovesse essere minore è possibile che la qualità del materiale sia scadente. Essendo degradata biologicamente, la sua longevità è inversamente proporzionale al numero ed all’intensità delle piogge. Il suo impiego con la trapianta-pacciamatrice è poco agevole, in quanto la scarsa elasticità del materiale fa sì che tenda a strapparsi un po’ troppo facilmente lungo la linea di interramento e pertanto è meglio stenderlo a mano. La sua capacità di contenimento delle malerbe è buona, mentre quella di scaldare il terreno è bassa, vista la colorazione chiara. A fine coltura si interra con un’erpicatura o una fresatura, poi ci penseranno i microbi a toglierla di mezzo.

Amido di mais: si tratta di un materiale biodegradabile per il quale valgono le stesse considerazioni fatte sulla cellulosa; anche in questo caso la durata del telo varia in funzione delle condizioni climatiche e della qualità della materia prima, tuttavia, ha meno problemi della cellulosa nell’essere steso con una tapianta-pacciamatrice. Per quanto riguarda la sua influenza sulla temperatura del terreno, valgono grossomodo le stesse considerazioni enunciate nel caso del polietilene nero. Si interra come la cellulosa.

Pirodiserbo

Il concetto è "dare un colpo di calore" alle giovani plantule di malerbe che così sono destinate ad appassire. Si interviene solo con malerbe ai primi stadi di sviluppo, quindi talvolta si rendono necessari più passaggi.

Le attrezzature si dividono in:

a fuoco diretto, dove è direttamente la fiamma ad entrare in contatto con la malerba;

a fuoco indiretto, dove la fiamma scalda una lamina metallica che poi trasmette il calore alla malerba.

Anche la dimensione e la versatilità delle macchine è abbastanza varia:

macchine trainate da trattore con file di ugelli disposte in modo tale da agire contemporaneamente su più file di ortaggi;

macchine montate su carriola;

macchine portate a spalla.

Per utilizzare al meglio il pirodiserbo bisogna scegliere il momento opportuno di intervento, considerando lo sviluppo delle infestanti e quello della coltura (fondamentale il monitoraggio!). In linea di massima l’intervento va posizionato il più vicino possibile al momento dell’emergenza della coltura, oppure quando essa è sufficientemente cresciuta da non venire danneggiata dal calore. Tuttavia, ogni coltura ha i suoi momenti di sensibilità: ad esempio la carota mal sopporta eventuali bruciature dell'apice vegetativo, mentre la cipolla tollera anche una leggera ustione delle prime foglie.

Il combustibile utilizzato è il gas propano liquido stoccato in bombole; le attrezzature attualmente in commercio non sono affatto pericolose (un tempo potevano esserlo!).

Maggese

Questa vecchia pratica può essere utile qualora l’appezzamento sia particolarmente infestato da malerbe che si propagano anche per via vegetativa (es. la sorghetta coi rizomi) e per le quali sia diventato necessario ricorrere ad un intervento più energico della sarchiatura o della strigliatura.

Nel periodo estivo o in quello invernale il terreno non sarà coltivato e verranno eseguite ripetute estirpature in modo da portare in superficie ed esporre ad agenti climatici estremi (gran caldo o gelo) gli organi perennanti delle malerbe. Inoltre, la ripetuta lavorazione del terreno incentiverà la germinazione di un discreto quantitativo di semi che, di volta in volta, verranno distrutti.

La pratica del maggese in agricoltura biologica presenta comunque alcuni svantaggi che implicano, prima della sua esecuzione, un’attenta analisi dei costi e dei benefici. Infatti, dal momento che il suolo dev’essere lasciato nudo per diverse settimane, esso risulterà lungamente esposto all’azione degli agenti atmosferici che potrà produrre:

erosione, causata dalla pioggia o dal vento, con conseguente perdita di preziosi millimetri di terreno fertile;

in caso di piogge, lisciviazione di principi nutritivi che per costituzione (es. nitrati) non possono essere trattenuti dalle particelle del terreno e tantomeno assorbiti dalla vegetazione in quanto assente;

nel periodo estivo, forte ossidazione della sostanza organica (eremacausi) con conseguente diminuzione del suo quantitativo nel suolo e liberazione di principi nutritivi che, non essendoci colture in atto, verranno persi per lisciviazione o volatilizzazione. A questo proposito può risultare conveniente far seguire al maggese un soverscio di una coltura che si comporta come catch crop come per esempio, la senape, il colza, il ravanello da foraggio, la segale, la loiessa.



Animali domestici

Una forma di controllo preventivo delle malerbe è rappresentata anche dall’allevamento di piccoli gruppi di animali domestici erbivori (polli, tacchini, cavalli, capre, ecc.) all’interno di recinti mobili in modo tale che essi bruchino la vegetazione che si sviluppa in quell’appezzamento. Prima che il terreno si costipi troppo, gli animali, che nel frattempo avranno diserbato l’area, verranno spostati altrove e il terreno verrà successivamente coltivato senza la necessità di fertilizzare.

Questa tecnica è particolarmente indicata per le piccole aziende a conduzione familiare che praticano la vendita diretta delle loro produzioni.


1 Siderazione: la coltivazione del sovescio è preceduta da una fertilizzazione (moderata)

2 In realtà quest’aspetto è spesso trascurato: infatti, si tratta dell’1,8-2,5% (k2) del contenuto totale di humus che, per esempio, in un terreno di medio impasto con una dotazione del 2% di SO, verrà mineralizzato mettendo a disposizione delle colture circa 70 unità di N/ha/anno (k2 varia a seconda della tessitura del terreno.

3 Si veda la scheda “Vegetable production: pest and disease control”.

4 Per l’uso di questi materiali si veda la scheda “Vegetable production: weed control”

5 Vedi la scheda “Vegetable production: introduction and concepts”.

6 Vedi bibliografia e scheda “Vegetable production: pest & disease control”.

7 Vedi bibliografia e scheda “Vegetable production: pest & disease control”

8 Per saperne di più consulta i testi indicati in bibliografia

9 Eremacausi: forte mineralizzazione della sostanza organica stabile (humus) e labile dovuta alle alte temperature estive che si sviluppano in un terreno nudo.

10 Per saperne di più consulta i testi indicati in bibliografia

11 per saperne di più vedi l’esempio pratico descritto nella scheda della patata.

12 Siderazione: la coltivazione del sovescio è preceduta da una fertilizzazione (moderata)

13 In realtà quest’aspetto è spesso trascurato: infatti, si tratta dell’1,8-2,5% (k2) del contenuto totale di humus che, per esempio, in un terreno di medio impasto con una dotazione del 2% di SO, verrà mineralizzato mettendo a disposizione delle colture circa 70 unità di N/ha/anno (k2 varia a seconda della tessitura del terreno.

14 Si veda la scheda “Vegetable production: pest and disease control”.

15 Per l’uso di questi materiali si veda la scheda “Vegetable production: weed control”

16 Vedi la scheda “Vegetable production: introduction and concepts”.

17 Come gestire in pratica queste situazioni? Si consulti il libro “Insetti utili per le colture protette”.

18 Vedi bibliografia e scheda “Vegetable production: pest & disease control”.

19 Vedi bibliografia e scheda “Vegetable production: pest & disease control”

20 Per saperne di più consulta i testi indicati in bibliografia

21 Eremacausi: forte mineralizzazione della sostanza organica stabile (humus) e labile dovuta alle alte temperature estive che si sviluppano in un terreno nudo.

22 A dire il vero c’è un’eccezione per quanto riguarda T. urticae e cioè che in natura esistono alcune (poche) popolazioni in grado di essere nocive al pomodoro; tuttavia la recettività del cetriolo verso T. urticae è così elevata che non c’è il rischio che la causa di un’eventuale infestazione sia il pomodoro stesso.

23 Per esempio, 1 di cetriolo + 1 di pomodoro, oppure 2+2, oppure 2+3, oppure 4+2, ecc., a seconda delle proprie esigenze produttive.

24 Le cv. tolleranti agli afidi hanno la caratteristica di possedere il gene VAT che le rende meno appetibili all’afide delle cucurbitacee (Aphis gossypii) ed all’afide verde del pesco (Myzus persicae). La velocità di crescita delle popolazioni di afidi che si nutrono su queste cv. è molto minore rispetto a quella che si realizza su cv. sensbili. Non si tratta di piante geneticamente modificate (no OGM!).

25 In realtà quest’aspetto è spesso trascurato: infatti, si tratta dell’1,8-2,5% (k2) del contenuto totale di humus che, per esempio, in un terreno di medio impasto con una dotazione del 2% di SO, verrà mineralizzato mettendo a disposizione delle colture circa 70 unità di N/ha/anno (k2 varia a seconda della tessitura del terreno.

26 Per saperne di più vedi la pubblicazione citata in bibliografia.

27 Eremacausi: forte mineralizzazione della sostanza organica stabile (humus) e labile dovuta alle alte temperature estive che si sviluppano in un terreno nudo.

28 Sullo stesso principio si fonda una consociazione analoga, utile per la difesa dei cavoli dagli attacchi della mosca del cavolo (Delia radicum), delle altiche (Phyllotreta spp.) e dei lepidotteri (Plutella xylostella, Pieris rapae, P. brassicae, Mamestra spp.).


29 Eremacausi: forte mineralizzazione della sostanza organica stabile (humus) e labile dovuta alle alte temperature estive che si sviluppano in un terreno nudo.

30 Trifoglio violetto ed erba medica sono specie che possono essere seminate anche un anno prima, oppure traseminate in febbraio in un cereale autunno-vernino (tecnica della “bulatura”).

31 50 kg di azoto/ha potrebbero sembrare pochi per una graminacea dalla grande produzione di biomassa come il sudan grass, ma a questi ne vanno aggiunti altrettanti derivanti dalla mineralizzazione di una frazione dell’humus presente nel terreno.

32 Vedi la scheda “Vegetable production: introduction and concepts”.

33 Per saperne di più vedi il libro “Insetti utili per le colture protette” citato in bibliografia.

34 Vedi bibliografia e scheda “Vegetable production: pest & disease control”.

35 Per saperne di più consulta i testi indicati in bibliografia

36 Vedi la scheda “Vegetable production: introduction and concepts”.

OrganicMed, Leonardo Da Vinci Programme 2000-2006