2

26

Unità 3

Struttura e tessitura. Lavorazione del terreno

2. Il suolo


Unità 3

Struttura e tessitura. Lavorazioni del

terreno

Problemi e motivazioni

Le caratteristiche fisiche del terreno influenzano tutte le espressioni della fertilità dello stesso: fisica, biologica e chimica. Sono anche difficilmente mutabili e quindi per poter agire nella maniera più opportuna nella scelta delle colture, nella fertilizzazione e nelle operazioni colturali è di principale importanza conoscerle prima di programmare la gestione aziendale.

Le caratteristiche esaminate saranno:

  • tessitura;

  • struttura;

  • profondità.

Esse sono correlate ed in stretto rapporto tra di loro; da queste caratteristiche principali dipendono altre caratteristiche come la porosità, la sofficità, l’aderenza, la plasticità, l’aerazione, il calore specifico.

Obiettivi

Dare strumenti conoscitivi per valutare le caratteristiche fisiche del suolo tramite:

  • strumenti empirici come l'analisi della vanga ed il profilo colturale(capacità di osservazione e comprensione);

  • analisi classiche (capacità di leggere il referto di analisi ed interpretarlo).

Contenuti

La tessitura

Con il termine tessitura, si indica la costituzione della parte solida del terreno, espressa come percentuale delle particelle elementari che lo compongono, classificate per categorie convenzionali in base al diametro.

La tessitura è una caratteristica di grande importanza in quanto molte proprietà del terreno e dei fenomeni che in esso avvengono, sono influenzati dalle dimensioni delle particelle.

Per indicare la tessitura di un suolo sono state proposte numerose classificazioni.

Una prima distinzione deve essere fatta fra le componenti più grossolane (lo scheletro) e la terra fine. Nello scheletro del terreno si comprendono sia le pietre (dal diametro superiore ai 20 mm) che la ghiaia (di diametro compreso fra i 2 e i 20 mm), le particelle di terra fine hanno diametro inferiore ai 2 mm.

Secondo la Società Internazionale di Scienza del Suolo (ISSS), nell’ambito della terra fine si distinguono le seguenti frazioni:

  • sabbia grossa: composta da particelle con diametro compreso tra 2 e 0,2 mm;

  • sabbia fine: composta da particelle con diametro compreso tra 0,2 e 0,02 mm;

  • limo: composto da particelle con diametro compreso tra 0,02 e 0,002 mm;

  • argilla: composta da particelle con diametro inferiore a 0,002 mm.

Secondo il Soil Conservation americano (USDA), seguito ormai da numerosissimi istituti e laboratori, le frazioni della terra fine sono le seguenti:

  • sabbia molto grossa: diametro compreso tra 2 e 1 mm;

  • sabbia grossa: diametro compreso tra 1 e 0,5 mm;

  • sabbia media: diametro compreso tra 0,5 a 0,25 mm;

  • sabbia fine: diametro compreso tra 0,25 e 0,1 mm;

  • sabbia finissima: diametro compreso tra 0,1 a 0,05 mm;

  • limo: diametro compreso tra 0,05 e 0,002mm;

  • argilla: diametro inferiore a 0,002 mm.

La composizione percentuale in scheletro, sabbia, limo ed argilla viene determinata dall’analisi del terreno.

Le particelle costituenti il terreno differiscono, oltre che per dimensioni, anche per la forma e per la massa volumica (massa per unità di volume). Il loro comportamento nei riguardi dell’acqua e degli elementi nutritivi dipende molto dalla somma delle superfici di ogni singola particella. Un parametro che definisce questa caratteristica è la superficie specifica che è data dal rapporto tra superficie complessiva delle particelle e la loro massa complessiva. A titolo esemplificativo, la superficie specifica della sabbia è circa un millesimo di quella dell’argilla.

Dato che un terreno non è solitamente composto esclusivamente da particelle di uguali dimensioni, e le frazioni granulometriche sono presenti in percentuali variabili, esso prenderà nomi diversi: terreno sabbioso, terreno sabbioso-limoso, terreno sabbioso-argilloso, ecc.

Un terreno che contiene dal 35 al 55% di sabbia, dal 25 al 45% di limo, dal 10 al 25% di argilla ed una frazione trascurabile di scheletro è detto terreno di medio impasto o di media composizione o a tessitura equilibrata. Tale terreno è pressoché ideale dal punto di vista agronomico in quanto è formato da sabbia, limo ed argilla in proporzioni tali che le caratteristiche fisico-chimiche delle singole frazioni non prevalgono l’una sull’altra, ma si completano vicendevolmente.

La composizione granulometrica del terreno è una proprietà fisica praticamente immodificabile con i normali interventi di coltivazione. Tranne alcuni casi eccezionali, ad esempio nel caso di un’aratura profonda con rimescolamento di due strati di diversa tessitura o nel caso di apporto di sabbia su piccoli appezzamenti, la tecnica agronomica deve adattarsi alla granulometria di un terreno e deve adottare le tecniche più idonee per quel tipo di ambiente pedologico.

Foto dei tre tipi fondamentali di terreno (argilloso, limoso, sabbioso)

Va detti fin d'ora che solo l'argilla è in gradi di interagire con le altre componenti del terreno (humus, gli ioni ecc.) ed è quindi quella la cui presenza influenza maggiormente le caratteristiche del terreno.


La struttura

Ad un esame visivo grossolano, il terreno appare costituito da un insieme di particelle di varia natura e dimensioni, che possono essere rappresentate dai semplici componenti della tessitura oppure, più spesso, da aggregati degli stessi. La localizzazione spaziale reciproca di dette particelle elementari, il modo in cui esse sono associate e l’intensità dei loro legami determinano la struttura.

Molte classificazioni sono state proposte per la descrizione della struttura del terreno, una delle più interessanti, dal punto di vista agronomico, è quella proposta da Duchaufour (1960).

  • Struttura a particelle singole (foto scheda FIBL): non si riscontra la formazione di aggregati e le particelle elementari restano indipendenti le une dalle altre (struttura a particelle fine incoerenti:terreni sabbiosi) oppure cementate in un blocco unico in seguito alla flocculazione di abbondanti colloidi minerali (struttura compatta: terreni troppo ricchi di argilla e poveri di sostanza organica).

  • Struttura concrezionata: è abbastanza simile alla struttura compatta precedente, ma deriva da concrezioni singole o associate, più o meno indurite come quelle che caratterizzano gli orizzonti impermeabili tipo crostone.

  • Struttura grumosa o glomerlare : costituita da aggregati porosi, irregolari, capaci di consentire buone condizioni di abitabilità anche nel terreno bagnato e costipato.

  • Struttura granulare: è tipica dei terreni argillosi dove deriva dalla flocculazione dei colloidi minerali che originano glomeruli di forma rotondeggiante o prismatica irregolare.

  • Struttura di disgregazione: è formata da elementi poliedrici, prismatici o di altra forma originati dalla frammentazione di entità più grossolane in seguito all’azione di agenti esterni (temperatura, umidità, lavorazioni, ecc.).

Ruolo della struttura

La struttura è una caratteristica molto importante del terreno in quanto essa è in grado di influenzare sia la fertilità del suolo sia la tecnica agronomica.

Sotto l’aspetto fisico, dal tipo di struttura dipendono i rapporti fra parte solida, parte liquida e parte gassosa del terreno. Ne risultano, dunque, influenzate l’umidità, la tenacità, la temperatura e l’aerazione del terreno.

Sotto l’aspetto chimico, si ricorda che una minore o maggiore aerazione, influenza i processi di ossidazione e di riduzione che avvengono nel terreno. A questi processi è legata la trasformazione della sostanza organica e la messa a disposizione di taluni elementi nutritivi. Questi ultimi, del resto, possono essere assorbiti dalle piante, in modo più o meno agevole, a seconda della disponibilità idrica nel terreno.

Risulta evidente quindi che, in presenza di una buona struttura, le radici hanno maggiore possibilità di esplorare il terreno, di assorbire l’acqua ed i principi nutritivi, di disporre di ossigeno per i loro processi metabolici. Inoltre aumentano il numero di organismi terricoli, con un miglior controllo di quelli utili su quelli dannosi, nonché i processi di cessione dei principi nutritivi da parte della sostanza organica.

Formazione e dimensioni degli aggregati

I meccanismi che portano alla formazione degli aggregati strutturali nel terreno sono di varia natura e dipendono da un insieme di fattori quali la proporzione fra le diverse granulometriche, la natura delle particelle elementari, l’attività biologica, gli interventi antropici e climatici.

La formazione degli aggregati, approssimativamente può essere riassunta in questa serie di fenomeni che si concatenano:

  • formazione di aggregati primari di particelle in seguito all’azione cementante dei colloidi minerali (argille e sesquissodi idrati di Fe e Al);

  • cementazione di più aggregati primari in aggregati secondari o grumi, ad opera dell’humus la cui azione è accresciuta dalla presenza di calcio (umato di calcio).

Da ciò appare chiaro che per la formazione di tale struttura secondaria, è necessaria la presenza di sostanze colloidali capaci di flocculare, di un ambiente adatto alla flocculazione (per esempio la presenza di ioni che favoriscano tale fenomeno), di sostanza organica più o meno umificata.

Le dimensioni degli aggregati del terreno sono molto importanti in quanto dalla percentuale delle diverse frazioni di varie dimensioni dipende, in gran parte, la loro attitudine ad assumere un assestamento più o meno compatto in loco.

Essi possono venir suddivisi, a seconda delle loro dimensioni, nelle seguenti classi:

  • zolle: il diametro medio dell’aggregato supera i 150 mm;

  • aggregati zollosi: dal diametro medio compreso tra i 150 e 50 mm;

  • macroaggregati: dal diametro medio compreso tra i 50 e 5 mm;

  • aggregati ottimali: diametro medio compreso tra 5 e 1 mm;

  • microaggregati: diametro medio compreso tra 1 e 0,25 mm;

  • aggregati astrutturali: diametro inferiore a 0,25 mm.

Per una buona struttura del terreno, è importante in maniera particolare, la presenza degli aggregati ottimali (diametro compreso tra 5 e 1 mm) e di microaggregati.

Stabilità degli aggregati

Un terreno possiede una buona struttura quando gli aggregati sono stabili, ovvero quando sono resistenti alle sollecitazioni degli agenti atmosferici (pioggia, vento...) e delle macchine agricole, quando sono in grado di trattenere l’acqua ed i principi nutritivi e quando garantiscono alle radici ed agli organismi che vivono nel terreno un’adeguata presenza di ossigeno.

La stabilità è una caratteristica di grande interesse pratico in quanto ad una elevata stabilità, corrisponde un’elevata persistenza degli aggregati ottimali nel terreno e, con essi, di tutte le caratteristiche positive che ne derivano. Quando si ha un’elevata stabilità, poi, la preparazione del letto di semina e tutte le lavorazioni risultano facilitate.

Si possono distinguere due tipi di stabilità:

  • stabilità all’azione degli agenti meccanici;

  • stabilità all’azione dell’acqua.

La prima dipende moltissimo, oltre che dai tipi di cementi che uniscono le particelle, dalla granulometria e dall’umidità.

La stabilità all’azione dell’acqua dipende dalla quantità e qualità della sostanza organica che cementa gli aggregati, dai colloidi minerali e dai cationi di scambio presenti.

L’acqua può agire in diversi modi:

  • rigonfiamento e dispersione dei colloidi;

  • aumento, all’interno degli aggregati, della pressione dell’aria che ha ceduto il suo spazio al liquido che penetra negli stessi;

  • azione battente della pioggia e dell’acqua irrigua e azione di scorrimento sulla superficie.

Per misurare la stabilità della struttura, si può ricorrere a vari metodi. Oggi si ricorre a metodologie che derivano dal sistema di vagliatura in acqua proposto da Tiulin-Meyer.

L’apparecchio usato (il vaglio) possiede dei cestelli con fondo in rete finissima (fori del diametro di 0,2 mm) che compiono 30 movimenti verticali al minuto in acqua. Il processo dura 30 minuti, dopo i quali vieni misurata la stabilità in acqua di un aggregato.

L’indice di stabilità in acqua è dato dalla formula:

I(%) = R1 - R2/ 10 – R2 100

R1 è il peso del residuo di terreno essiccato rimasto nel cestello dopo 30 minuti; R2 è il peso dello stesso residuo che non dipende però dalla presenza delle particelle elementari.

Questo indice rappresenta la percentuale, in peso, degli aggregati che resistono all’azione dell’acqua nelle condizioni standard in cui si opera. I valori oscillerebbero teoricamente tra 0 e 100 anche se, normalmente, si trovano indici di 79-90 (buona stabilità), 40-60 (media stabilità), 20-30 (bassa stabilità). Altri autori hanno proposto diversi metodi per misurare la stabilità degli aggregati, ma pur essendo concettualmente più corretti, risultano troppo laboriosi.

Porosità

Per porosità si intende il rapporto tra il volume non occupato delle componenti solide del terreno ed il volume del terreno stesso: gli spazi lasciati vuoti dalle particelle che si aggregano tra di loro, sono definiti pori.

La porosità, si comprende bene, è strettamente legata al concetto di struttura. I pori possono essere occupati dall’aria o dall’acqua (nella quale sono disciolti numerosi principi nutritivi).

In un terreno ben drenato, vi sono pori di minori dimensioni, i micropori, che sono occupati da acqua e aria, e pori di dimensioni maggiori (macropori), occupati solo da aria.

Si può allora scrivere che:

porosità totale = microporosità + macroporosità

Un giusto equilibrio tra i due tipi di pori, permette alle radici ed agli animali terricoli, di avere a disposizione spazio, acqua ed ossigeno, che sono i fattori principali della loro sopravvivenza.

Va tuttavia aggiunto che il rapporto tra macro e microporosità varia con il contenuto di acqua nel terreno, specialmente in substrati argillosi ed umiferi.

La porosità può essere espresse nel modo seguente:

P(%) = Va – Vr / Va · 100

Dove Va è il volume apparente del terreno o volume totale dello stesso con quel determinato assetto strutturale e Vr è il volume reale del terreno o volume della sola parte solida. Nella tabella seguente vengono riportati i risultati di alcuni rilievi eseguiti su cinque tipi di terreno. (Tab 5.2.mente, pag. 98 Giardini).

Sofficità

Solitamente, un’elevata porosità del terreno, accompagnata da un equilibrato rapporto tra macro e micropori, conferisce al substrato una caratteristica molto interessante dal punto di vista agronomico: la sofficità.

Una definizione rigorosa risulta difficile, ma si può dire che la sofficità è l’attitudine di un terreno a ridurre il suo volume apparente quando viene sottoposto a determinate pressioni. Il costipamento comporta una riduzione della sofficità.

Essa è correlata positivamente con la porosità, ma dipende anche dall’umidità del terreno, dalla granulometria, dalla struttura, dalla cedevolezza degli aggregati.

La sofficità è in stretto rapporto con la permeabilità all’aria e all’acqua e con tutti i fenomeni chimici e fisici del terreno. Essa influenza notevolmente lo sforzo richiesto per le lavorazioni del terreno e, a sua volta, viene notevolmente modificata dalle stesse. Di norma, infatti, le lavorazioni del terreno, ad eccezione della rullatura, ripristinano la sofficità creando una struttura con agglomerati più slegati ed isolati. In un terreno dotato di buona sofficità, la tenacità è ridotta e le radici possono crescere più agevolmente ed approfondirsi. Anche l’ingrossamento dei tuberi e delle radici carnose ne risulta influenzato.

Attività, esperimenti

Durante l'esercitazione in classe si potrà presentare alcuni esempi di analisi del terreno e commentarli.

Durante l'esercitazione in campo si potranno effettuare sia l'analisi della vanga che il profilo colturale o, se disponibile, visitare un museo dei suoli.

Foto 1: suolo sano


Unità 4

sostanza organica

Problemi e motivazioni

Il concetto principale su cui è basata l’agricoltura biologica è quello di non sprecare le risorse non rinnovabili. La fertilità del terreno, intesa come la capacità dello stesso di sostenere la produzione vegetale, è una di queste risorse e deve necessariamente essere mantenuta e, ove possibile, incrementata.

Soprattutto in agricoltura biologica, dove non si possono utilizzare fertilizzanti a rapida disponibilità, le dinamiche e le caratteristiche della sostanza organica sono di fondamentale importanza perché da esse dipende la disponibilità di nutrienti per le piante coltivate così come la disponibilità di acqua ed ossigeno (a livello radicale).

Obiettivi

Fornire strumenti conoscitivi per valutare il contento presente di sostanza organica nel terreno e identificare quali sono le caratteristiche che la influenzano (clima, apporti, lavorazioni ecc.); essere in grado di redigere un bilancio umico aziendale e decidere di conseguenza tipo e quantità di ammendanti da apportare, nonché scegliere le operazioni colturali più opportune (aratura o lavorazioni superficiali, sarchiature o irrigazioni).

Contenuti

Le principali azioni che la sostanza organica determina nel terreno sono le seguenti:

Azione sulla struttura

La sostanza organica stabile riveste un ruolo fondamentale per la struttura del terreno, in quanto riesce a rallentare/impedire la discesa dell’acqua verso gli strati più profondi, trattenendola e rendendola disponibile per le colture e la microfauna del terreno. Favorisce, così, l’equilibrio tra le varie componenti del suolo: l’acqua, l’aria e la porzione solida, contribuendo in modo significativo a limitare i fenomeni di erosione, compattamento e formazione di croste superficiali o suole di lavorazione.

Nella pratica agricola, inoltre, un’elevata percentuale di sostanza organica stabile nel suolo, oltre a rendere migliori le condizioni di abitabilità per le colture e quindi dare loro migliori condizioni di sviluppo, determina risposte più efficienti agli interventi meccanici, consentendo tempi di intervento più ampi.

Azione sull’attività microbiologica

La sostanza organica stabile, come del resto quella labile, rappresenta la fonte di energia (il cibo) per tutti i microrganismi del terreno, che possono così svolgere, attraverso il loro normale metabolismo, il ruolo di demolizione e trasformazione dei materiali organici.

Per ogni tipo di residuo organico interrato e per ogni stadio della sua degradazione e trasformazione, si sviluppano e agiscono gruppi specifici di microrganismi, indispensabili per portare a termine i processi di umificazione e mineralizzazione.

La diversificazione e moltiplicazione dei microrganismi terricoli, che avviene in funzione della qualità e della quantità di materia organica presente ed aggiunta nel suolo, svolge anche un’azione di contrasto verso la specializzazione e colonizzazione di ceppi patogeni.

Se da una parte, infatti, essa rappresenta un “magazzino” di sostanze nutritive per le piante coltivate e per la microfauna del terreno; dall’altra essa influisce in maniera determinante sulle proprietà fisiche del terreno (sulla capacità di trattenere l’acqua o sulla capacità di aggregazione delle particelle del terreno).

Azioni sulla disponibilità dei nutrienti

La sostanza organica contribuisce alla nutrizione delle piante coltivate in due modi:

direttamente, come riserva di elementi nutritivi

indirettamente, con azioni sulla disponibilità e solubilità degli elementi, sull’assorbimento delle radici e su varie funzioni vegetali.

Per quanto riguarda le azioni dirette, la sostanza organica è il principale fonte di CO2 in natura, ecco che è facile capire che essa rappresenti, per le piante, una riserva fondamentale di carbonio, che è l’elemento più importante per tutti gli esseri viventi. L’insieme dei componenti nutritivi che compongono la sostanza organica, poi, rappresentano una riserva completamente assimilabile dalle piante.

Le azioni indirette, come già detto, sono molteplici. La sostanza organica, infatti, agisce sulla disponibilità degli elementi, trattenendoli, come nel caso dell’azione sullo scambio ionico, che rende più difficile la solubilizzazione e la conseguente lisciviazione degli elementi nutritivi, ed una conseguente maggiore e più prolungata disponibilità a favore delle colture.

Di uguale importanza è l’azione di stimolo alla capacità di scambio cationico del terreno, ovvero l’azione sulla disponibilità del terreno, a trattenere e poi cedere, gli elementi di riserva assimilabili dalle piante.

Vi è inoltre un’altra azione molto importante: l’azione chelante, ovvero l’ingabbiamento di alcuni elementi da parte delle molecole organiche. Quest’azione è utile per superare i rischi di carenza legati all’antagonismo o all’azione pH.

Un esempio esemplificativo è quello del ferro, la cui carenza provoca clorosi nelle piante.

Il ferro, essendo molto instabile nella soluzione circolante, tende a precipitare e formare composti altamente insolubili. La sostanza organica impedisce al ferro di precipitare, chelandolo, ovvero trattenendolo e rendendolo disponibile.

Un altro esempio di protezione, fornito dalla sostanza organica, sono i legami ponte tramite ferro e alluminio, che essa crea con i fosfati. E’ stato dimostrato che, in carenza di fosforo, le piante aumentano la concentrazione di sostanze chelanti nelle secrezioni radicali. Queste asportano dalla sostanza organica i metalli che fanno da ponte con i fosfati, che passano in soluzione diventando assimilabili.

Un’ulteriore azione di solubilizzazione è esercitata dai composti organici, in genere acidi, e dall’interazione di questi con i microrganismi presenti nel terreno, su elementi minerali non assimilabili, per cause collegate alla reazione pH del terreno e all’antagonismo con altri elementi.

In terreni caratterizzati da pH alcalino e forte presenza di calcare, elementi come il Fosforo o il Potassio sono scarsamente disponibili. La reazione che si genera tra la CO2, prodotta dalla respirazione dei microrganismi che attaccano la sostanza organica, con l’acqua presente nel terreno ed il calcare, spostano l’equilibrio verso il bicarbonato di calcio, che è un composto meno stabile.

Ad una maggior quantità di sostanza organica interrata, corrisponde una maggior attività biologica, una conseguente produzione di CO2 e spostamento a destra della reazione, che favorisce la solubilità di alcuni elementi.

Se nel terreno, invece, è presente una minor quantità di sostanza organica, si può riscontrare una minor attività microbiologica ed una maggior probabilità di insolubilizzazione di alcuni elementi.

Azioni enzimatiche e fisiologiche

Gli acidi umici contenuti nella sostanza organica matura sono responsabili di numerose attività biostimolanti, divisibili in due grandi gruppi.

Il primo riguarda l’influenza sulle attività enzimatiche e, di conseguenza, sulla disponibilità di elementi.

Molte molecole di grandi dimensioni, infatti, non potrebbero essere assimilate se non fossero rapidamente idrolizzate da enzimi presenti nella sostanza organica. E’ il caso, per esempio, delle fosfatasi responsabili dell’idrolisi delle macro molecole fosforate. In inverno, quando non è presente un’attività microbica, le fosfatasi idrolizzano tutte le macro molecole fosforate presenti nelle spoglie dei microrganismi morti, creando una riserva di fosfati prontamente assimilabili.

Il secondo riguarda l’influenza verso le attività fisiologiche dei vegetali.

In sostanza vengono valorizzate le risorse interne della pianta, che meglio utilizza quelle esterne.

Un’azione simile è svolta dagli idrolizzati proteici, comunemente disponibili in commercio, che hanno questa funzione biostimolante attraverso un’azione ormonosimile.

Quanta e quale sostanza organica?

La fertilità del terreno è data dall’insieme della fertilità chimica, fisica e microbiologica, e la sua componente fondamentale è la sostanza organica.

La sostanza organica è formata dalle sostanze sintetizzate dagli organismi che popolano il terreno e dall’insieme dei residui delle piante, degli animali e dei microrganismi nei vari stadi della loro decomposizione. Essa può andare incontro a due processi:

essere progressivamente mineralizzata dagli organismi del terreno;

essere umificata, ovvero trasformata in humus (sostanza organica stabile).

Con il primo meccanismo vengono messi a disposizione delle piante tutti gli elementi necessari al loro sviluppo (l’azoto, il fosforo, lo zolfo, ecc.), ma come conseguenza diretta si ha un progressivo depauperamento della dotazione organica del terreno che dovrà essere nuovamente ricostituita (con apporti di letame, sovesci, ecc.).

Con il secondo processo, si ha la parziale decomposizione della sostanza organica e la sua particolare trasformazione in humus (sostanza organica stabile) che influenza positivamente la fertilità: chimica, fisica e microbiologica.

L’evoluzione della sostanza organica nel terreno

Come già detto la sostanza organica nel terreno può essere completamente degradata e mineralizzata e, quindi, “consumata”.

Sarà necessaria perciò la sua reintegrazione mediante apporti di sostanza organica “labile” (letame, sovesci, compost, residui colturali).

Questa sostanza organica è detta “labile” perché soggetta a trasformazioni, più o meno rapide, che portano a due tipi di prodotti finali: le sostanze minerali (utili per lo sviluppo delle piante e della microflora tellurica) ed un particolare composto, molto più stabile, l’humus.

L’humus

L’humus rappresenta quella frazione della sostanza organica del terreno che si origina da una particolare e complessa trasformazione dei suoi prodotti di decomposizione.

Esso può essere definito anche come sostanza organica stabile, perché relativamente resistente alla degradazione microbica e, quindi, la sua azione è duratura.

La composizione chimica dell’humus è variabile e non ancora del tutto conosciuta, perché dipende da una molteplice serie di fattori (tipo di sostanza organica, tipo di terreno, clima, lavorazioni, ecc.).

Indicativamente, l’humus contiene circa il 55% di carbonio, il 39% di ossigeno più idrogeno, il 5% di azoto, lo 0,5% di fosforo, ed altri elementi presenti complessivamente in quantità inferiore all’1%.

La quantità di humus prodotta dalle sostanze organiche fresche dipende da diversi fattori; la resa in humus è legata prevalentemente dalla qualità della sostanza organica di partenza.

Di grande importanza è il rapporto tra Carbonio ed Azoto (C/N) contenuti nel materiale interrato. Questo, infatti, influenza molto i processi di umificazione ed i tempi del rilascio degli elementi nutritivi. In linea generale, si può dire che con un rapporto C/N basso (30) accade l’inverso. La resa in humus della paglia di frumento, per esempio, è diversa dal letame o da un sovescio. Va detto comunque che, affinché un materiale organico possa essere trasformato in humus, è necessaria la presenza di sostanza organica di origine vegetale: le sole deiezioni animali non sono in grado di dare humus.

Il valore della resa in humus, viene quantificato da un coefficiente, detto coefficiente isoumico, espresso col simbolo K1, e viene applicato alla sostanza secca (s.s.) contenuta nella sostanza organica di partenza.

Per esempio, per calcolare quanto humus può dare un quintale di letame ben maturo, che ha un coefficiente isoumico (K1) di circa 50%, sarà sufficiente calcolare la s.s. contenuta (circa il 20%) e moltiplicare i due valori. Da ciò si ricava che da un quintale di letame (s.s= 20% e K1=50%), si ottengono circa 10 Kg di humus.

Ovviamente ogni prodotto (residui colturali, concime, ecc.) ha un coefficiente isoumico differente col quale si potrà calcolare la resa in humus relativa. (Tab.1)


Tabella 1. Esempi di coefficienti isoumici di vari tipi di sostanza organica

Sostanza Organica

K1

Letame: - totalmente compostato

- parzialmente compostato

- fresco

Fino a 0,5

da 0,3 a 0,35

0,25

Paglia

da 0,15 a 0,2

Radici dei cereali

0,15

Residui di girasole

0,2

Residui di mais

0,2

Residui di barbabietola da zucchero

0,12

Residui di patata

0,15

Residui di olivo

0,2

Concime verde prima della fioritura:

- sistema fogliare

- sistema radicale



da 0,05 a 0,1

Concime verde dopo la fioritura:

- sistema fogliare



da 0,15 a 0,2

Fonte: Elaborazione differenti pubblicazioni

Perdita di humus

Ogni anno il terreno perde per mineralizzazione una certa quantità di humus. Onde evitare un progressivo impoverimento del terreno, si dovrà calcolare questa quantità “persa” e reintegrarla con un apporto adeguato di sostanza organica labile.

La quantità di humus mineralizzato è indicata dal coefficiente di mineralizzazione che è rappresentato con il simbolo K2.

Tale coefficiente varia in funzione delle caratteristiche pedologiche del terreno ed è influenzato dal clima e dalla gestione del suolo.


Tabella 2. Valore medio di K2 applicabile ai suoli Italiani

1,8%

Suolo argilloso

2,0%

Suolo limoso

2,2 - 2,5%

Suolo sabbioso

Fonte: E. Costantini, Agricoltura Biologica supplemento al Notiziario ERSA

Per calcolare quanto humus viene mineralizzato è necessario conoscere quanto humus è presente nel terreno. Per fare ciò, si devono possedere due dati che vengono forniti dall’analisi del terreno:

la percentuale di humus presente nel terreno;

la tessitura e granulometria del terreno e quindi il suo peso specifico.

Il passo successivo è quello di calcolare il peso di un ettaro di terreno, considerando la profondità dello strato maggiormente abitato dalle radici delle piante (di solito 25- 30 cm).

Si deve tener presente però che ogni tipo di terreno (sabbioso, argilloso, limoso) ha un peso specifico differente ed il calcolo andrà fatto tenendone conto.


Tabella 3. Peso specifico di diversi tipi di suoli

Tipo di suolo

Peso per dm³ o litro (kg)

Sabbioso

1,420

Sabbioso-limoso

1,199

Argilloso

1,062

Ricco di sostanza organica

0,900

Fonte: E. Costantini, Agricoltura Biologica supplemento al Notiziario ERSA

Per esempio, un ettaro di terreno sabbioso (peso per dm³ = 1,42 kg; K2 = 2,2; % humus = 2%) della profondità di 30 cm, peserà circa 42.600 q.li (10000 x 300 x 1,42), conterrà circa 852 q.li di humus (42600 x 2/100) e perderà quasi 19 q.li di humus all’anno (852 x 2,2/100= 18,74 q.li).

La mineralizzazione dell’humus è comunque un processo molto lento. Basti pensare che, per l’esempio sopra riportato, per esaurire tutto l’humus di quel terreno (852 q.li), ci vorrebbero quasi 50 anni. Purtroppo però, se questo processo è molto lento, altrettanto lento è il processo di ricostruzione, che richiede tempi lunghi e grandi quantità di sostanza organica.

E’ bene precisare che il bilancio umico non si calcola anno per anno, ma sul ciclo di avvicendamento colturale previsto, nel quale si alternano colture con impatto differente sul terreno e sulla sostanza organica in particolare. Gli apporti eccedentari di una coltura, infatti, potrebbero compensare le perdite di un’altra.

L’agricoltura biologica, infatti, non può assolutamente prescindere dalla rotazione colturale.

Bilancio umico

Il calcolo del bilancio umico (bilancio tra la perdita e la ricostituzione dell’humus) si basa su dati molto indicativi, ma ha lo scopo fondamentale di monitorare la fertilità organica e di diagnosticare eventuali carenze nella gestione della sostanza organica del terreno. Questo calcolo si può fare:

per ogni singolo appezzamento, ma per tutta la durata della rotazione;

per l’intera superficie aziendale, tenendo conto che le colture si avvicendano sullo stesso appezzamento.

Il primo obiettivo di questi bilanci sarà quello di verificare se la distruzione dell’humus (mineralizzazione) viene o meno compensata dall’apporto di materiale organico.



Table 4. Tipi di suolo e valori medi della perdita di humus e della disponibilità di azoto

Tipo di suolo

Normale humus %

Peso specifico (kg/dm³)

Tonnellate di humus

K2

% humus mineralizzato (t/ha)

Relativo azoto (kg/ha)

Leggero

1,5

1,4

63

2,5

1,5

76

Medio

1,8

1,2

64,8

2

1,3

65

Argilloso

2,2

1,1

72,6

1,8

1,3

65

Fonte: Cozzolino – CRPV Linee guida per l’agricoltura biologica

Un esempio concreto

Prendiamo in considerazione una rotazione triennale in cui rientrano mais, frumento e bietola. Sarebbe opportuno fare un bilancio per ogni tipo di terreno (sabbioso, limoso...), perché il K2 (coefficiente di distruzione dell’humus) varia a seconda del terreno. Per questo esempio ci si limiterà a considerare, per il calcolo, un terreno sabbioso.

Si suppone che i residui del mais siano circa 100 q.li/ha (radici, stoppi, tutoli...), con l’85% di s.s. e K1= 20%; i residui del frumento siano circa 60 q.li/ha, con l’85% di s.s. e K1= 20%; i residui della bietola siano 400 q.li/ha col 15% di s.s. e K1= 25%.

Il terreno sabbioso considerato ha un peso specifico di 1,42 kg/dm³, un tasso di sostanza organica del 2% e un K2 = 2,5%.

Considerando una profondità di 30 cm, il contenuto di humus sarà 852 q.li e la perdita di humus sarà di 21,30 q.li/anno.

La perdita di humus nei tre anni della rotazione sarà di 63,90 q.li.

Le reintegrazioni sono le seguenti:

dal mais: 100 q.li x 0,85 x 0,20 = 17 q.li di humus/anno

dal frumento: 60 q.li x 0,85 x 0,20 = 10,2 q.li humus/anno

dalla bietola: 400 q.li x 0,15 x 0,25 = 15 q.li humus/anno

Totale humus prodotto nei tre anni: 42,2 q.li.

Il deficit risulterà quindi: 63,90 q.li – 42,20 q.li = 21,7 q.li

Questo deficit potrebbe essere coperto, ad esempio, con del letame (s.s. = 20%; K1= 35%): circa 310 q.li nei tre anni.

Bilancio finale sarà: 63,90 q.li – (42,20 q.li + 21,7 q.li) = 0 q.li.

Il risultato è in pareggio.

In mancanza di letame, si potrebbe ricorrere a dei sovesci, per esempio un erbaio di Sudan-grass dopo il frumento (seminato a luglio e trinciato ad ottobre). Con una produzione di 80 q.li/ha di s.s. ed un K1= 15%, si otterrebbero 12 q.li di humus. Con un ulteriore erbaio seminato dopo la bietola ed interrato prima del mais, si avrebbe una produzione di 60 q.li/ha di s.s. ed con un K1=15%, si avrebbe la produzione di ulteriori 9 q.li di humus.

Il bilancio finale sarebbe: 63,90 q.li – (42,20 q.li + 9 q.li + 12 q.li) = 0,7 q.li

Anche in questo caso, il risultato sarebbe un sostanziale pareggio.

Questo tipo di approccio potrebbe sembrare alquanto semplicistico ed ingenuo.

Anche con sofisticati modelli matematici, però, non si raggiungerebbero risultati migliori. Tutto dipende, infatti, dai valori K1 e, soprattutto, K2. I valori di questi coefficienti, però, non possono essere noti per ogni residuo organico né per ogni terreno. E’ necessaria, quindi, una certa approssimazione. L’importante è tentare di comprendere ciò che accade in quel mondo, ancora in parte misterioso, che è il terreno agrario.

Bibliografia.

Costantini E., 1995, Sostanza organica, conti e bilanci. Agricoltura Biologica n.5, pp.3-27.

FIBL, 2003- Il suolo questo sconosciuto. Ed. FIBL, Frick, pp.8.

Vizioli V., 2003: Conversione al biologico. Ed. AIAB, Rome, pp.152.

http://www.agric.gov.ab.ca/$department/deptdocs.nsf/all/agdex890

http://www.umext.maine.edu/onlinepubs/htmpubs/2288.htm

http://www.wisc.edu/cias/pubs/soilorgmtr.pdf

http://www.extension.umn.edu/distribution/cropsystems/DC7402.html

http://ice.agric.uwa.edu.au/soils/soilhealth/organic/

http://bioag.byu.edu/aghort/514pres/humus/index.htm (R.Terry lectures slides)

Attività, esperimenti

Compilare bilanci umici per diverse rotazioni colturali e per colture poliennali (vigneto, uliveto, frutteto), utilizzando diverse sostanza organiche come fonte di humus (usare la tabella 5). Ricordare che la mineralizzazione può essere calcolata in tre fasi:

1. Moltiplicare il peso specifico del suolo * 3.000.000;

2. Moltiplicare il risultato per la percentuale di sostanza organica (secondo i dati dell’analisi del suolo)

3. Il risultato ottenuto dovrà essere moltiplicato per il valore del K2 (Specifico per ogni tipo di suolo)







Tabella 5 Caratteristiche dei reidui organici (da Panero, s.d.)

Prodotti

Sostanza secca %

Sostanza organica %

Rapporto C/N

(K1) %

Humus stabilizzato per tonnellata di prodotto

(K1 x d. m.)

Residui delle piante

Residui di mais

paglia d’avena

paglia di grano

paglia di orzo

paglia di segale

residui di girasole

residui di sorgo

residui di olivo

spogliamento del pomodoro

farina di semi di uva


84,4

87,00

88,91

86,40

88,50

85,00

85,00

91,51

90,00

89,00


76,63

80,64

82,79

81,14

83,99

55,00

66,00

68,55

86,50

86,25


52

100

111

87

63

30

95

32

31

23


20

15

15

15

15

20

20

20

20

20


1,532

1,203

1,241

1,217

1,260

1,100

1,320

1,370

1,70

1,70

Fertilizzanti organici

Letame bovino

Letame equino

Letame suino

Letame ovino

fresh laying hens manure

dry laying hens manure

roosters fresh manure

torba naturale

light laying hens fresh manure

fresh broilers manure

fresh young chicken manure


22,00

30,00

28,00

35,40

68,80

85,80

38,00

40,00

58,19

65,08

65,33


16,40

26,30

25,00

31,80

40,00

63,00

29,00

29,00

24,98

39,37

39,75


29

23

31

22

6

7

11

20

7

8

7


30

30

30

30

30

30

30


30

30

30


0,492

0,790

0,750

0,954

1,20

1,89

0,87


0,75

1,20

1,20

Concime verde e materia fresca

lucerne

meadow

oat

sugar beet leaves

sugar beet leaves and tops

rape seed

ryegrass

young corn

springtime mix

barley

pea

rye

sweet sorgum

vetch

crimson clover

cowpea


19,6

17,56

13,94

11,62

13,64

8,34

18,65

12,58

13,45

13,65

13,01

14,09

18,07

13,85

11,02

11,47


17,97

15,76

12,39

9,58

11,87

6,97

17,09

11,73

12,20

12,39

12,10

12,77

17,05

12,75

10,03

10,13


16

19

22

18

21

12

30

37

35

22

15

18

61

15

16

15


25

20

20

25

25

25

20

20

25

20

25

20

20

25

25

25


0,449

0,315

0,247

0,239

0,296

0,174

0,341

0,234

0,305

0,247

0,302

0,255

0,341

0,318

0,250

0,250

Dry materials

corn stocks and residues

lucerne hay

meadow hay


86,00

82,77

84,03


80,76

74,38

74,88


81

17

20


20

25

20


1,615

1,859

1,497

Source: Agricoltura Biologica supplemento al Notiziario ERSA




Unità 5

Gestione del terreno, coltivazione e analisi:

convenzionali e alternative

Problemi e motivazioni

Per lavorazioni si intendono tutti quegli interventi agronomici effettuati dall’uomo sul terreno, con semplici attrezzi o con macchine più sofisticate, allo scopo di modificarne lo stato fisico, rompendone l’apparente continuità, e di renderlo idoneo alle coltivazioni.

Le tecniche di lavorazione del terreno sono strettamente interdipendenti con l’avvicendamento colturale ed il piano di concimazione.

Anche le lavorazioni, dunque, come qualunque scelta aziendale, devono essere sinergiche agli obiettivi principali del metodo biologico, ovvero la conservazione e il miglioramento della fertilità organica.

Obiettivi

Fornire gli elementi fondamentali per la scelta delle macchine e del loro utilizzo ottimale nel contesto aziendale.

Fornire criteri di valutazione sul piano delle prestazioni agronomiche e conseguenze sulla gestione colturale tali da agevolare l'operatività dell'agricoltore.

Contenuti

Due concetti fondamentali

Per le lavorazioni i concetti fondamentali da tener ben presenti sono due:

esse preferibilmente non dovrebbero essere profonde, ovvero non superare i 30 cm di profondità;

gli strati del terreno, se non quelli superficiali, non dovrebbero essere ribaltati e mescolati tra loro.

Non trovano, infatti, alcuna giustificazione né il rivoltamento in profondità degli strati superficiali, che provocherebbe l’interramento della sostanza organica accumulata nei primi strati di terreno, in profondità e la sua diluizione in un volume di terreno molto maggiore, né, tanto meno, lavorazioni in profondità dove le condizioni per l’umificazione della stessa sostanza organica, e il rilascio di elementi nutritivi, verrebbero meno data la scarsità di ossigeno e la minor presenza di microrganismi.

Da non sottovalutare in taluni casi piuttosto la ripuntatura, per la rottura di suole di lavorazione e per operare a profondità di oltre 50 cm. Gli strati del terreno, però, non devono essere rivoltati e mescolati.


Scopi delle lavorazioni

Gli scopi fondamentali delle lavorazioni agronomiche possono essere così riassunti:

Preparazione del letto di semina ovvero creazione di un ambiente favorevole all’interramento ed alla germinazione dei semi.

Apprestamento di uno stato strutturale idoneo alla penetrazione delle radici ed al loro buon funzionamento.

Aumento della permeabilità dello strato attivo e quindi controllo della circolazione dell’acqua.

Aumento della massa di terreno esplorabile dalle radici.

Controllo delle malerbe e dei parassiti.

Interramento dei concimi organici e dei residui colturali.


In base al momento di esecuzione ed alle finalità, le lavorazioni si possono dividere secondo le seguente classificazione:

Lavori di messa a coltura: dissodamento.

Lavori preparatori principali: aratura, vangatura, fresatura, scarificatura.

Lavori preparatori complementari: estirpatura, erpicatura, rullatura.

Lavori di coltivazione: erpicatura, rincalzatura, rullatura, zappatura, sarchiatura.

Gli strumenti utilizzati per le lavorazioni e relative operazioni

Nel complesso le lavorazioni possono essere eseguite con strumenti classificabili in tre gruppi principali:

Rovesciatori: tagliano il suolo in fette regolari che vengono rovesciate più o meno completamente, portando alla luce strati di terreno che prima si trovavano ad una certa profondità.

Discissori: provocano dei tagli nel profilo colturale conferendogli zollosità e sofficità, senza interferire sulla stratigrafia.

Rimescolatori: disgregano energicamente il terreno in zollette, provocando il rimescolamento dello strato interessato dalla lavorazione.

Lo strumento utilizzato per tagliare e rovesciare le zolle di terreno è l’aratro. Come detto in precedenza, però, l’utilizzo di tale attrezzo, specialmente in agricoltura biologica, è da ridurre al minimo indispensabile.

Senza voler sottovalutare l’utilità dell’aratura, è consigliabile che tale operazione venga eseguita superficialmente (fino a 30 cm.) al fine, come già sottolineato, di preservare le proprietà della sostanza organica.

Alla luce di quanto detto potrebbe sembrare che in agricoltura biologica non si effettuino operazioni di aratura con conseguente rimescolamento degli strati. Ovviamente non è così.

L’aratura superficiale, ovvero fino a 30 cm di profondità, viene utilizzata per l’interramento di abbondanti residui colturali, interramento di residui colturali attaccati da funghi, potenzialmente nocivi per la coltura successiva, interramento di residui colturali con rapporto C/N elevato, con probabile competizione con la coltura successiva, rottura di medicai ed altri prati poliennali, risistemazione idraulica del terreno e compensazione delle pendenze.

Abbastanza comune, nelle aziende agricole biologiche, è la pratica di alternare, negli anni, l’aratura con lavorazioni superficiali (ad esempio si ara ogni 3-4 anni), in modo tale da evitare gli effetti collaterali negativi dell’aratura annuale ed effettuarla, invece, quando è proprio strettamente necessario (ad esempio dopo colture che hanno compattato il terreno o comportato una notevole presenza di malerbe).

Gli strumenti che, senza dubbio, si incontrano più frequentemente nelle aziende agricole biologiche sono gli estirpatori, che lavorano ad una profondità di circa 30 cm e gli erpici rotanti, che lavorano a profondità di circa 15 cm e mescolano i primi strati del terreno.

L’operazione di estirpatura, è un classico lavoro preparatorio. Essa esplica due funzioni fondamentali:

riduce la zollosità e la cavernosità del terreno, operando sotto la superficie, in modo tale da rendere il profilo più uniforme ed in grado di mantenere un favorevole rapporto tra fase liquida e fase aeriforme dello stesso;

porta in superficie le radici ed i rizomi delle malerbe che saranno così meglio esposte all’azione dell’aria e del sole.

Questa operazione, solitamente eseguita alla fine dell’inverno, conferisce al terreno uno stato di buona sofficità.

In commercio esistono una vasta gamma di estirpatori, ma fondamentalmente si tratta quasi sempre di strumenti che possiedono una serie di bracci, più o meno ricurvi, rigidi o elastici, tenuti assieme da un telaio e spesso muniti di vanghetta all’estremità inferiore.

Sono proprio tali bracci e le relative vanghette, che vengono infissi nel terreno ed esplicano l’azione suddetta allorché l’attrezzo viene trascinato.

I vibrocoltivatori, invece, operano per mezzo di una barra a sezione quadrata o cilindrica, trascinata sulla superficie del terreno. La rotazione di questa barra, provvista di dischi e lame, porta in superficie le zolle più grossolane, rompendole, ed interra la terra più fine.

Un’altra operazione tipica delle aziende biologiche è l’erpicatura, che normalmente ha un carattere preparatorio, ma può essere talora eseguita come intervento con la coltura in atto.

Gli scopi dell’erpicatura sono dunque molteplici:

raffinamento delle zolle per la preparazione definitiva del letto di semina;

sostituzione dell’aratura;

distruzione delle malerbe;

interramento dei residui colturali, dei concimi o di alcuni tipi di sovescio.

Ne consegue che, sia in relazione alle molteplicità delle condizioni pedoclimatiche sia al loro utilizzo, i tipi di erpice sono moltissimi e di varie tipologie, in modo da rispondere, di volta in volta, alle esigenze dell’agricoltore.

Gli erpici a dischi, per esempio, sono utili per una prima sminuzzatura delle zolle e l’interramento dei residui colturali; gli erpici rompicrosta e gli erpici strigliatori sono utili per il controllo delle malerbe in orticoltura e nei seminativi, per disgregare l’eventuale crosta superficiale formatasi in seguito a piogge o irrigazioni battenti e, in caso di necessità, per aerare il terreno ed aumentare, di conseguenza, la mineralizzazione nel terreno.

Un altro attrezzo utile e molto utilizzato, specialmente in orticoltura biologica, è la vangatrice. Quest’ultima è una macchina non eccessivamente pesante e non richiede, dunque, grandi potenze per il funzionamento, è in grado di smuovere il terreno a profondità costante, incorporando la sostanza organica presente in superficie e non produce suola di lavorazione.

Una lavorazione altrettanto utile e utilizzata nelle aziende biologiche è la rincalzatura.

Questa lavorazione consiste nell’addossare un certo quantitativo di terreno al piede delle piante coltivate, utilizzando una zappatrice o, più frequentemente, attraverso l’uso di aratri assolcatori muniti di doppio versoio.

Gli scopi che essa si propone sono molteplici e variano a seconda della coltura. I principali sono:

Lotta alle malerbe (in generale);

protezione dal gelo (nelle viti appena innestate, patate precoci);

protezione contro l’inverdimento dei tuberi e contro attacchi di peronospora (nelle patate);

imbianchimento dei prodotti da commerciare (finocchi, sedani, radicchi...).

Un’attrezzatura caratterizzante e indispensabile per ogni azienda agricola, infine, è il trinciatutto.

Lo sminuzzamento dei residui colturali, così come quello della biomassa prodotta da un erbaio da sovescio, facilita, infatti, le operazioni di interramento e la disgregazione della massa interrata, grazie ad una maggior superficie a contatto col terreno e con i microrganismi terricoli.



Tipi di lavorazioni

Lavorazione a due strati

E’ questo un tipo di lavorazione che permette di lavorare in profondità, rivoltando solamente la porzione di terreno superficiale. Si effettua una prima fessurazione del terreno per mezzo di attrezzi discissori ed il rivoltamento degli strati superficiali per mezzo di un’aratura leggera o con un frangizolle.

Lo stesso risultato si può ottenere con un unico passaggio, e con un notevole risparmio di tempo, con l’aratro ripuntatore, un aratro provvisto anche di denti ripuntatori che agiscono in profondità (almeno 50 cm.).

La forma e l’inclinazione dei denti ripuntatori, condiziona la risalita delle zolle e lo sforzo di trazione. Il dente dritto ha una maggior richiesta di potenza rispetto al dente curvo o inclinato, ma limita la risalita delle zolle e, ove presenti, dei sassi.

Questo tipo di lavorazione, se da una parte è molto veloce e consente il risparmio di una notevole quantità di tempo, dall’altra ha come limite il costo e l’elevata potenza richiesta per la sua esecuzione, ammortizzabile solo su grandi estensioni

Lavorazione superficiale

Si realizza con aratri polivomere quando si è in presenza di residui da interrare o con coltivatori o estirpatori, alla profondità di 25-30 cm, con residui colturali scarsi o trinciati molto finemente.

L’aratura, pur garantendo un migliore interramento dei residui colturali, richiede un numero maggiore di passaggi, per il necessario affinamento.

A parità di profondità, l’intervento con attrezzi discissori è più rapido e conveniente dal punto di vista del consumo, anche per i successivi passaggi di affinamento, ma richiede una discreta potenza della trattrice.

Per il rivoltamento degli strati superficiali è necessario un passaggio con frangizolle e per la rifinitura serve un erpice rotante o l’utilizzo di attrezzi combinati. In presenza di abbondanti residui colturali non pienamente interrati al primo passaggio, sono da preferire attrezzi con denti disposti su più file con ampia luce rispetto alla superficie del terreno. Ciò per evitare ingolfamenti.

Minima lavorazione

Il presupposto per realizzare una lavorazione che non supera i 10-15 cm di terreno, è l’assenza di compattamenti e suole di lavorazione che creano impedimento allo sviluppo radicale e conseguente asfissia.

In terreni sciolti si sostituisce l’aratro con il coltivatore a denti elastici o con un frangizolle a cui vengono abbinati erpici a palette rotanti in grado di preparare direttamente il letto di semina.

In terreni pesanti è necessario utilizzare macchine capaci di penetrare il terreno e favorire un primo sgretolamento ed il successivo impiego di un frangizolle o una zappatrice rotativa.

In qualche caso si può effettuare, anche con il solo passaggio di erpici a dischi, di peso elevato e con dischi di ampio diametro, per garantire l’interramento dei residui colturali. In linea generale, peso dell’attrezzo e dimensioni dei dischi devono aumentare in modo proporzionale alla pesantezza del terreno.

L’utilizzo dell’erpice a dischi è particolarmente interessante dato che ha un’alta capacità di lavoro, limitata richiesta di energia ed assenza di suole di lavorazione.

La lavorazione minima è una tecnica che può essere convenientemente utilizzata, come detto, se non si evidenziano sintomi di compattamento ed asfissia. Essa può essere alternata, ogni tre o quattro anni, con una lavorazione a due strati o un intervento con attrezzi discissori a profondità superiori a quella abituale.

Non lavorazione

Si effettua con la semina diretta eseguita con seminatrici da sodo. E’ una tecnica che presenta presupposti interessanti rispetto alla protezione del suolo ed alla possibilità di intervento immediato non appena si creano condizioni di semina favorevoli. In agricoltura biologica, però, trova grandi controindicazioni nell’impossibilità di interrare fertilizzanti organici e residui colturali indispensabili al bilancio umico, inoltre si è dimostrata, in alcune prove, poco efficace nel controllo delle infestanti. Può essere però utilizzata per l’impianto di prati poliennali o trasemine di rinvigorimento, in terreni dove qualsiasi lavorazione sarebbe rischiosa per la stabilità del suolo, anche se le macchine esistenti non sono facilmente gestibili in terreni molto accidentati.

Il costo delle seminatrici da sodo, molto elevato, ne giustifica l’acquisto solo se vengono utilizzate per ampie superfici di lavoro.

Momento d’intervento

La condizione indispensabile affinché le lavorazioni risultino sinergiche ai principi del metodo biologico, è di prestare grande attenzione nel limitare ogni tipo di compattamento e nell’evitare di creare suole di lavorazione, indesiderate in ogni tipo di agricoltura, ma che in biologico risultano ancora più penalizzanti, per i riflessi che possono avere sulla vita del terreno, sul ciclo della sostanza organica e sull’efficienza dei fertilizzanti utilizzati.

E’ importante, dunque, entrare in campo al momento giusto, quando cioè il terreno è in tempra.

Un terreno si dice in tempra (o tempera) quando non è né troppo secco né troppo umido e si lascia lavorare col minimo dello sforzo, producendo il miglior risultato tecnico possibile.

Il terreno si trova in tempra, quando i valori di umidità sono prossimi alle curve di resistenza al taglio e di adesione; tali condizioni, garantiscono la disgregazione e non il disfacimento degli aggregati strutturali.

Un terreno di medio impasto, per esempio, lavorato quando è troppo asciutto, richiede sforzi energetici elevati e tende a polverizzarsi, mentre un terreno troppo umido tende a creare facilmente suole di lavorazione oppure una zollosità eccessiva. In entrambi i casi si otterrà un terreno male strutturato e poco stabile.

L’agricoltore, per evitare tali situazioni, deve organizzare l’ingresso in campo delle macchine in funzione del miglior tasso di umidità possibile (cosa non sempre facile).

L’alterazione della struttura del terreno, prodotta da lavorazioni male eseguite, può causare cali delle rese anche del 15-20%.

Per ridurre al minimo il compattamento, l’azienda biologica dovrà mettere in campo una serie di precauzioni che riguardano:

circolazione delle macchine su terreno troppo umido;

attenzione al peso delle macchine, evitando di effettuare le lavorazioni che non richiedono eccessiva potenza, con trattrici pesanti;

aumento della superficie d’appoggio delle macchine, utilizzando, quando possibile, pneumatici a larga sezione o gomme gemellate tutte a bassa pressione. I pneumatici a bassa pressione con carcassa radiale e non rigida sono quelli che garantiscono la minor pressione sul terreno. Un pneumatico esercita sul terreno una pressione simile a quella del gonfiaggio; la maggiore o minore rigidità può far variare il peso esercitato sull’unità di superficie fino a quadruplicarlo;

aumento della sostanza organica per la sua azione fondamentale sulla struttura, per una migliore risposta alla compressione degli attrezzi;

adozione di avvicendamenti coprenti, perché un terreno su cui cresce una coltura si trova in uno stato fisico migliore di un terreno nudo.

In questa direzione vanno anche le necessarie sistemazioni idrauliche finalizzate alla gestione delle acque di superficie, per evitare ristagni, ruscellamenti e tutti quei fenomeni erosivi, che a causa di errate lavorazioni del terreno, trasformano la pioggia in un danno per le colture.

Attività

Visita a fiere di macchine agricole oppure ad aziende agricole e di terzisti con parco macchine particolarmente dotato.


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